Putin go homeBobbio, la guerra giusta e la leggerezza degli intellettuali

Un’epidemia di distrazione sembra aver colpito il mondo della cultura. In pochi si infervorano sui carri armati russi al confine con l’Ucraina

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Cosa direbbe il professor Bobbio? Me lo chiedo spesso in questi giorni, ripensando all’intervista che gli feci per il Corriere il 16 gennaio 1991, nelle ore dell’attacco americano a Baghdad. In quei giorni le piazze italiane si erano riempite di gente con la kefiah che scandiva «yankee go home» e altri slogan contro la «guerra imperialista delle multinazionali». Il filosofo torinese, icona della sinistra, non si era unito alla protesta, e gli domandai perché. «Non mi persuade l’impostazione prevalentemente antiamericana che si è voluto dare a queste manifestazioni», fu la sua risposta.

«Ho tanta paura che, con le migliori intenzioni, i pacifisti italiani, e in genere quelli occidentali, finiscano per fare il gioco dell’avversario. Sono sicuro che in cuor loro questi dimostranti non ce l’hanno solo con gli Stati Uniti, ma anche con Saddam. Ma perché scendere in piazza adesso, quando la guerra è cominciata nell’agosto scorso con l’invasione del Kuwait? Così si incoraggia il dittatore iracheno, il quale ha sottolineato più volte che la guerra, dalle nostre parti, è molto impopolare». Poi, Bobbio si azzarda a toccare un tasto proibito: «Io per primo sono convinto che la pace è il bene fondamentale, soprattutto in un mondo dove le armi non sono più baionette, ma missili e altri ordigni micidiali. Però sono anche convinto che non si possa restare passivi di fronte a un’aggressione». 

Erano le cose che ci insegnava al suo corso di filosofia del diritto, nell’aula magna di Palazzo Campana, quando in piedi, le lunghe braccia appoggiate alla cattedra, spiegava il pensiero di Thomas Hobbes, di Ugo Grozio e di Samuel von Pufendorf sul diritto naturale e sui concetti di guerra giusta e ingiusta. Nel caso dell’Iraq, secondo lui, l’intervento armato era giusto perché sanzionava una violazione del diritto internazionale da parte di «un personaggio che aveva già manifestato in passato le sue velleità belliciste».

Bobbio insisteva però anche su un altro punto: «Una guerra non deve essere soltanto giusta, ma pure efficace e utile. Dev’essere un mezzo atto allo scopo, che è quello di ristabilire la legalità violata. In altre parole, deve essere vincente, limitata nel tempo e nello spazio. La riparazione del torto non deve diventare un massacro». Un avvertimento rimasto, come si sa, inascoltato. 

Nel 1991 l’Unione Sovietica si stava dissolvendo e il 1° dicembre i cittadini ucraini sarebbero stati chiamati a esprimersi sull’indipendenza da Mosca, decisa dal parlamento di Kiev il 24 agosto. Al referendum votarono quasi 32 milioni di persone (più dell’84% dei residenti) e il Sì superò il 90%. Nell’Europa occidentale, i partiti ex-comunisti stavano iniziando un sofferto cammino penitenziale. Più tardi Bobbio cambierà, come tanti, opinione di fronte agli orrori della guerra del Golfo e del disastroso dopoguerra, e non vivrà abbastanza a lungo per vedere la seconda, sciagurata avventura irachena, voluta da Bush junior. Ma diamogli almeno il merito di avere per la prima volta infranto uno dei tabù della sinistra, quello della pace a ogni costo. 

