So di non sapereLa deriva delle life skill che rischia di far dimenticare le competenze più concrete

Approvate all’unanimità al Parlamento ma criticate da qualche editorialista, queste capacità da insegnare a scuola mirano a rendere più fluida e semplice la vita delle persone. Ma il sospetto è che piacciano perché si sostituiscono a materie più difficili

di Markus Spiske, da Unsplash

Sconcerta il voto all’unanimità della Camera che ha richiesto l’insegnamento nella scuola italiana delle Life Skills (problem solving, comunicazione, empatia, pensiero creativo gestione della emotività), giusto alla vigilia del grande show messo in piedi sul Quirinale. Forse una prova di consapevolezza di ciò di cui avrebbero bisogno non tanto o non solo i giovani italiani, ma in primo luogo forse i suoi membri.

Sconcerta, al tempo stesso, la radicale contrarietà espressa da Galli della Loggia, insieme con una giusta preoccupazione per il rischio di sparizione dei contenuti culturali. Secondo il quale, fino ad oggi l’educazione italiana si sarebbe limitata a consegnare agli allievi il “canone occidentale” (che Harold Bloom ci perdoni!) lasciando poi a ciascuno la libertà di costruirsi la propria visione del mondo personale, anche dal punto di vista etico e comportamentale, che è poi quello delle Lifeskills.

Ma come? Fino a poco tempo fa, la scuola era accusata di autoritarismo valoriale, e forse con ragione. Del resto aveva alle spalle le etiche religiose o quelle laiche, diverse e per certi versi antitetiche, ma ambedue potenti, accettate e tali da condizionare ovviamente la scuola. La quale, nonostante le illusioni dei pedagogisti, riflette e non crea le visioni del mondo. Perciò le spine dorsali etico-comportamentali, sulla base delle quali si trasmettevano consegnavano i contenuti, c’erano e tanto potenti da essere per certi versi sottese. Poi si sa che la storia dello sviluppo dell’umanità è sempre avvenuta a partire dalle varianti, da chi (pochi e di prima qualità) pensava ed agiva diversamente e che, per ragioni dovute alle contingenze storiche, ha visto affermarsi, generalmente a fatica, le proprie varianti.

Il problema è che oggi – in grazia del miglioramento straordinario delle condizioni di vita nel mondo occidentale – le vecchie etiche dei tempi della povertà e del bisogno sono saltate, anche quella laica, che pensava di ereditare quella religiosa. E così, grazie alla istruzione universale e alla facilità di esprimere il proprio parere su tutto attraverso i media, tutti pensano di essere Einstein, come nella ossessiva pubblicità di un supermercato, o meglio una coppia di influencer di successo. Ciò sta dando dei problemi rispetto alla tenuta dei sistemi occidentali, sia dal punto di vista produttivo che comportamentale.

Questa pedagogia delle Lifeskills, in ultima analisi, non è che il tentativo di ripristinare delle regole adatte alla maggioranza dei cittadini. Fatto salvo il fatto che, se qualcuno vuole costruire il nostro futuro non immediato e perciò deviare, è certamente libero di farlo ma, come è sempre avvenuto, a proprie spese.

Ma allora quali sono i problemi con le Lifeskills? Che la base di questi nuovi 10 comandamenti è troppo esplicitamente determinata dalle ragioni del produttivismo, mentre quelli precedenti avevano una base trascendente o paratrascendente da religione laica. Resta però il fatto che oggi la base ideologica fondamentale della comunità umana è il benessere o la aspirazione ad esso. Sempre stato, ma oggi si è riusciti almeno in parte ad ottenerlo. Detto questo senza alcuna valutazione negativa.

Un altro problema sta nei contenuti stessi di questo decalogo. Tanto buonismo, invito alla collaborazione eccetera, eccetera. Ma è davvero questa l’etica che guida anche il mondo produttivo nei suoi livelli alti, quelli decisivi? O non c’è il rischio di definire l’etica del bravo dipendente delle multinazionali? E, per ampliare il discorso, è questa l’etica e e sono queste le regole comportamentali che guidano i veri decisori nazionali ed internazionali? Questo decalogo rischia di espungere la presenza nel mondo del buon vecchio “Male”, nel momento in cui non abbozza almeno i consigli per gestirlo e diminuirne i danni.

Il rischio più concreto, e in questo Galli della Loggia ha pienamente ragione, è poi quello di sostituire la cultura con le prediche. Studiare per sapere di più è faticoso per la maggioranza delle persone e questa forse è una delle ragioni degli abbandoni scolastici. La tentazione di sostituire un’attività che in certe parti (non tutte necessariamente) è faticosa, con qualcosa di meno doloroso e più apparentemente gratificante è grande, non solo per gli studenti. La assoluta necessità di estendere l’alfabetizzazione a tutti ha sicuramente aperto strade alle facilitazioni, spesso peraltro fonte di in-equità, come ormai si riconosce in America.

Non che training seri relativi alle capacità personali non possano essere impegnativi ed utili, ma, come si diceva una volta, “non ci indurre in tentazione…” di dimenticare le Hardskills.

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