Il cielo sopra MilanoIl Planetario civico, dall’esplorazione delle stelle ai Ferragnez

Una volta celeste perfettamente stellata, nera e brillante, nel centro città: l’istituzione culturale e scientifica ha quasi cent’anni, ma continua a farci meravigliare come una macchina del tempo del cosmo. E conquista anche Chiara Ferragni

Esiste un posto in cui possiamo guardare un cielo perfettamente stellato, nero e brillante, senza inquinamento luminoso. Non si trova su una montagna sperduta o in aperta campagna, ma a Milano, in pieno centro, nei giardini Montanelli: il Civico planetario Ulrico Hoepli, donato dall’editore svizzero a Milano nel 1930 e ancora oggi vivissima istituzione culturale e scientifica. Gli spettatori entrano in un luogo dal fascino retrò, con le sedioline girevoli in legno disegnate dell’architetto Portaluppi, lo skyline anni ’30, senza tutti i nuovi grattacieli, che circonda tutta la cupola alla base e, al centro della sala, la gigantesca macchina planetario Zeiss IV, del 1968.

Ma dentro al Planetario si respira anche un’aria di futuro, di scoperta, di proiezione «verso l’infinito e oltre», come direbbe Buzz Lightyear. «Quando una persona entra, fa un salto nel tempo: il Planetario per sua natura è una macchina dello spazio e del tempo, perché ti può far vedere il cielo di qualsiasi luogo e di qualsiasi tempo, anche del futuro. Il tempo, qui, lo dominiamo», mi racconta con emozione Riccardo Vittorietti, direttore scientifico dell’Associazione LOfficina, che dal 2016 gestisce il Planetario.

Nello staff di LOfficina ci sono otto persone molto eterogenee per background e formazione, ma tutte accomunate dall’esperienza e dalla passione per la divulgazione scientifica. Ci sono un’astrofisica, un filosofo della scienza, un naturalista, un geologo, un biologo, una linguista e, infine, Stefania Ferroni, la direttrice didattica, laureata in Lettere moderne ma da anni impegnata nella divulgazione scientifica, prima al Museo della Scienza di Milano e ora al Planetario.

In un presente in cui l’infodemia, le fake news e le teorie del complotto su temi scientifici come la crisi climatica e la pandemia sono purtroppo diffuse, il Planetario deve riuscire ad appassionare alla scienza le giovani generazioni (e non solo), sorprendendole ma mantenendo il rigore scientifico. Una sfida stimolante, complicata, anche se l’astronomia è forse la più affascinante tra le scienze. «Vogliamo comunicare dei contenuti, ma dobbiamo considerare che le persone stanno solo un’ora, quindi bisogna fare un lavoro importante sul contenuto, sulla struttura e sul tempo. In certi casi meno è meglio – spiega Stefania, seduta a fianco di Riccardo in un ufficio sul retro, mentre dentro il Planetario va in scena lo spettacolo Com’è profondo il cielo, un viaggio tra nebulose, ammassi stellari, galassie e buchi neri -. L’obiettivo è che una persona si emozioni, e che magari uscita da qui le venga voglia di aprire un libro di astronomia. All’interno di un evento tutto viene studiato, la musica, il momento in cui far calare il buio. A volte le persone, quando escono, ci dicono che si sono emozionate, che hanno pianto». 

Ci sono spettacoli in cui si osserva il cielo accompagnati dalla musica dal vivo, o da letture espressive (ne ricordo uno bellissimo con le “Cosmicomiche” di Italo Calvino), ci sono conferenze più tecniche di astrofisica, ci sono le serate a tema, come “Il Cielo di Dante”, organizzata poco fa, e altre occasioni in cui si parla di esplorazioni spaziali e scenari futuri. All’inizio di ogni mese, nell’evento Il cielo del mese viene mostrato cosa vedremo nelle prossime notti in cielo, quali pianeti saranno visibili subito dopo il crepuscolo e quali costellazioni nel bel mezzo della notte. Il conferenziere di turno cura la regia dell’intero evento, dai movimenti degli astri alla musica ai contributi audio e video. Oltre, ovviamente, al racconto. «Come fare un tramonto, capire in che momento eliminare l’inquinamento atmosferico e con che musica fa la differenza. Il mio tramonto è diverso da quello che fa lei», sorride Riccardo, con Stefania che concorda: «Ci sono varie scuole di pensiero e tecniche sul tramonto, e ognuno pensa che la sua sia la migliore».

