Rassemblement responsabileIl collasso del sistema politico e l’alba di un nuovo centro

La rielezione di Sergio Mattarella è stato un colpo decisivo per sovranismi e populismi, già in calo. Anche il Partito Democratico è però disorientato da tempo. Il nuovo può nascere grazie alla coesione di forze trasversali, che possono ritrovarsi in un sistema proporzionale

di Visual Stories Micheile, da Unsplash

Ad alcuni giorni dall’elezione di Mattarella alla Presidenza della Repubblica è possibile trarre qualche considerazione politica sugli esiti di un evento che come tutti gli altri che lo hanno preceduto nei settant’anni di storia della Repubblica è sempre gravido di conseguenze.

La prima riguarda che ancora una volta i partiti non sono stati in grado di eleggere un capo dello Stato alla sua naturale scadenza, ma come era già successo con Giorgio Napolitano, sono costretti a reiterare una sgrammaticatura istituzionale, che se anche non viola il dettato della Carta, che non vieta la rielezione, non ne segue lo spirito che si era tradotto fino al 2013 nella non rieleggibilità di fatto: ogni seppur flebile tentativo del presidente uscente di rimanere al Quirinale era stato stroncato sul nascere da un ferreo accordo tra i partiti, concordi nel ritenere il settennato un tempo della politica democratica non reiterabile, pena una sua effettiva alterazione.

E nonostante la laboriosità di molte elezioni dal sistema dei partiti era sempre usciti presidenti che interpretavano nel momento della loro elezioni gli equilibri politici esistenti e le dinamiche dei processi politici, ma anche forme di coesione e di dialogo parlamentare che andavano oltre persino gli steccati della guerra fredda.

La garanzia di questo ordine risiedeva soprattutto nei partiti che, avocando a loro la scelta dell’arbitro del gioco politico, invece che sottometterlo al voto popolare come nelle democrazie presidenziali o semipresidenziali, si facevano artefici di una prassi, che è diventata una componente della costituzione materiale della Repubblica, per evitare di trasformare il PdR da arbitro in un semimonarca.

Ma senza i partiti quella prassi era destinata a frantumarsi. Infatti nell’epoca del populismo che ha per corollario partiti fluidi, personali, destrutturati, carismatici e che ha portato in parlamento una classe politica senza qualità e senza cultura istituzionale era pressoché inevitabile che si perdessero quelle risorse politiche indispensabili per mettere ogni sette anni tutti i partiti di fronte alla necessità di sceglie l’arbitro.

Per fortuna che l’aggravarsi della debolezza del sistema politico non ha potuto fare saltare i due pilastri cardine che in un sussulto di senso dello stato e delle istituzioni repubblicane il sistema politico era riuscito a costruire: Mario Draghi e Sergio Mattarella.

Figli di due operazioni progettate dalla stessa persona in due epoche diverse, i due appaiono all’opinione pubblica come i massimi garanti della stabilità politica e della possibilità che l’Italia esca migliore dalla crisi pandemica che ci attanaglia del 2020: due figure indispensabili e insostituibili che la furia cieca di populisti e sovranisti non è riuscita a mettere da parte, non avendo né idee né classe politica utile alla bisogna. I nomi che in queste settimane sono state messe sulla scena dal trio Salvini, Conte e Meloni sono la rappresentazione plastica della debolezza dell’offerta politica di queste forze politiche: figure improbabili che non avevano il profilo di rappresentanti dell’unità nazione e della Costituzione propria del presidente della Repubblica.

Se il Paese se l’è cavata, il sistema politico no. È collassato: in un sol colpo sono falliti il centrodestra a trazione meloniansalviniana che guardava a Orbán invece che all’Europa, ai novax invece che alla scienza e alla salute pubblica, a Putin invece che alla Nato, e il “campo largo” del Pd di Bettini e Letta fondato dall’alleanza/fusione con il M5S a guida contiana, su cui volevano rifondare la sinistra. Matteo Salvini si è dimostrato un capo senza visione, Giorgia Meloni una leader prigioniera del suo minoritarismo ideologico – una specie di Marine Le Pen in salsa neofascista – e Giuseppe Conte una nullità politica vittima del suo astio e delle sue furberie avvocatizie, ma politicamente un vuoto a perdere, con il quale lo stesso gruppo dirigente del Pd cominci a capire che non si possa costruire nessun progetto politico destinato a durare nel tempo.

Le tre forze politiche espressive dell’egemonia populista e sovranista manifestatasi nel ’13 e esplosa nel 2018 sono oggi travolte da una crisi di prospettive politiche evidente e per molti aspetti irreversibile in sintonia con la risacca che sta ridimensionando quell’egemonia a livello mondiale dopo l’acme raggiunto con vittoria di Trump negli Usa, di Bolsonaro in Brasile e con la Brexit

Che Salvini sia ormai entrato nella parabola discendente della sua vicenda politica è chiaro, ma essendo a capo di un partito strutturato che controlla rigidamente il suo declino può durare a lungo. Che invece Conte sia destinato a sparire in fretta per manifesta incapacità politica e perché non controlla minimamente il suo partito essendo un capo politico inventato a tavolino mi sembra evidente, trascinando nella sua disfatta il M5s sull’orlo di una esplosione in mille pezzi del tutto conclamata.

Ma la fine del populismo anticasta e giustizialista lascia il Partito Democratico senza progetto politico: l’unità delle sinistre massimaliste e populiste sotto l’ombrello fittizio e strumentale del progressismo vacilla paurosamente lasciando del tutto vuote di interlocutori le Agorà che appaiono nulla che più che un espediente per fare ritornare nel Pd i transfughi di Leu anch’essi in cerca di un futuro dopo il fallimento del loro progetto. Hanno infatti scoperto che a sinistra del Pd non c’è nessuno spazio politico, come si è verificato in tutti i Paesi europei.

In mezzo ai due schieramenti “bipopulisti” si è però venuto delineando uno spazio parlamentare del tutto nuovo che è stato l’artefice della vittoria di Mattarella e che comprende parti del Pd di Fi e un centro composito in cui si è mossa soprattutto Italia Viva ma anche Coraggio Italia, i socialisti, che sconta solo la vistosa assenza di Azione, persa dietro le elocubrazioni autoreferenziali del suo capo.

Indubbiamente questo “rassemblement” trasversale servirà ad impedire che le sbandate di Salvini e Conte pesino oltre misura sul governo di Draghi ora, però, rafforzato da una nuova legittimazione che deriva dalla rielezione di Mattarella, ma il suo ruolo potrebbe andare oltre e prefigurare la formazione di una nuova forza politica centrale – e non centrista – riformista, atlantista e europeista, oggi assente nello spazio politico.

Ed è in questo quadro di poli distrutti e di forze allo stato nascente che la discussione sulla riforma elettorale diventa fondamentale perché il maggioritario fasullo disegnato dal Porcellum e dal Rosatellum irrigidisce il quadro polito attorno a uno schema bipolare insostenibile, che non liberale le forze del rinnovamento da alleanze forzate e improduttive, ma il proporzionale togliendo lo scettro della formazione del governo ai cittadini per riconsegnarlo a partiti inconsistenti e terremotati si porta dietro il rischio di una ingovernabilità permanente.

Hic Rhodus, hic salta: e qui nella ricomposizione di una nuovo quadro politico che si misureranno le leadership reali, non quelle inventate dai social che sono miseramente franate.

X