Crimi e misfattiAdesso i Cinquestelle hanno bisogno di un avvocato bravo

Giuseppe Conte è stato scalzato dalla guida del partito poi lista da una sentenza di tribunale (e già questo fa ridere) e la colpa è proprio sua, che ha redatto uno statuto sbagliato. Ma il provvedimento del magistrato è solo il suggello formale della fine di una leadership che di sostanziale non aveva nulla

Cecilia Fabiano/ LaPresse

All’avvocato che cade a causa delle sue leggi verrebbe da dire: ben ti sta. Scivola, l’avvocato, Giuseppe Conte, sulle scale della giustizia e della correttezza delle norme, e dai ieri non è più presidente del M5s. Altro che «rivoluzione divora i suoi figli» come gridò il girondino Pierre Victurnien Vergniaud davanti alla ghigliottina: quella era tragedia, qui è pura farsa.

La tristezza dello spettacolo di un leader politico scalzato da un’ordinanza di un tribunale civile è evidentemente in se stessa: bei tempi quando un segretario di partito cadeva in un congresso democratico!

Ma la colpa non è attribuibile al dottor Gian Piero Scoppa, presidente della settima sezione civile del Tribunale di Napoli, che ha emesso l’ordinanza che cancella la nomina di Giuseppe Conte a presidente del M5s, la colpa è proprio di Conte avvocato Giuseppe che ha impiegato cinque mesi per scrivere uno Statuto sbagliato, come le sue ambizioni, e del M5s che si inventò il plebiscito pro-Conte su una piattaforma diversa dalla mitica Rousseau e dunque monca di ben 81.839 iscritti che avrebbero dovuto votare (di qui il reclamo degli esclusi accolto dall’ordinanza napoletana).

Un pasticcio cui la fantastica prosa azzeccagarbugliesca dell’ordinanza aggiunge un sublime tocco settecentesco, come in un’opera di Cimarosa: «L’adozione della presente cautela non potrebbe dirsi preclusa dall’asserita potenziale insorgenza di problematiche di ordine tecnico connesse al funzionamento della pregressa “piattaforma”…».

Ma al di là del latinorum dei magistrati, la sostanza è che il tribunale ha in sostanza dato ragione a Beppe Grillo e Davide Casaleggio che avevano messo in guardia l’avvocato del popolo dall’utilizzare una piattaforma diversa da Rousseau senza aver prima modificato lo statuto: una bagatella di paese che nulla a prima vista avrebbe a che fare con la politica, addirittura con il partito più votato dagli italiani (quattro anni fa però), parendo invece una commedia degli equivoci da film minore di Risi o Monicelli, o meglio una farsa di Armando Curcio o Eduardo Scarpetta – non può essere un caso che l’ordinanza sia stata emessa a Napoli – e tanto per aggiungere ridicolo al ridicolo c’è il fatto che la “vittima” del marchingegno sia l’avvocato già presidente del Consiglio, incapace di regolare la vita del suo partito, figuriamoci quella del suo Paese.

Colpito ai fianchi dal rampante ministro degli Esteri adesso sulla testa di Giuseppi è piombata la forza della legge, proprio quella legge di cui egli si picca di esser cantore (e in nome del popolo!), quando invece ha dimostrato di non essere capace nemmeno di farsi eleggere con regole trasparenti. Così il punto di vista formale in un certo senso anticipa quello sostanziale, visto che non passa giorno senza che la leadership di Giuseppe Conte venga in qualche modo minata.

Ora lui minimizzerà, derubricherà il fattaccio a problema tecnico, anzi forse griderà al complotto o che altro. Della questione formale interessa tutto sommato poco: chi ha mai creduto alla forza di legge di un clic, alla pantomima della democrazia sottoforma di plebiscito telecomandato, alle leadership fabbricate nelle stanze di una srl incontrollabile?

Il fatto di oggi è politico e cioè che il drappo telematico posto dai grillini sulla faccia della democrazia è squarciato dalla logica prima ancora che dalla legge; che quella che era parsa a molti una cattedrale della nuova politica appare per quel che è, una baracca per sbandati, un circo equestre di quart’ordine, una moneta fuori corso.

Lui, Conte avvocato Giuseppe, a questo punto dovrà cercarsi un avvocato vero, mentre sul M5s incombe il ritorno di Vito Crimi, un altro statista, chiamato a riprarare – lui, Crimi – i misfatti che ha contribuito a generare, mentre scommetteremmo che in queste ore il ministro degli Esteri Di Maio stia godendo per l’ennesimo inciampo quanto mai simbolico del rivale avvocato, infilzato dalla legge.