Sanremo, brividi e ciao ciaoIl miracolo di Sabrina Ferilli che decostruisce il modulo della bella donna che fa monologo tantointenzo

Blanco e Mahmood hanno vinto il Festival, seguiti da Elisa e Morandi, ma in una rassegna popolata di figuri circensi in balìa di stylist scellerati e di gente tatuata in faccia che se la incontri per strada di sera stringi la borsetta, è stata l’attrice romana a fare la rivoluzione

LaPresse

Se ne stavano lì, seduti su un gradino della scenografia dell’Ariston, tutti e tre: Sabrina, Amadeus, e quell’aporia che è il monologo sanremese. Ci puntavo tantissimo, sulla Ferilli. Facevo bene (devo metter su uno sportello scommesse). 

È arrivata con un vestito di squisita sciccheria nel contesto a esso meno adatto: l’estetica sanremese è così Roma nord, così Gai Mattiolo, che anche quando sei in Alexander McQueen sembri in Renato Balestra. Lei no, lei – l’unica tettona elegante nella storia di noialtre tettone – era perfetta, in cipria senza balze senza gonfiori senza sanremesità guardarobiere. 

Ma, prima di arrivare alla derridiana Ferilli, vorrei perorare la causa della maggioranza. C’è una ragione se a ogni benedetta conferenza stampa ci dicono che questo Sanremo ha i migliori ascolti da quello del 1997 (quello strepitoso di Bongiorno/Chiambretti/Marini), cioè del Sanremo che vinsero i Jalisse (e lo vinsero contro roba come …E dimmi che non vuoi morire). E la ragione è che la maggioranza siamo noi: quelli che Sanremo lo guardano per gli errori, gli orrori, i vestiti, i disastri, i comici – per tutto tranne che per le canzoni, durante le quali vanno a prendersi da bere. Costoro, quando Amadeus dice che le canzoni sono i piatti (Sanremo è il ristorante, nella ficcante metafora), si rendono conto d’essere stati a digiuno una settimana (meno un giorno: la sera delle cover le canzoni vecchie si ascoltano). 

Le uniche canzoni che costoro notano, nella sordità da cui vengono pervasi durante la settimana di Sanremo, sono quelle di cui si vergognano. Quella con il culo ciao ciao, per esempio: così moschicida che t’infili sotto la doccia per staccartela, non vuoi sorprenderti a canticchiarla e vergognarti di te e dei tuoi consumi culturali. Soprattutto non vuoi sapere come il paese di Lucio Dalla e Francesco Guccini sia diventato un posto dove devono mettercisi in sei per scrivere «con il culo ciao ciao». 

Fetide appiccicosità e venerati maestri a parte, costoro, alla quinta sera, ancora si chiedono: e questo chi è? Hanno quindi trovato modi di aiutarsi tra loro, individuando i cantanti tramite qualcosa che non siano le canzoni. 

Uno domanda: e questo? L’altra risponde: è quello che giovedì era vestito con una rete da pesca e stasera sembra una cozza incrostata. Una domanda: e questo? L’altro risponde: è quello che l’anno scorso doveva portare una canzone scritta da Recalcati. Lo psicanalista? Lui. Ah, vedi l’interdisciplinarietà. A volte una domanda: e questo che ha detto «magari non prendo tutte le note ma ci metto il cuore», questo chi è?, e l’altro risponde: un candidato alle parlamentarie. Altre volte una domanda: e questo col martini in mano?, l’altro risponde: quello che l’altro giorno esibiva gli addominali, e in coro concludono: quindi il martini è finto. 

Poiché Sanremo è Sanremo – cioè: è Roma nord – quando entrano questi figuri circensi in balìa di stylist scellerati, questa gente tatuata in faccia che se la incontri per strada di sera stringi la borsetta, questi con un cerotto sul naso che dichiarano essere metafora del loro cuore spezzato, questi in canotta da muratore ma «era molto importante per me non mancare di rispetto all’Ariston, quindi abbiamo fatto fare delle canotte da un artigiano», Amadeus dice che hanno intappi (bolognesismo per: look) «ricercati, c’è spettacolo, c’è sentimento», ed è un attimo immaginarsi la Ferilli cui qualcuno dietro le quinte dice ma questo color cipria non sarà un po’ spento, ma almeno un volant un fiore un trullallà. 

Sabrina, non potevi anche tu vestirti come Emma, con la versione pornosoft dell’abito da lutto con cui Rossella O’Hara decideva di partecipare comunque al ballo? Invece di stare qui e fare lo strapaese (la foto col figlio di Amadeus: come sai farlo bene, lo strapaese) vestita da parigina? 

Sabrina, così rassicurante, non ha alcuna intenzione di rassicurarci; arriva e decostruisce un modulo sanremese: bella donna fa monologo tantintènzo. Si permette anche di dire «maddeché» a un precedente monologo della stessa gestione sanremese: quello in cui Diletta Leotta diceva che sì, insomma, la bellezza, che sarà mai, càpita. «La bellezza càpita, è vero che càpita, ma ce se lavora pure parecchio, non è una cosa così estemporanea», svela la Ferilli, sullo stesso gradino dal quale ci svela un’altra cosa che facevamo finta di non sapere: che sono quattro giorni che «magno radici per entrare in ’sto vestito». 

Naturalmente gli autori non imparano nulla, da lei. E quindi due ore dopo piazzano un micidiale crescendo di Marco Mengoni e Filippo Scotti. All’inizio sembra stiano parodiando Elena Capparelli, la povera direttrice di RaiPlay che ogni mattina deve far finta che i social non siano i social, cioè posti dove disadattati insolentiscono gente che guadagna meglio di loro, e va a cercare tweet che dicono «Guarda Amadeus che dolcino, si merita tutto il successo che ha». È una cernita che non è abbastanza pagata per fare, Capparelli, qualunque sia la cifra. 

Ma poi no, Mengoni e Scotti non hanno alcuna intenzione d’essere ironici. La loro è la quota-dolenza della serata. Sono bianchi, non hanno recitato il ruolo dei ciechi, come possono adempiere alla dolenza? Leggono i tweet cattivi. Quella cosa che il programma di Jimmy Kimmel fa dal 2012, sì. Ma lì la si fa ridendo. Il tempo d’esportazione dei format americani è di dieci anni, nel corso dei quali le idee s’appiattiscono, come il soufflé se apri il forno. (A loro merito: la Cesarini di tweet stronzi ne aveva tre, loro ne hanno decine ma il siparietto dura la metà. Se dovete annoiarci, almeno fatelo in fretta). 

Ma tutto questo non è importante, così come non è importante chi abbia vinto (Non l’eterno ragazzo fortunato Morandi, non Elisa: Mahmood, assieme a quello vestito come André di Lady Oscar). Voglio concentrarmi sul piccolo miracolo di questo Sanremo. Su Sabrina che sì, all’una passata propone anche lei il modulo-Robertetti («ora diche un poèsia»), ma a quell’ora se devi ancora tenere i tacchi tutto è perdonato. 

Il miracolo era quattr’ore prima. Quando Sabrina, dopo essersi seduta sulle scale e aver fatto l’elenco delle dolenze possibili che aveva preso in considerazione e scartato per il suo monologo, aveva detto la frase conclusiva dopo la quale, su quel palco, voglio sperare che nessuna resti mai più seria illustrandoci dolenze: «Ma perché la presenza mia dev’essere per forza legata a un problema?».

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