Nuove prospettiveCome la Conferenza sul futuro dell’Europa può cambiare l’architettura comunitaria

Il Parlamento spinge per la riforma dei trattati e potrebbe, dopo il 9 maggio, presentare una richiesta formale. Il Consiglio cerca un asse con i rappresentanti dei cittadini per limitare l’influenza degli eurodeputati sulla relazione finale, mentre resta incerto il metodo per produrla

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La Conferenza sul Futuro dell’Europa è entrata nella sua parte finale, che forse è l’inizio di un processo di cambiamento radicale dell’architettura comunitaria. È l’obiettivo di una parte consistente degli europarlamentari, fiduciosi che il momento sia propizio per lanciare una convenzione europea.

Metodo ancora incerto
I lavori proseguono ancora senza una procedura definita. Venerdì 25 e sabato 26 marzo si è svolta al Parlamento di Strasburgo la quinta sessione plenaria della Conferenza: non un successo in termini di affluenza, visto che hanno partecipato soltanto 358 membri sui 449 totali e la metà lo ha fatto collegandosi in remoto.

Un emiciclo semivuoto ha discusso le proposte in fase di elaborazione nei nove gruppi di lavoro: Ambiente e cambiamento climatico; Salute; Economia, giustizia sociale e lavoro; Unione europea nel mondo; Valori, diritti e sicurezza; Trasformazione digitale; Democrazia europea; Migrazioni; Educazione, cultura, gioventù e sport.

Ogni working group partiva da un documento redatto dal proprio chair, in collaborazione con il portavoce del gruppo (uno dei delegati dei cittadini) e il Segretariato comune, cioè l’organo che cura gli aspetti tecnici della Conferenza. Questa prima bozza presentava delle proposte divise per argomento, dettagliando le raccomandazioni dei Panel dei cittadini europei e dei Panel nazionali da cui provenivano.

Ma non tutto è filato liscio: «Nel mio gruppo tutte le componenti hanno disconosciuto il documento», dice a Linkiesta Carlo Fidanza di Fratelli d’Italia, che rientra nei 108 eurodeputati della Conferenza ed è membro del working group «Unione europea nel mondo». Gli europarlamentari di questo gruppo avevano elaborato, prima della sessione, una propria posizione sugli argomenti trattati, che però è diventata «carta straccia». Fidanza, che su Facebook definisce l’intera Conferenza un «ridicolo circo», lamenta il fatto di perdere tempo a dibattere di questioni procedurali invece che sul merito delle proposte.

L’intero processo appare, in effetti, un po’ caotico: lo ha ammesso anche il co-presidente del Comitato esecutivo Guy Verhofstadt, giustificando la situazione con l’unicità dell’esercizio. Il metodo di lavoro non è ancora stilato in modo preciso e si evolve a ogni appuntamento, confermano a Linkiesta gli organizzatori della Conferenza. Per questo le dinamiche dei working group dipendono molto dalla figura del chair, che decide come impostare il lavoro, anche se ci sarebbero delle linee guida comuni e le procedure si stanno via via uniformando, spiegano gli organizzatori.  

Nel gruppo «Democrazia europea», ad esempio, il documento è stato interamente riscritto perché i delegati dei cittadini non ne erano soddisfatti. In questo working group, presieduto dal leader del Partito popolare europeo Manfred Weber, si sono registrati attriti tra i rappresentanti del Parlamento europeo e quelli del Consiglio. In particolare, i membri dei governi nazionali hanno chiesto che la discussione vertesse soltanto sulle raccomandazioni provenienti dai cittadini, puntando a escludere gli input degli altri componenti, tra cui gli eurodeputati. L’ambasciatore olandese Wepke Kingma avrebbe anche cercato di influenzare i cittadini, avvicinandosi a loro nelle pause o cercandone lo sguardo nella discussione, secondo quanto racconta un eurodeputato. 

Le speranze dell’Europarlamento
La sensazione generale è che il Consiglio voglia mantenere il documento finale della Conferenza il più possibile aderente alle richieste dei cittadini. Una strategia pensata, probabilmente, per non lasciare troppo spazio alle istanze degli eurodeputati, molti dei quali spingono per accrescere poteri e competenze dell’Unione a discapito dei governi nazionali.

Il gruppo «Democrazia europea» è cruciale a questo proposito, perché qui si discutono idee come l’istituzione di liste transnazionali, i referendum paneuropei o l’abolizione del voto all’unanimità da parte degli Stati membri. Se queste proposte dovessero approdare nella versione finale redatta dal working group, avrebbero ottime possibilità di essere incluse pure nella redazione finale, che sarà stilata nell’ultima sessione plenaria (29-30 aprile) e presentata il 9 maggio.

Ciò non significa che verrebbero poi automaticamente adottate dalle istituzioni europee, che si sono impegnate a «esaminare rapidamente il modo di dare un seguito efficace alla relazione»: non esattamente una promessa incontrovertibile. Il timore di molti è proprio che questo esercizio democratico lungo un anno si risolva in un dibattito fine a sé stesso, senza effetti concreti sulla politica comunitaria.

Non è d’accordo con questa narrativa Domènec Ruiz Devesa, eurodeputato in prima linea sui temi della democrazia europea, convinto che alla fine della Conferenza il Parlamento otterrà un cambio di passo. «Al 90%, lanceremo l’Articolo 48», afferma a Linkiesta. Si tratta della disposizione normativa che regola la modifica dei trattati dell’Unione: «Il Parlamento europeo o la Commissione possono sottoporre al Consiglio progetti intesi a modificare i trattati», che possono tra l’altro, «essere intesi ad accrescere o a ridurre le competenze attribuite all’Unione».

Il socialista spagnolo ritiene che la situazione eccezionale determinata da guerra in Ucraina e pandemia e le richieste dei cittadini sul funzionamento della democrazia europea conferiscano all’Eurocamera una sorta di «mandato morale» per agire, a prescindere dalla loro inclusione nel documento finale, a cui il Consiglio ha comunque facoltà di opporsi. Così come, conformemente ai trattati europei, l’organo che rappresenta i Paesi membri può rifiutarsi di esaminare le modifiche proposte e non convocare la convenzione. Ma sarebbe una difesa a oltranza dello status quo, difficile da giustificare davanti ai cittadini europei.