L’intervista sollevò un vespaio, una marea di indignazione, oggi diremmo uno shitstorm. Un gruppo di docenti dell’università di Torino, molti dei quali suoi allievi, scrisse una vibrante lettera alla Stampa: «Per principio non esistono guerre giuste. Il diritto internazionale va ripristinato in altri modi». Lui si dice addolorato e stupito. E replica che «lo stesso statuto delle Nazioni Unite stabilisce addirittura la formazione di forze armate (armate!) per prendere misure militari urgenti atte a ristabilire l’ordine internazionale». E poi, la stoccata finale: «Tanto maggiore lo stupore in quanto molti o forse tutti i firmatari della lettera si ispirano agli ideali della Resistenza che ben a ragione fu chiamata “guerra di liberazione”. Anche la guerra di liberazione era ingiusta?». Altri grandi nomi della cultura e del giornalismo, tra cui Giorgio Bocca e Umberto Eco, si pronunciarono con argomenti diversi in favore dell’intervento. E comunque in tv, sui giornali, nelle piazze si discuteva e si litigava, si prendeva posizione, si rompevano amicizie. 

Ma dov’è Norberto Bobbio, ora che tanto avremmo bisogno di lui? Purtroppo ci dobbiamo accontentare di Massimo Cacciari, che ha cucinato per L’Espresso un maestoso editoriale sull’Ucraina, in cui si ispira a Cicerone per auspicare «un nuovo Nomos della Terra». Non una parola sulla natura autoritaria del regime di Putin, sulla repressione del dissenso e sul bavaglio all’informazione in Russia. Proprio lui, così pronto a infervorarsi, coi suoi amici Giorgio Agamben e Alessandro Barbero, per le angherie del green pass e il “colpo di stato” di Mario Draghi in nome dell’emergenza sanitaria.

Del resto, è in buona compagnia. Un’epidemia di distrazione sembra aver colpito il mondo della cultura. Da settimane, ai confini dell’Ucraina sferragliano i carri armati, ma qui tutti zitti, non una sillaba, non un sospiro, nemmeno un ruttino. Forse perché erano troppo impegnati a raccogliere firme contro lo schwa. O per eleggere una donna al Quirinale. O ad accapigliarsi sulle foibe, sull’adipe di Calenda o sugli scoop di Ranucci. Oppure a spalleggiare la lotta degli studenti contro l’alternanza scuola-lavoro, anche quando i “liceali” fermati dopo l’assalto all’Unione Industriale di Torino risultavano poi avere un’età media tra i venti e i quarant’anni. 

Per onestà bisogna dire che nel 1991 il mondo era diverso, e in un certo senso più semplice. Tanto per cominciare l’Organizzazione delle Nazioni Unite contava ancora qualcosa e noi non dipendevamo, per scaldarci, dal petrolio iracheno. La spedizione punitiva contro Saddam Hussein era una vera guerra che si combatteva con le bombe e non con le sanzioni. E i filoamericani stavano per lo più al centro o a destra, mentre la sinistra storica era per tradizione anti-Usa, o affezionata alla Russia comunista benché ormai al collasso.

Adesso, populisti e sovranisti hanno sparigliato le carte: molti di loro tifano per Vladimir Putin, rimpiangono Donald Trump e considerano Joe Biden un inetto usurpatore. La bandiera dell’antiamericanismo è stata scippata dalla destra, ma la diffidenza verso gli “yankee guerrafondai” rimane radicata nell’inconscio di chi milita a sinistra. E questo spiega l’afasia imbarazzata degli intellettuali: come faccio a marciare contro la Nato senza ritrovarmi a fianco di Salvini? E come posso manifestare per l’Ucraina senza sembrare complice dell’imperialismo americano?

Eppure, per chi di mestiere maneggia idee e parole e si batte per la libertà di espressione, la scelta dovrebbe essere naturale: Biden non è certo il nuovo John Fitzgerald Kennedy (per fortuna nemmeno il nuovo George W. Bush), ma dall’altra parte c’è un dittatore megalomane che aggredisce uno stato sovrano e vuole ricostruire l’impero sovietico con la forza. E che invece di invitarti ogni sera a Otto e mezzo ti offre deliziosi tè al novichok. Coraggio, intellettuali. Non vi si chiede di indossare l’elmetto, ma solo di riattivare il microfono. 

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