DopofestivalIl FantaSanremo, gli intellettuali cinquantenni e la catastrofe inevitabile

Amadeus, gli umoristi romani, Drusilla Foer, Checco Zalone, Sabrina Ferilli e io, tutti rovinati dall’avere un pubblico che non capisce un cazzo di niente (fatto di gente della nostra età che non ha mai capito un cazzo di niente) e dal doverlo assecondare giacché da esso dipende il nostro sostentamento

Matteo Rasero/LaPresse

Ho capito che la stupidità umana era inarginabile qualche giorno prima del festival, quando un ultracinquantenne di buone letture (leggere non serve a niente, neanche a capire quel che si legge) mi ha parlato con sovreccitazione del FantaSanremo. Compri i cantanti con una valuta che si chiama “baudi”, puntesclamativo. Se il cantante che hai scelto si presenta scalzo perdi punti, se ringrazia l’orchestra ne guadagni. Ah, è un premio alle buone maniere? No, non si vince niente.

Ho pensato che solo i maschi potevano scaldarsi per una simile stronzata, poi il palco di Sanremo ha iniziato a popolarsi di gente che diceva «papalina» o faceva flessioni (se – beati voi – ne siete ignari: due cose che facevano prendere punti), e mi è venuto il dubbio che la catastrofe fosse inevitabile.

Il secondo giorno di festival, un’ultraquarantenne mi ha chiesto come facessi a non esaltarmi per la democraticità del FantaSanremo. Sapevo che me ne sarei pentita quanto Gassman si pentiva d’essersi voltato quando Aldo Fabrizi gli urlava «Sei democratico? E allora m’hai da fa’ parla’», eppure ho domandato di che cosa stesse parlando. La signora mi ha spiegato che il FantaSanremo era la rivalsa del popolo, per la gioia e la vittoria del quale l’élite sul palco faceva cose ridicole.

Ah, le parlamentarie. Ho borbottato «ma che v’aveva fatto di male il Novecento con la sua comunicazione verticale», e la signora ha risposto «ci faceva cagare», ed è stato lì che ho avuto la millesima conferma che il problema non sono i ventenni: il problema sono i miei coevi smaniosi, che non puoi neanche sperare che crescano e gli passi la scemenza. Il problema è il voler piacere a tutti, la comunicazione orizzontale, la democrazia partecipativa (Aldo Fabrizi l’aveva capito prima).

E quindi, quando ieri, alla conferenza stampa conclusiva di Sanremo, una giornalista ha chiesto se il grande successo per il pubblico giovane dipendesse dal FantaSanremo, e Amadeus ha risposto manifestando entusiasmo per il più fesso dei giochini, ho capito che siamo rovinati.

Tutti: io, Amadeus, gli umoristi romani, Drusilla Foer, Checco Zalone, Sabrina Ferilli. Tutti rovinati dall’avere un pubblico che non capisce un cazzo di niente, e dal doverlo assecondare giacché da esso dipende il nostro sostentamento.

Zalone, va detto, è un privilegiato. Ha il dono di venire equivocato soprattutto dai detrattori. Una fortuna impagabile, invidiatissima da chi ha ogni giorno modo di verificare che i propri odiatori sono meno fessi dei propri amatori.

Quando è arrivato Zalone, primo equivoco della settimana sanremese, ci siamo illusi che il non capire un accidente fosse una simulazione, una manovra dialettica: non sanno su cosa attaccarlo, e fingono di non capire l’ovvio.

