Sanremo Day 4Ha vinto chi canta il cielo in una stanza con le giarrettiere o il ragazzo fortunato che mente con il sorriso?

Chi ci strappa più lacrime, più mutande e più madeleine con le cover vince il televoto di noi sdraiati sul divano. Ma c’è chi ha sé stesso in repertorio e chi no

LaPresse

E quindi chi ha vinto Sanremo 2022? Lo si è deciso stasera, non è che serva uno studioso di mezzi di comunicazione di massa per saperlo: Sanremo si vince la sera delle cover, la sera in cui ci fai squarciagolare quella che sappiamo invece di costringerci a capire se ci piace quella nuova. Sanremo si vince quand’è Furore (quello di Alessandro Greco, no quello di John Steinbeck). 

I più saperlalunghisti pensano di poter dire chi vincerà già la mattina della sera delle cover: basta guardare i brani, vince il più strappalacrime, strappamutande, strappamadeleine. 

Certo che è così: gli Stadio nel 2016 vincono perché fanno Lucio Dalla, facendo piangere come vitelle noialtre sui divani a chiederci perché muoiano quelli bravi e ci lascino con quelli che invece del repertorio hanno lo stylist. 

Però non è così: fecero La sera dei miracoli, una delle più brutte canzoni di Dalla, la canzone che piace a quelli cui non piace Dalla (d’accordo, non quanto Caruso: La sera dei miracoli è la Caruso dei socialmente presentabili). 

È che erano amici di Dalla davvero, è che la fecero con struggimento vero, è che c’è una ragione per tutto il sestessismo che infelicita la comunicazione di questo secolo: che la verità passa dagli schermi. E quindi non basta fare My Way (forse la più bella canzone della storia del mondo) se sei nato nel ’95 e ti copri di ridicolo a cantare il bilancio d’un uomo abbastanza vecchio da prendere in considerazione con una certa qual serenità la morte. 

Non basta fare Sei bellissima, se la fai dolente e inginocchiato e ci fai pensare solo: spostati e lasciami sentire la Berté. 

Ci vuole una cosa in più, e quella in cosa più nessuno sa cosa sia (nobody knows anything, diceva uno sceneggiatore americano quando qualcuno pensava ci fosse la ricetta sicura per i successi). 

Ci va carattere, fisarmonica, senso del brivido, solitudine, ma pure il repertorio che non ci faccia dire «Tu prima di toccarmi la mia canzone del cuore devi farne di strada con le tue scarpine Chicco». 

È interessante il modo in cui questo festival parla del proprio cast. Nella conferenza stampa dell’altro giorno Drusilla Foer aveva lodato la ricerca di Amadeus delle nuove tendenze musicali, dicendo poi che però era giusto anche essere grati alle vecchie glorie. Guardavo il televisore allibita: ma quindi Massimo Ranieri starebbe lì in quota gratitudine e quello con la faccia tatuata invece in quota arte? 

Nella conferenza di ieri, Coletta (quanto tempo, Coletta, come l’abbiamo trascurato quest’anno, ha continuato a dire meraviglie e io non le ho catalogate come avrei dovuto) ha citato «l’entusiasmo di Gianni Morandi e la bellezza di Sangiovanni». Se una cantante con vagina fosse stata citata solo per il suo aspetto, si sarebbe aperto il cielo. (A proposito: la coconduttrice della serata delle cover è la prima vaginomunita ad avere un piglio da vivente. Ci son volute quattro sere, ormai pensavo di poter sperare solo nella Ferilli, da cui mi aspetto moltissimo). 

Se devi sottolineare tutti i giorni che hai mescolato i vecchi e i giovani, non sarà che il mix è forzato? E poi cosa ce ne facciamo dei giovani, che si appropriano di immaginari non loro, di canzoni che non stavano nella radio nella prima macchina in cui limonavano, che non hanno mai messo al juke-box della spiaggia, sul cui 45 giri non hanno mai rimesso daccapo la puntina. Amadeus, a proposito di “A muso duro”, dice a Fiorella Mannoia «molti dei giovani hanno scelto canzoni importanti come questa perché le conoscono e le amano»: no, Amade’, è che Sanremo si vince con le canzoni che noi vegliarde a casa conosciamo. È che questi le canzoni non sanno scriverle: sanno solo sbiottarsi per fare punti al Fantasanremo. 

E quindi, sulla carta, Sanremo lo vinci con Il cielo in una stanza, che oltretutto è cantato da due che smuovono l’ormone delle vegliarde (se i miei coetanei sbavassero platealmente per una ventenne come le mie coetanee sbavano per i ventenni sanremesi, si aprirebbe il cielo). Ma se, mentre canti Il cielo in una stanza, ti guardo solo le giarrettiere, vale uguale? 

Fuori dalla carta (fuori menu), a un certo punto della serata arrivano Lorenzo Jovanotti e Gianni Morandi, vestiti come due anziani camerieri d’un ristorante di pesce. Amadeus presenta Lorenzo come «il padre nobile del funky italiano», e per un attimo c’è un effetto ma come cazzo, padre nobile, quello col cappellino all’indietro, io me lo ricordo, era un giovane stronzo. 

Ma ha ragione Amadeus. Gli anziani camerieri fanno due pezzoni di Morandi più vecchi di me, cioè due fondamenta della storia d’Italia. E poi fanno quella canzone lì, quella del più gran anno di Lorenzo, trent’anni fa, l’anno del tour con Carboni ma soprattutto l’anno di Ragazzo Fortunato. «Se io fossi capace, scriverei Il cielo in una stanza, ma se devo dirla tutta qui non è il paradiso: all’inferno delle verità io mento col sorriso». Se sei capace, trent’anni dopo puoi cantare te stesso come classico, invece del Cielo in una stanza. 

Quando un’ora e mezzo dopo Lorenzo torna, vestito da adulto, e gioca alla quarta elementare dicendo la poesia a memoria mentre Amadeus disegna coi pennarelli, io mi sto ancora facendo moltissime domande. 

Se per caso la mattina avesse ragione Coletta, nel suo delirio da tesista anziano del Dams: «È come se quest’anno la narrazione fosse, consentitemi il termine, soappizzata, cioè come se chi è entrato nel viaggio della prima puntata del Festival di Sanremo davvero percorre questo viaggio complessivo» – e io debba quindi ineditamente aspettare la finale per sapere chi vince il festival. 

Perché diavolo Massimo Ranieri non abbia portato, come argomento a piacere, la cover di sé stesso, di quell’inarrivabile sé stesso che è Se bruciasse la città. 

Se Amadeus che in conferenza stampa dice d’aver ricevuto una telefonata da Mattarella sia il tentativo di pareggiare Fazio che ha ospite il Papa. 

Se la vivente che dice ad Amadeus «Sanremo càpita una sola volta nella vita» costituisca provocazione. Se il sabato mattina sarà costellato di polemiche perché se quello con cui duetti nella sera delle cover poi un’ora dopo rientra a dire la poesia influenza il televoto. Se la frase di Lorenzo «Se trentacinque anni fa mi avessero chiesto come sarà Amadeus da grande, avrei detto: così» sia un complimento o un insulto. 

E quindi, chi ha vinto? 

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