1,2,3L’incredibile invenzione dei numeri di pagina

È un dettaglio cui siamo abituati e non vediamo più, ma insieme all’indice (altra innovazione ormai data per scontata) ha rivoluzionato il nostro modo di immagazzinare informazioni e dare loro un ordine preciso. Lo racconta Dennis Duncan nel suo libro pubblicato da Utet

di Joyce McCown, da Unsplash

Sono seduto a un tavolo della Biblioteca Bodleiana di Oxford, e aperto di fronte a me c’è un piccolo volume. È la trascrizione di un sermone, e fu stampato nel 1470 a Colonia, nella tipografia di un uomo di nome Arnold Therhoernen. Il libriccino ha le dimensioni di un tascabile, e il testo è breve, solo dodici carte – quindi ventiquattro pagine. Ma credo che trovarmelo davanti, qui in biblioteca, aperto sulla prima pagina, sia l’esperienza di apoteosi archivistica più intensa che io abbia mai avuto, e provo una certa incredulità nel sapere che un oggetto così significativo, dalla portata concettuale talmente immensa, si trovi sul mio tavolo tra gli altri effetti personali di una normale giornata lavorativa – portatile, taccuino, matita.

Mi sembra incredibile che mi sia permesso di prenderlo in consultazione, tenerlo in mano e sfogliarlo come se fosse un romanzo appena comprato in stazione. Perché non è in una teca di vetro, sigillato, catalogato ed esibito dove folle di scolaretti possono vederlo ma non toccarlo? La sensazione che sto provando ha una definizione precisa: sindrome di Stendhal, dal nome del romanziere francese che visitando Firenze descrisse le palpitazioni che l’avevano scosso nel ritrovarsi così vicino alle tombe dei maestri del Rinascimento. Sono sull’orlo delle lacrime.

Il sermone fu scritto da Werner Rolevinck, un monaco della certosa di Colonia. Rolevinck è ricordato per aver scritto il Fasciculus temporum, una storia del mondo dal primo giorno della Creazione all’attualità, che nel suo caso era il 3 maggio 1481, data in cui, ci informa l’autore, il sultano dell’impero ottomano Maometto II andò all’inferno per le sue scelleratezze contro la cristianità.

Ma il lungo e complesso Fasciculus era ancora in fase di redazione quando Rolevinck firmò questo breve sermone, che doveva essere recitato in occasione della Presentazione della Beata Vergine Maria, il 21 novembre. Se devo essere onesto, però, non sono né Rolevinck né il contenuto della sua omelia a rendere speciale questo libro ai miei occhi. Si tratta di qualcos’altro, qualcosa che ha a che fare con il volume in sé e che si trova su questa pagina, in mezzo alla colonna bianca del margine destro: un’unica lettera solitaria, una J maiuscola.

L’inchiostro ha sbavato leggermente, forse perché la pressione della stampatrice era eccessiva e dunque la lettera risulta poco leggibile, senza il livello di precisione e chiarezza dei caratteri gotici del blocco di testo principale. Ma la sua generale mancanza di nitidezza mi fa amare questa J ancora di più. La preferisco così – una tipa di carattere, diciamo – che non come l’altra J (cristallina, stampa impeccabile) alla sua sinistra, nel corpo del testo, all’inizio del nome Joachim. La nostra J a margine non ha niente a che fare con Joachim; è una semplice coincidenza che si trovino fianco a fianco.

Per dirla tutta, la nostra J non è nemmeno una vera J. Si trova lì in veste di numerale – 1 – e annuncia che quella è la prima carta del libro: si tratta del primo numero di pagina che sia mai stato stampato. Un’innovazione che rivoluzionerà il modo in cui utilizziamo i libri e finirà per diventare un mezzo così ordinario da rischiare quasi di diventare invisibile, nascosto in piena vista ai margini di ogni pagina.

Un indice è uno strumento che fonde due sistemi ordinativi, una tabella di conversione dall’ordine alfabetico delle voci elencate all’ordine sequenziale delle pagine del volume. Il primo ci consente di arrivare con rapidità alla voce che cerchiamo; il secondo di rintracciare facilmente, armati del nostro indicatore, il passaggio indicato. Nel primo capitolo abbiamo ripercorso la storia dell’ordine alfabetico, in questo invece ci concentreremo sugli indicatori – numero di pagina, collocazioni digitali, o semplicemente gli stessi capitoli – che ci forniscono, con maggiore o minore precisione, le coordinate per atterrare nel punto giusto di un’opera.

Un momento, guarda il numero della pagina. Accidenti! Da pagina 32 sei ritornato a pagina 17! Quella che credevi una ricercatezza stilistica dell’autore non è altro che un errore della tipografia: hanno ripetuto due volte le stesse pagine. È nel rilegare il volume che è successo l’errore: un libro è fatto di “sedicesimi”; […] quando si rilegano insieme i sedicesimi può capitare che in una copia vadano a finire due sedicesimi uguali.

Un incidente in fase di rilegatura, lo stesso gruppo di pagine inserito due volte. È questo l’inghippo da cui parte il vertiginoso crescendo di accadimenti raccontato nel romanzo postmoderno di Italo Calvino Se una notte d’inverno un viaggiatore. Da questo momento, le cose precipitano rapidamente: cominciano ad apparire pagine di altri libri, frammenti di un thriller investigativo, uno spaghetti western, il naturalismo cecoviano, la fantasia di Borges…

È un romanzo fatto di interruzioni, un romanzo contro l’ordine. Ma il caos, nel mondo di Calvino, deriva dalla forma del libro fisico, dal codex. Che cosa succede se non viene assemblato bene? Se qualcosa in fase di produzione va storto? Come osserva lo stesso Calvino, «è un incidente che ogni tanto succede». È capitato a tutti di imbattersi in qualche errore di stampa; magari erano pagine troppo inchiostrate, o troppo poco, oppure con le righe non allineate, sghembe. Dopotutto, un libro è comunque un oggetto creato da una tecnologia di produzione di massa.

Di solito quando parliamo di libri e di letteratura non abbiamo in mente un formato in particolare: non è il libro in sé, l’oggetto materiale, ma il testo in astratto – parole, trame, personaggi – a occupare i nostri pensieri. La vostra copia o la mia, una prima edizione o una ristampa da quattro soldi, copertina rigida, tascabile o in formato digitale, non importa: alla fine, Jane sposerà comunque Mister Rochester. Il problema, cari lettori, è che il testo immateriale non esiste. E comunque si mostri – qualsiasi forma fisica assuma – dobbiamo sempre essere certi che quella forma funzioni, che le parole siano quelle giuste e nel corretto ordine. Il romanzo di Calvino non fa altro che ricordarci del libro stesso, portando in primo piano l’ordine delle pagine – un processo che generalmente diamo per scontato – nel momento in cui questo viene meno.

da “Indice, storia dell’. Dai manoscritti a Google, l’avventurosa storia di come abbiamo imparato a orientarci nel sapere”, di Dennis Duncan (traduzione di Chiara Baffa), Utet, 2022, pagine 333, euro 28

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