La fine della storiacciaIl patriarca di Mosca, Fukuyama e la posta in gioco nella sfida di Putin all’occidente

Le parole di Kirill sul gay pride sono l’altra faccia della strategia del leader russo: dimostrare che il modello della democrazia liberale non coincide con il progresso, ma solo con l’egemonia occidentale, che come tale va respinta, in nome di altri e opposti valori

di Diana van Ormondt, da Unsplash

Hanno suscitato generale e direi sacrosanta indignazione le parole pronunciate dal patriarca di Mosca Kirill nel suo sermone domenicale, che riprendo dall’Ansa per chi se lo fosse perso, su quel «potere mondiale» che avrebbe attaccato il Donbass per imporgli i suoi valori: «Oggi esiste un test per la lealtà a questo governo, una specie di passaggio a quel mondo “felice”, il mondo del consumo eccessivo, il mondo della “libertà” visibile. Sapete cos’è questo test? È molto semplice e allo stesso tempo terribile: è una parata gay».

Credo di poter dare per scontato che tutti i lettori di questo articolo, salvo rare eccezioni, saranno d’accordo con me nel giudicare le parole del patriarca di Mosca inaccettabili non per la comunità omosessuale, non per la sinistra, non per l’occidente, ma semplicemente per qualunque persona civile. Ma se è così, questo significa che nel suo discorso c’è un grano di verità, specialmente quando aggiunge che «siamo entrati in una lotta che non ha un significato fisico, ma metafisico».

Persino e anzi soprattutto, paradossalmente, quando afferma: «Se l’umanità riconosce che il peccato non è una violazione della legge di Dio, se l’umanità concorda sul fatto che il peccato è una delle opzioni per il comportamento umano, allora la civiltà umana finirà lì».

Tutto sta a intendersi sul concetto di «civiltà». Perché in gioco è anche questo. E possiamo ben concedere, per cominciare, che la libertà di organizzare una «parata gay» senza rischiare di finire in galera, o di essere ammazzati, è senza dubbio tra le caratteristiche che tutti noi oggi consideriamo requisiti minimi per definire un Paese civile. Noi occidentali, s’intende. Cioè noi che abitiamo in quelle società in cui, dai tempi della rivoluzione francese, si è stabilito esattamente questo: che la legge di Dio non può diventare, in quanto tale, legge dello Stato. E di lì abbiamo iniziato un cammino che è passato dalla laicità dello Stato all’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, dalla libertà di espressione al suffragio universale, dal voto alle donne fino ai diritti degli omosessuali tanto antipatici a Kirill. Un cammino che ha conosciuto battute d’arresto e anche tremendi arretramenti, certamente. Eppure, se la storia del Novecento è oggi riassumibile nella sconfitta del fascismo prima e del comunismo poi, ciò significa che quel cammino non solo non si è mai interrotto, ma si è dimostrato sostanzialmente privo di alternative, se non altro sul piano ideale, vale a dire come modello universale, valido a ogni latitudine. Cioè, appunto, come idea di civiltà.

Il che naturalmente non significa sostenere che viviamo nel migliore dei mondi possibili, che le democrazie occidentali non siano piene di difetti e contraddizioni che a loro volta alimenteranno ancora infinite crisi e infiniti e diversi tentativi di risolverle, e che tanto più non siano pieni di difetti il capitalismo, la finanza e il modello di capitalismo fondato sul predominio della finanza che ha generato la crisi del 2008. Significa solo che a nessuno di noi, quali che siano le nostre convinzioni politiche, filosofiche, economiche o religiose, pare realistico che domani anche il più reazionario dei governi proponga di togliere il voto alle donne o di ristabilire la schiavitù. Mentre a ognuno di noi – tolti forse solo gli ossessionati dalle guerre di civiltà – pare assai più verosimile che in futuro il voto alle donne arrivi anche in quelle parti del mondo in cui ancora non c’è. E così, prima o poi, se ne facciano una ragione il patriarca di Mosca e il senatore Pillon, anche le parate gay.

In questo senso, dunque, c’è un grano di verità persino nel discorso di Kirill sul carattere «metafisico» della guerra in corso. E anche nella tesi di Francis Fukuyama (e Hegel prima di lui) sulla «fine della storia», che fin qui ho sostanzialmente parafrasato. Perché in fondo la sfida di Vladimir Putin all’occidente è anche il tentativo di dimostrare che Fukuyama aveva torto, che quel processo è reversibile, che il modello della democrazia occidentale non coincide con il cammino della libertà, con il fine (più che la fine) della storia, cioè con il progresso, ma solo con l’avanzamento dell’egemonia americana, che come tale può dunque essere respinta, in nome di altri e opposti valori.

Non per niente alla contrapposizione militare, e al tentativo di ricostruire una parvenza di bipolarismo mondiale al fianco della Cina, ha fatto seguito una stretta repressiva in Russia, con la scelta di stroncare ogni manifestazione di dissenso e persino, a quanto pare, di isolarsi da internet. Cioè il tentativo di tagliarsi fuori quanto più possibile dalla globalizzazione e dai suoi effetti. Ma il punto è proprio se e quanto oggi questo sia ancora possibile.

L’esito della sfida putiniana all’occidente, tra le altre cose, dirà dunque se Fukuyama e Hegel avevano ragione.