Sarebbe stata la perfetta spiegazione del come diavolo un’intellettuale, una nelle classifiche della saggistica, una che dovrebbe essere in grado di distinguere il cazzo dall’equinozio (questo è il traduttore di “Cent’anni di solitudine”, quindi non potete conteggiarmelo in quota volgarità), del come diavolo una militante con uso di subordinate avesse criticato il rap di “Poco ricco” accusandolo di infierire sui migranti: «Sai ci penso quando attracco con il mio caicco, quando scendo do la mancia allo sceicco». Il caicco chiara allusione alle navi dei profughi, se non sono caicchi son caravelle. Accusandolo di infierire sui poveri («poco ricco» lo dice lui, d’altra parte). Di non saper fare satira, quella cosa che infierisce sui potenti, «Presente Fantozzi? Ecco». L’ha scritto davvero. Non può non aver mai visto Fantozzi, dai. Non può neanche averlo visto e aver pensato che non se la prendesse con gli impiegati. È un trucco dialettico, su.

(A margine: perché “Poco ricco” non sta più né sull’Instagram di Zalone né tra le clip sanremesi su Raiplay? È per costringerci a rivedere tutta la seconda serata per risentirlo – è intorno a un’ora e mezza, mi sono sacrificata io per voi – o perché sta per uscire il disco?).

E invece non era un trucco dialettico da detrattori.

E invece poi sono arrivati quelli che non capivano niente ma tifavano a favore, mica contro.

Quelli che tifavano Drusilla riportando distorto uno scambio di battute con Iva Zanicchi. Erano intellettualmente disonesti? Macché: quasi tutti allegavano il video, acciocché potessimo verificare che il dialogo che avevano trascritto non era avvenuto in quei termini. Ho iniziato a pensare a una truffa ai danni dello Stato: stavano cercando di dimostrarsi sordi per scroccare una pensione d’invalidità?

Quelli che tifavano Ferilli contro i monologhi dolenti, avendo fino alla sera prima applaudito fino a spellarsi le mani i monologhi dolenti; quelli che tifavano Ferilli che diceva di voler stare su quel palco solo per i suoi talenti, avendo fino alla sera prima invocato che su quel palco ci si stesse in nome della propria etnia o della propria disabilità.

Nel frattempo un umorista romano scriveva, della Ferilli, «questo dialetto che usa, voi lo capite?», e io avrei voluto gongolare per la mia egemonia (sono passati tre mesi dall’affaire Zerocalcare, la permalosità dei romani è a lunga conservazione), ma ero impegnata a contare quanti, nel suo pubblico, non capissero il secondo livello di lettura, e lo accusassero di – come osi – criticare la parlata romana.

L’ho sentito vicino: anche i miei tifosi non capiscono mai niente di quel che scrivo, e meno capiscono più tifano, e meno capiscono più io mi dispero. Tra le maledizioni che ci hanno lanciato sulla culla, non avevamo tenuto nel dovuto conto «ti guadagnerai da vivere con le parole in un’epoca in cui nessuno capisce quel che sente, che legge, che vede».

Quando ieri mi hanno riportato l’impermalimento di tifosi illetterati per una certa mia frase sul mettercisi in sei per scrivere una canzone con un testo scarso, nel Paese in cui Lucio Dalla scriveva “Com’è profondo il mare” da solo, ho pensato che è una vita difficilissima.

Quella di chi s’impermalisce perché «tu a me che ascolto musica di merda non me lo dici capitoooo», certo. Ma anche quella di chi rimarca che i parolieri d’oggidì sono perlopiù analfabeti (uno sabato sera voleva dire ad Amadeus che avrebbe successivamente preso coscienza di tante cose; ha detto: «Tante cose che prenderanno coscienza») e viene accusata d’essere una nostalgica.

Ho in effetti moltissima nostalgia di quando, usciti dalle elementari, si sapeva distinguere tra soggetto e complemento. Anche se ho il sospetto che sia nostalgia di quelle quattro persone alfabetizzate che mi circondavano da piccola. Ho il sospetto che già a quei tempi, fuori dalle pareti di casa mia, ci fosse un pieno di parolieri analfabeti, lettori senza comprensione del testo, ascoltatori di sketch televisivi che non sanno riconoscere chi abbia detto una battuta (figuriamoci se sanno capire chi ne sia il bersaglio). Gente della mia età.

Che poi è cresciuta, e s’è entusiasmata per il FantaSanremo.

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