Campo ristrettoLa nobile solitudine del Partito Democratico sull’Ucraina e i distinguo degli alleati

La posizione, netta, impostata dal leader Enrico Letta non suscita discussioni o rimostranze interne. Il problema semmai è fuori. A parte Draghi, si registrano ambiguità e incertezze, come quella (non sorprendente) del M5S di Conte e il neutralismo di LeU

Cecilia Fabiano/ LaPresse

Il diluvio di cattive notizie che da due settimane si sta rovesciando sulla coscienza europea rischia di paralizzare e demotivare gli animi. Reagire non è facile, per la politica di casa nostra. Il Pd ci prova. Abbastanza da solo.

Per la seconda volta in pochi giorni Enrico Letta pianta la bandiera del suo partito ben distante dal neutralismo di piazza San Giovanni guidato da Maurizio Landini e dalla sinistra radicale. Dopo aver partecipato, e con quale calore, alla manifestazione della comunità ucraina di domenica scorsa, il segretario chiama il Pd a partecipare alla grande iniziativa di Firenze del 12 marzo, sabato prossimo, lanciata dal sindaco Dario Nardella e da Eurocities, evento internazionale a cui hanno già aderito tantissimi sindaci di varie città del mondo.

Una manifestazione “con l’Ucraina”, punto. Niente neutralismi, niente ambiguità. Letta, che non intende certo rinfocolare polemiche con i pacifisti né-né di San Giovanni, sta però con ogni evidenza stringendo i bulloni della posizione senza incertezze assunta dal Pd su sua spinta: e, messe così le cose, non ce n’è per nessuno. Ridotti al silenzio gli esponenti dem più vicini al pacifismo arcobaleno e agli equilibrismi del leader della Cgil che si allineano dietro il segretario, quella sinistra interna sempre pronta a dire la sua e stavolta o silente o contraddittoria (Peppe Provenzano che va a tutte le manifestazioni, neutraliste o no). Ex prodiani, ex bindiani, ex bersaniani, ex dalemiani (e non si creda che non ce ne siano) non fanno sentire le consuete voci antiamericane e anti-Nato anche perché non hanno alcuna voglia di aprire un fronte contro le posizione largamente maggioritaria del segretario.

D’altra parte la squadra (l’asse Letta-Guerini) che sorregge la linea di politica estera di Letta è compattissima e molto forte: e va notato che questa volta la forza della leadership non è il frutto di accordi tra correnti ma è effetto di una reale convergenza su una questione politica di prima grandezza come la posizione pro-Ucraina e anti-Putin. Per questo la forza di Letta oggi è al suo culmine, perché poggia su valori e non sul potere. Il suo problema è semmai fuori. Perché è chiaro che il Pd è solo. A parte Mario Draghi, ovviamente.

Ma proprio sull’azione del premier a favore delle sanzioni si è registrato ieri un’altro scivolone di Giuseppe Conte, peraltro del tutto assente da qualsivoglia manifestazione pro-Ucraina. È successo che il presidente del Consiglio a Bruxelles si sia reso autore di una bacchettata ai partner europei: «Vorrei davvero vedere – ha detto “fuori sacco”, in inglese, parlando accanto a Ursula von der Leyen – che misure analoghe sull’attuazione delle sanzioni siano prese da tutti i nostri Paesi come ha fatto l’Italia». Una botta alla Germania e altri che testimonia quanto Draghi ritenga decisiva la partita della sanzioni. E cosa ha indirettamente replicato Conte? Che «le sanzioni introdotte sono già molto severe. Vedremo, ma la preoccupazione è non creare difficoltà alla popolazione russa». Un contrappunto in piena regola. Come al solito diretto ai due nemici storici, Draghi e Di Maio, in questa fase attivissimo anche mediaticamente (e si può immaginare quanto ne sia felice l’avvocato).

Questo è esattamente il problema di Letta: dove sono gli alleati strategici? Il M5s è sparito tranne che per il “protagonismo” del presidente della commissione Esteri del Senato Vito Petrocelli, quello che definiva Aleksej Navalny «un blogger del piffero», che nonostante la sua funzione istituzionale ha votato contro la risoluzione unitaria che raccoglieva le comunicazioni di Mario Draghi al Parlamento. Questo per quanto riguarda il principale alleato del Pd.

Sui minori, peggio che andar di notte: lo abbiamo scritto e riscritto, il neutralismo di LeU (cioè Fratoianni più Speranza) ha parecchio allontanato questi due piccoli partiti dal Nazareno. I gruppi riformisti sono più in sintonia ma obiettivamente non hanno molta voce. Il “campo largo” va perimetrato un’altra volta. Su Kiev Enrico Letta ha rafforzato la sua leadership del Pd, ma si muove – per citare il romanzo di George Bernanos sulla guerra civile spagnola – come in un grande cimitero sotto la luna.