Visioni contrapposteLa crisi in Ucraina è anche il fallimento della diplomazia occidentale

Le attività di mediazione da parte dei leader politici europei e americani, basate forse su concezioni troppo elevate del dialogo e della trattativa, non hanno prodotto risultati soddisfacenti fin dall’invasione russa della Crimea. Sembra che in otto anni nessuno abbia capito la vera natura e le intenzioni del Cremlino

AP/Lapresse

Oggi il cancelliere tedesco Olaf Scholz arriverà a Mosca per un incontro con il presidente russo Vladimir Putin. Aveva fatto lo stesso Emmanuel Macron lo scorso 7 febbraio, prima di visitare Kiev per parlare con Volodymyr Zelensky. Proprio dall’Ucraina fanno sapere che nelle prossime ore Zelensky vorrebbe fissare un vertice con Putin e altri Stati europei.

Da settimane vanno avanti incontri e telefonate tra il leader del Cremlino e il mondo occidentale: sono le ultime prove di dialogo nel tentativo di allentare le tensioni al confine orientale dell’Europa, mentre attorno all’Ucraina sembra essere già partita una corsa agli armamenti.

L’attenzione è tutta su una data cruciale, il 20 febbraio: domenica prossima finiscono le esercitazioni militari russe con la Bielorussia e si celebra l’anniversario dell’invasione della Crimea da parte di Mosca nel 2014.

In quel quadrante di mondo instabile che è l’Europa orientale soffiano venti di guerra da otto anni. La mediazione delle forze politiche occidentali è sempre fallita e nessun leader è davvero riuscito a portare a casa un risultato che si potesse definire una vittoria.

«La diplomazia occidentale continua a fallire, la profonda mancanza di immaginazione dei leader americani ed europei ha portato il mondo sull’orlo della guerra», scrive Anne Applebaum sull’Atlantic. «Purtroppo i leader e i diplomatici occidentali che in questo momento stanno cercando di evitare un’invasione russa dell’Ucraina – si legge nell’articolo – pensano ancora di vivere in un mondo in cui le regole contano, in cui il protocollo diplomatico è utile, in cui è apprezzato il linguaggio educato. Tutti loro pensano che quando vanno in Russia, parlano con persone le cui idee e posizioni possono essere cambiate con discussioni o dibattiti. Pensano che l’élite russa dia peso a cose come la sua “reputazione”. Non è così».

Il caso della Russia si potrebbe espandere a tanti altri Paesi e, in generale, a un’intera generazione di autocrati – basta guardare a Cina, Venezuela, Iran – che non è affatto interessata a trattati e documenti. Sono persone che rispettano solo l’hard power, cioè il potere di coercizione, la forza militare o economica.

Le intenzioni di Putin e e del suo ministro degli esteri Sergej Lavrov, così come quelle di Xi Jinping o Nicolas Maduro, non sono paragonabili a quelle dei leader politici di Europa e Stati Uniti. Putin non ha assolutamente intenzione di costruire una Russia fiorente, pacifica e prospera, ma cerca una Russia in cui lui stesso possa rimanere al comando ancora per diversi anni. Allo stesso modo l’obiettivo di Lavrov è quello di mantenere la sua posizione nell’oscuro mondo dell’élite russa.

«Il problema è che nessuno ha mai seriamente cercato di porre fine al riciclaggio di denaro russo in Occidente, o ha cercato di limitare l’influenza politica o finanziaria russa in Occidente», spiega Applebaum. «Nessuno – prosegue – ha preso sul serio l’idea che i tedeschi possano effettivamente rendersi indipendenti dal gas russo, o che la Francia debba vietare i partiti politici che accettano denaro russo, o che il Regno Unito e gli Stati Uniti debbano impedire agli oligarchi russi di acquistare proprietà a Londra o Miami. Nessuno ha suggerito che la risposta adeguata alla guerra dell’informazione di Putin sul nostro sistema politico possa essere una guerra dell’informazione al suo sistema politico».

Sulla questione ucraina, Russia e Occidente hanno dimostrato di avere interpretazioni molto diverse fin dall’inizio, fin dalla cacciata di Viktor Yanukovich da Kiev nel febbraio 2014, a seguito delle proteste poi ribattezzate “Euromaidan” (termine che indica proprio quelle manifestazioni pro-europee iniziate in Ucraina a novembre 2013).

Gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno visto Euromaidan come un trionfo della democrazia su un governo corrotto e autoritario a Kiev. Per la Russia invece si trattava un colpo di Stato illegale sostenuto dall’Occidente, e in particolare dagli Stati Uniti, nel tentativo di espandere l’influenza occidentale verso est.

Questa distanza così ampia e netta nella lettura e nell’interpretazione dei fatti accaduti in quel periodo ha poi contribuito a «complicare il processo di mediazione per risolvere il conflitto», come si legge in un’analisi pubblicata da Foreign Policy. La rivista specializzata in questioni di politica internazionale ripercorre le tappe fondamentali degli ultimi otto anni, evidenziando il fallimento di ogni tentativo di conciliazione.

Dopo i primi mesi di combattimenti nella regione del Donbass, nel giugno 2014 nascono due tavoli negoziali. In entrambi, Ucraina e Russia sono le parti interessate, al loro fianco c’è sempre una rappresentanza occidentale nel ruolo di mediatore: l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) su un tavolo, il binomio Francia-Germania sull’altro.

Nonostante le difficoltà, i negoziati portano in tempi relativamente brevi – a settembre 2014 – a un accordo per porre fine al conflitto: è il Protocollo di Minsk, un accordo di pace ambizioso in 12 punti che affronta temi economici, politici e di sicurezza. Ma non solo: include soprattutto un “cessate il fuoco” immediato, lo scambio dei prigionieri e l’impegno da parte dell’Ucraina di garantire maggiori poteri alle regioni di Doneck e Lugansk.

Tuttavia, il protocollo di Minsk crolla quasi immediatamente: il punto fondamentale, cioè il cessate il fuoco, non viene mai realmente rispettato.

Pochi mesi più tardi, a febbraio 2015, la necessità di tenere sotto controllo la regione spinge Germania, Francia, Ucraina e Russia a convocare un nuovo vertice, ancora a Minsk, per un altro giro di trattative.

Gli interessi in gioco non sono mutati poi molto e il processo negoziale porta al protocollo di Minsk II, le cui disposizioni sono molto simili a quelle del Minsk I, al netto di dettagli più specifici su aspetti come il ritiro delle truppe e delle armi dalla linea di confine tra Russia e Ucraina.

Anche questo secondo protocollo si risolve in un nulla di fatto, dal momento che il cessate il fuoco è di nuovo violato subito dopo la firma.

Ancora oggi, a febbraio 2022, i termini del protocollo di Minsk II rappresentano la base più concreta per una soluzione diplomatica in Ucraina. Eppure, come spiega Foreign Policy, la distanza tra Russia e Occidente rende ancora molto remota la possibilità di raggiungere un accordo che tutti possono rispettare.

«Secondo l’Ucraina e i Paesi occidentali – si legge nell’articolo di Foreign Policy – la Russia dovrebbe essere la prima a offrire concessioni di sicurezza, in particolare nel ritiro del suo personale militare, per andare avanti sulle componenti politiche di Minsk II. Al contrario, la Russia e la leadership delle regioni separatiste hanno chiesto che vengano fatte concessioni politiche da parte dell’Ucraina prima che vengano implementate eventuali componenti di sicurezza».

Le diverse interpretazioni del conflitto ucraino, dalle origini al modo in cui può essere risolto, sono il vero motivo alla base dell’attuale situazione di stallo tra Mosca e l’Occidente. Ma indicano anche qualcosa di molto più profondo: è uno scontro tra visioni del mondo quasi opposte su ciò che deve essere l’architettura di sicurezza in Europa.

Il Cremlino non si è mai sentito a suo agio con l’espansione dell’Unione europea e della Nato nei territori dell’ex Unione Sovietica dopo la fine della Guerra Fredda. E dal momento che le relazioni dell’Ucraina con l’Occidente e con la Nato sono aumentate negli ultimi anni, Putin ha deciso che non c’è più tempo da perdere e sta tentando di determinare il futuro dello scacchiere europeo a modo suo.

Ecco allora che le ambasciate americane, britanniche ed europee in Ucraina stanno evacuando, e i cittadini di quei Paesi sono stati avvertiti di andarsene dall’Ucraina. «Ora – spiega Applebaum – siamo sull’orlo di quello che potrebbe essere un conflitto catastrofico. Non è solo un fallimento della diplomazia: è anche un fallimento di diplomatici, politici, giornalisti e intellettuali, di capire che tipo di Stato stava diventando la Russia. Ci siamo rifiutati di vedere i rappresentanti di questo Stato per quello che sono. Ora potrebbe essere troppo tardi».