Sogno federalistaAlle prossime elezioni europee potrebbero esserci liste transnazionali

I principali gruppi politici hanno raggiunto un accordo per assegnare, nel 2024, 28 seggi dell’Europarlamento agli eletti in una circoscrizione paneuropea. È un progetto rimasto nel cassetto a lungo e che adesso ha trovato nuovi consensi, ma non piacerà a molti governi

AP/Lapresse

Un europarlamentare francese eletto con i voti degli italiani, un nordico impegnato a fare campagna elettorale nel Mediterraneo, uno stesso programma politico stampato in tutte le lingue dell’Unione europea. Sono alcuni degli scenari possibili, verosimili, se entro il 2024, anno delle prossime elezioni europee, sarà approvata una proposta a cui sta lavorando il Parlamento comunitario. Si tratta delle liste transnazionali, uno strumento per assegnare alcuni seggi dell’Eurocamera non più sulla base dei voti ottenuti nel Paese del deputato, ma in tutta l’Unione.

Come funzionano le liste transazionali
L’idea non è nuova in ambito europeo, ma l’accordo tra le grandi famiglie politiche del continente è stato raggiunto solo a inizio marzo. Partito popolare europeo, Socialisti & democratici, Verdi/Alleanza libera per l’Europa e Renew Europe hanno trovato l’intesa per un progetto comune, che dovrà ora essere approvato formalmente due volte: la prima nella commissione parlamentare Affari costituzionali il prossimo 28 marzo; la seconda in seduta plenaria nella prima settimana di maggio. Poi verrà la parte più complicata del processo: la trattativa con il Consiglio europeo.

«L’elemento principale della nuova legge elettorale in discussione verte sull’introduzione di una circoscrizione elettorale paneuropea», spiega a Linkiesta il capo-delegazione del Partito democratico, Brando Benifei.

Ai 705 seggi “tradizionali” ne verrebbero aggiunti altri 28, occupati da figure scelte in liste comuni. Gli elettori europei riceverebbero quindi una seconda scheda, oltre a quella nazionale, contenente un elenco di candidati provenienti da tutti gli Stati membri.

«Nella scheda sarà garantita la visibilità dei loghi dei partiti politici europei», sottolinea Benifei, aggiungendo alcuni dettagli dell’accordo. Le liste saranno «bloccate»: i candidati verranno cioè eletti seguendo la graduatoria stabilita dai rispettivi partiti, in base ai seggi ottenuti dalla propria forza politica.

E dovranno rispettare l’equilibrio di genere e demografico: «Per esempio si eviterà la ripetizione di candidati della stessa nazionalità in determinate posizioni o si riserveranno posti agli Stati membri medi e piccoli in cima all’elenco, introducendo tre blocchi di voto basati sulla dimensione demografica dei Paesi».

Tutte queste specifiche sono però soggette a cambiamento, vista la possibilità di emendare il testo in due passaggi parlamentari e soprattutto la necessità di accogliere le richieste del Consiglio perché la proposta veda la luce.

Un obiettivo inseguito a lungo
Già il fatto che l’idea venga avanzata in Parlamento, però, è un primo passo significativo per tutti i sostenitori delle liste transnazionali. In prima linea sul tema ci sono da tempo i federalisti, intellettuali ed esponenti politici che vorrebbero un’Unione sempre più integrata, che superi gli interessi nazionali in nome di quello collettivo.

Nel loro manifesto si chiede proprio che una parte dei prossimi eurodeputati venga eletta in un «collegio unico europeo». Non è un caso che i negoziatori per i gruppi di questa legge elettorale, Sven Simon per il Ppe, Domènec Ruiz Devesa per S&D, Guy Verhofstadt di Renew Europe e Damian Boeselager per i Verdi/Ale, facciano tutti parte del Gruppo Spinelli, la squadra trasversale di deputati che sogna gli Stati Uniti d’Europa.

Già negli ultimi anni, del resto, sono sorte compagini politiche «paneuropee», che si rivolgono cioè a tutti i cittadini dell’Unione piuttosto che a quelli di un singolo Stato. Dalla frattura della Brexit è nato nel 2017 Volt, partito progressista transnazionale, che è riuscito nel 2019 a eleggere in Germania il suo primo europarlamentare, lo stesso Boeselager.

Un anno prima l’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis aveva lanciato Diem25, il «Movimento per la democrazia in Europa 2025» che si rivolge ai sostenitori della sinistra radicale, opponendosi tanto ai nazionalismi quanto all’ideologia liberista. Entrambi sottopongono agli elettori candidati in grado di rappresentare gli interessi dei cittadini a livello comunitario.

Qualche caso sporadico di «elezione transnazionale», tra l’altro, si è già verificato nella storia europea. Nel 1999 Monica Frassoni è stata inserita nella lista del partito verde belga Ecolo, riuscendo a strappare un seggio.

Più di recente, Sandro Gozi, ex sottosegretario agli Affari europei nel governo Renzi, è stato candidato da Emmanuel Macron nella Liste Renaissance ed è entrato all’Eurocamera dopo la Brexit: italiano di nascita, siede fra gli eletti francesi e si definisce «cittadino europeo».

Proprio Gozi è sembrato molto contento della raccomandazione emersa da uno dei Panel della Conferenza sul Futuro dell’Europa: «I cittadini europei dovrebbero avere il diritto di votare per diversi partiti all’interno dell’Unione, ciascuno composto da candidati provenienti da più Stati membri».

Se il desiderio di eletti ed elettori sembra combaciare, a mettersi di traverso potrebbero essere i governi nazionali, tradizionalmente scettici su questo tipo di riforme. Ma la discussione è aperta e l’ipotesi prende sempre più corpo: sarà difficile ignorarla in futuro.

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