La zappa sui piediLa strategia di Putin nella crisi ucraina sta danneggiando anche la Russia

L’atteggiamento aggressivo di Mosca ha compattato il fronte occidentale, ha ravvivato l’opzione delle sanzioni, ha riavvicinato Kiev all’Europa. Il capo del Cremlino parlerà comunque di vittoria, ma il suo Paese ne uscirà indebolito in ogni caso

AP/Lapresse

Il colloquio di domenica tra Emmanuel Macron e Vladimir Putin si era chiuso con l’auspicio di una tregua e un po’ di ottimismo sul fronte ucraino. Poi il Cremlino ha definito «prematura» l’organizzazione di un vertice con il presidente americano Joe Biden, ha dimostrato un po’ di scetticismo, e i toni sono subito tornati tesi.

Sono settimane ormai che sulla crisi ucraina si alternano preoccupazioni e segnali di distensione, vera o presunta. I soldati schierati al confine, le notizie sul ritiro di alcune truppe russe, e poi le smentite e le violazioni del cessate il fuoco che si moltiplicano, gli Stati occidentali che invitano i propri cittadini a lasciare l’Ucraina.

La crisi è lontana da un punto di svolta, militare e diplomatico.

Senza scivolare in una guerra vera e propria, Putin è tornato al centro dell’attenzione globale, dimostrando che la Russia conta ancora parecchio nel quadro internazionale.

Eppure, c’è chi sostiene che il Cremlino abbia giocato male le proprie carte: «A questo punto anche se le truppe russe dovessero ritirarsi, guerra o non guerra, Putin avrà danneggiato il suo Paese», scrive l’Economist. L’idea è che le attenzioni dell’opinione pubblica globale abbiano galvanizzato prima di tutto gli avversari gli interlocutori di Putin, che non sono disposti a perdere la faccia di fronte a una semplice dimostrazione muscolare.

Ci sono segnali che dimostrano un nuova unità del fronte occidentale: si discute della tipologia e dell’entità di nuove sanzioni economiche alla Russia; la Nato – quella che Macron nel 2019 definì cerebralmente morta – ha trovato nuova linfa e un nuovo scopo nella protezione dei suoi confini in Europa orientale; perfino la Germania sembra aver compreso che un’invasione russa dell’Ucraina danneggerebbe anche il progetto del gasdotto Nord Stream 2, almeno da un punto di vista politico. «Se Putin ha sperato che le sue minacce avrebbero prodotto risultati immediati a causa della debolezza occidentale, è rimasto deluso», scrive l’Economist.

Nell’equazione non può mancare l’Ucraina, vero nodo dell’intera crisi. Putin vuole ovviamente che il Paese non entri nella Nato e probabilmente si tratta di una richiesta senza troppe conseguenze, nel senso che l’adesione di Kiev all’Alleanza atlantica non è mai stata un argomento di discussione concreto.

Però dopo otto anni di crisi il Paese ha ritrovato la sua unità nazionale e ha compreso che il suo posto nel mondo è tra le forze democratiche dell’occidente. Anche perché, come spiega l’Economist, «essendo stata trascurata negli ultimi anni, l’Ucraina sta godendo di un sostegno diplomatico e militare europeo e americano senza precedenti. Quei legami, forgiati durante la crisi, non si dissolveranno improvvisamente, anche se le forze russe dovessero ritirarsi. È l’opposto di ciò che voleva Putin».

Per Mosca il danno potrebbe essere anche più grande del semplice appoggio occidentale a Kiev. Da tempo il Paese est-europeo viene trattato come una regione più che come uno Stato nazione, cioè come un’area da proteggere dalle mire espansionistiche della Russia, o – dal punto di vista di Putin – come un territorio da tenere sempre sotto controllo.

Il tono delle discussioni, a livello diplomatico e sui media, è la conferma della mercificazione dell’Ucraina. «Anche ora, mentre la Russia minaccia di invadere il Paese, se ne parla come di un’astrazione, una vittima passiva della politica delle grandi potenze: vedono l’Ucraina come parte di una sfera di influenza, non come una nazione, pluralità di esseri umani», ha scritto Franklin Foer in un articolo sull’Atlantic.

Invece nelle ultime settimane l’Ucraina è tornata ad avanzare richieste ai Paesi occidentali, dimostrandosi sempre più distante, politicamente e non solo, da Mosca. Durante la Conferenza di Monaco di sabato scorso, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha lanciato un nuovo appello per l’adesione alla Nato, chiedendo «tempi chiari», e ha chiesto alle nazioni europee di «sviluppare un pacchetto efficace di sanzioni preventive per scoraggiare l’aggressione della Russia».

Il tentativo di mostrarsi aggressivo, da parte di Putin, potrebbe non pagare anche per questioni di politica interna. La Russia ha tentato di rimodellare la propria economia: ha aumentato le sue riserve, ha ridotto la dipendenza delle aziende dal capitale straniero, ha lavorato duramente per costruire il suo settore tecnologico – dai chip alle app fino alla rete internet – e ha anche stretto nuovi accordi con la Cina nella speranza di trovare un acquirente alternativo per gli idrocarburi (che sono ancora la sua principale fonte di valuta estera).

Questo vuol dire che Putin sta cercando di ridurre l’impatto di un eventuale nuovo giro di sanzioni da parte dei Paesi occidentali. Ma è impossibile rendere la Russia inattaccabile a livello economico: l’Unione europea acquista il 27% di tutte le esportazioni russe; il gasdotto Power of Siberia che porterà gas verso la Cina sarà completato solo nel 2025 e trasporterà un quinto di quello che oggi va in Europa. Insomma, «se ci fossero restrizioni alle importazioni in stile Huawei provocherebbero enormi difficoltà alle aziende tecnologiche russe», scrive l’Economist.

La soluzione di Putin non può essere quella di aumentare la sua dipendenza dal mercato cinese: correrebbe il rischio di condannare la Russia a essere il partner minore del regime di Pechino, non proprio la soluzione migliore per chi è abituato a trattare – all’interno e all’esterno del proprio Paese – mostrando i muscoli.

La Russia avrebbe dunque superato una specie di punto di non ritorno: indipendentemente dai prossimi sviluppi della crisi, Mosca ne uscirà danneggiata. Forse, conclude l’Economist, la soluzione migliore per Putin (e per tutti) è una rapida de-escalation e un nuovo giro di negoziati per fermare la crisi con una soluzione diplomatica.

«Oltre a devastare l’Ucraina – si legge nell’articolo – la guerra arrecherebbe alla Russia un danno molto maggiore dell’attuale minaccia di una guerra. L’Occidente sarebbe più galvanizzato e più determinato a voltare le spalle agli accordi economici con Mosca, l’Ucraina diventerebbe una piaga che prosciuga la Russia di denaro e uomini, e il Paese stesso sarebbe rovinato prima dalle sanzioni e poi dalla rabbia degli oppositori».

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