Tutto quello che avviene è possibile grazie al gigantesco marchingegno che sta al centro della grande stanza rotonda, sotto la cupola di alluminio: il planetario, la macchina in grado di proiettare sulla cupola il cielo e che ha dato il nome anche all’edificio. «Potrei andare avanti ore a parlarne. È una macchina eccezionale, pesa due tonnellate, ma quando si muove è silenziosa, bilanciata, leggera», dice Riccardo, con la passione di chi sta parlando quasi di un suo bambino. «È un po’ il Roberto Bolle dell’astronomia», lo interrompe Stefania, con azzeccata metafora. Del modello Zeiss IV, di costruzione tedesca, ce ne sono solo 4 al mondo. Quello di Milano è del 1968, ma non è assolutamente in odore di pensione: «È robusto, progettato per resistere. Ti dico una chicca: la funzione contatore, con cui puoi cambiare la posizione degli astri in base agli anni (per mostrare agli spettatori il cielo di un determinato momento storico, ndr), è stata progettata dalla Zeiss a cinque cifre». Magari nel 10.000 i milanesi non vedranno le stelle proiettate dallo Zeiss IV, ma in un periodo di obsolescenza programmata come strategia aziendale, ecco, siamo di fronte a un oggetto raro.

Il suo valore, per altro, non si ferma qui: «Siamo stati in dei planetari digitali, ma per quanto siano tecnologici, non c’è niente da fare, il cielo è grigio, le stelle non sono abbastanza brillanti. Con il digitale puoi fare tante cose, ma il planetario nasce per fare il cielo stellato, e nessuno lo fa nero come il nostro», rivendica Stefania, e in effetti la sensazione di immersione nell’oscurità, rischiarata solo dagli astri, è totale nel Planetario di Milano. «E poi vogliamo parlare dell’effetto che fa questa macchina anche quando è spenta? – si intromette il direttore scientifico di LOfficina -. Tu devi vedere le facce dei bambini, ma anche degli adulti, quando lo vedono: si bloccano, ha un fascino straordinario anche l’oggetto in sé». Qualche volta l’effetto è anche troppo sbalorditivo, come quando l’influencer Chiara Ferragni era andata per portare suo figlio al Planetario ma il piccolo, vedendo da fuori la macchina, ha pensato fosse uno spaventoso dinosauro e non ha voluto entrare, con tanti saluti alle speranze di pubblicità social del Planetario.

Anche senza l’endorsement della Ferragni, comunque, al Planetario di Milano le cose non vanno male, nonostante quasi due anni di chiusure abbiano pesato non poco sul bilancio. Ora sono aperti, non al massimo della capienza (sarebbero 375 i posti a sedere), ma l’affluenza rimane buona. Prima della pandemia, LOfficina era riuscita tra il 2016, anno in cui ha preso la gestione, e l’inizio del 2020, a portare il numero di ingressi annuali da 105mila a 147mila. La fascia di pubblico intercettata è diventata più ampia: «Prima c’erano solo bambini o adulti, mancavano i giovani, la fascia 20-35», coinvolta grazie a iniziative come i giovedì universitari e, in generale, all’abilità dello staff di «creare un ambiente familiare». Non mancano i clienti abituali: «C’è gente che ha la sua poltrona – racconta la direttrice didattica -, che magari viene qui due volte a settimana e arriva con un anticipo pazzesco per prendere il suo posto».

Un’altra iniziativa per fidelizzare il pubblico è stata il Club dei giovani astronomi, quattro appuntamenti al termine del quale le bambine e i bambini hanno ottenuto la spilla di membro del club. «Quando i loro figli hanno finito il ciclo, i genitori sono andati in panico, ci hanno scritto email accorate chiedendo di organizzare nuovi eventi», osserva Stefania. E infatti, dopo quattro incontri sull’osservazione del cielo, ora LOfficina ha deciso di alzare l’asticella: «Stiamo organizzando un secondo club, quello degli esploratori del cosmo, puntando su argomenti difficili da trattare: la cosmologia, l’evoluzione dell’universo, i buchi neri e la ricerca di vita nello spazio». L’età minima consigliata è 6 anni, ma a volte si presentano anche bambini più piccoli al Planetario.

«Quando fai emozionare un bambino al Planetario, è come piantare un piccolo seme, perché quel sentimento diventa un ricordo positivo che potrebbe influenzare le scelte di studio e di vita. Con l’associazione facciamo divulgazione dal 2006, e oggi alcuni bambini di allora studiano fisica, astronomia. È il massimo», ammette Riccardo.

Oltre a questo risultato a lungo termine, però, c’è soprattutto la sensazione impagabile di vedere l’emozione che il cielo, le stelle, i pianeti, la luna e l’universo suscitano nei bambini. «Ogni volta che si fa buio è come la prima volta. I bambini hanno una capacità unica di entusiasmarsi, e quando diventa buio c’è questo boato che mi fa venire la pelle d’oca». Un’emozione provata anche da Stefania: «Senti proprio un’onda d’urto» – mi dice, toccandosi il petto – «Quando abbiamo le scuole ci sono 200 bambini in sala che, al calar della notte, urlano per l’emozione, in maniera totalmente spontanea». Quella meraviglia può spingere, in un futuro, la curiosità, l’apertura mentale e il rigore scientifico di cui abbiamo bisogno nelle nuove generazioni.

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