IrriformabiliIl nervosismo di Draghi per il centrodestra già in modalità campagna elettorale

Per due volte in pochi giorni, Lega e Forza Italia hanno votato contro il governo sulla revisione del catasto. Questa guerriglia parlamentare stona con la gravità della crisi in Ucraina e rischia di indebolire l'esecutivo

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Guardandolo, sembra che la sua pazienza possa finire da un momento all’altro. Ascoltandolo, si avverte la sua impazienza, il suo fastidio. Il rapporto “fisico” tra Mario Draghi e il Parlamento non è quello degli inizi, si è fatto altalenante tendente al nero.

Ieri, durante il question time alla Camera (non è cosa frequente che il presidente del Consiglio vi prenda parte), a un certo punto Draghi si è proprio seccato.

Da giorni, a innervosirlo è la guerriglia parlamentare sulla questione del catasto, tema importante (la “mappatura” voluta dal governo è la premessa per una sua riforma) ma che certo incrocia un’emergenza un po’ più forte, la guerra, le sue conseguenze, i rincari, sicché la vicenda gli appare un puro pretesto per manovre poco chiare da parte di due partiti di governo – Lega e Forza Italia – che per due volte in pochi giorni, nella commissione Finanze di Montecitorio, hanno votato insieme a Fratelli d’Italia perdendo entrambe le volte ma solo per un voto.

Il gioco è abbastanza scoperto e il presidente del Consiglio è scandalizzato da tanta strumentalità: «Le tasse non aumenteranno» ha scandito l’altro giorno rispondendo un giornalista all’esterno (e anche questa è una novità, solitamente Draghi risponde solo in conferenze stampa), smentendo la litania leghista che sostiene il contrario, cioè che con la revisione del catasto saliranno le tasse.

E ieri, davanti al capogruppo di Fratelli d’Italia Francesco Lollobrigida che insisteva in questa tesi, è proprio sbottato: «L’impianto del catasto è del 1939 ci sono state tante cose in mezzo, anche una seconda guerra mondiale. Gli estimi sono dell’’89, sono passati quanti, 23 anni? No, 33 anni. Ma ormai è diventata una materia così emotiva che sbaglio anche io…».

E non ci si illuda che essendoci una priorità gigantesca come quella della guerra, l’esecutivo abbandoni il terreno delle riforme, questo «è un equivoco. Non è il motivo per cui è nato questo governo».

Chiaro che il presidente del Consiglio ha bisogno di mostrare un governo in grado di proseguire nella sua mission (in questo quadro, il Pnrr e le connesse riforme) mentre la sensazione di un rallentamento, se non di un blocco, prende piede.

L’Italia legge i giornali e vede la tv rimandare le immagini di guerra a poche migliaia di chilometri da noi, volta pagina e legge delle baruffe sul catasto: c’è da farsi prendere dallo sconforto.

Proviamo allora a decodificare il tutto. Dietro lo schermo del catasto, il centrodestra si ricompatta giocando la sua classica carta elettorale, il no all’aumento delle tasse, e la cosa innervosisce il presidente del Consiglio non solo perché è falso che la revisione degli estimi catastali comporti maggiore imposizione fiscale ma per una ragione più forte: il timore che la destra, compresa Forza Italia, sia già in modalità campagna elettorale (non dimentichiamo che si avvicina una tornata amministrativa) o che comunque si predisponga a una nuova fase nella quale al posto della cooperazione tra tutte le forze della maggioranza ne subentri una più conflittuale (e demagogica) che riproponga il classico schema berlusconiano della sinistra tassa e spendi.

Ora, di fronte ai rincari e alla prevedibile crisi di consenso che questo determinerà ai danni del governo, è probabile che lo scontro interno alla maggioranza tenderà a crescere. Mentre è del tutto plausibile che Mario Draghi desideri, tanto più in questa difficilissima situazione, maggiore compattezza, sta di fatto che le tensioni non mancano né dentro Forza Italia (dove i ministri hanno una linea opposta a quella del partito) e forse dentro una Lega il cui capo è sbeffeggiato dinanzi al mondo per la sua sceneggiata ai confini dell’Ucraina.

Mentre Giuseppe Conte risulta sempre missing e semmai è sempre pronto a fare un po’ di controcanto al presidente del Consiglio, a Draghi resta solo il Partito democratico dalla sua parte. E non è certo che possa bastare, dinanzi alla mareggiata che dal Cremlino rischia di abbattersi sull’Europa con una violenza imprevedibile e sconosciuta. Sì, Mario Draghi è nervoso. Come il Paese.