I giovani benaltristiL’ideologia liquefatta e il deludente nichilismo degli studenti

Per le nuove generazioni è difficile aderire a una interpretazione generale del mondo, che orienti l’analisi e dunque l’azione. Dopo anni di crisi e di sfiducia è rimasta solo una pura indifferenza che mette in discussione il senso di manifestare per l’Ucraina

AP/Lapresse

Monza, Brianza, lunedì 7 marzo. Entro in classe per una lezione su Thomas Hobbes. Come spesso capita, il mio progetto naufraga. A spiazzarmi sono le domande dei ragazzi: dirette, senza vergogna. Vogliono sapere cosa sta succedendo in Ucraina. E perché stiamo per andare, in quarta ora, a una marcia per la pace nelle vie del centro. A che serve.

Le loro osservazioni, oltre a far saltare la lezione, smontano anche alcune mie aspettative. Infatti emerge chiaramente che i ragazzi non sono quelle creature ingenue, sognatrici e creative che ancora qualcuno crede. E soprattutto non corrispondono, questo è sicuro e posso giurarlo, a quell’immagine di rivoluzionario utopista valida (forse) in passato ed esemplificata dal monologo-autoritratto titolabile “quando avevo sedici anni” che Michele Serra ha recitato l’altro giorno a Che tempo che fa, con un effetto, a parere di chi scrive, quantomeno anacronistico.

Se i giovani degli anni Settanta, come ricorda Serra, credevano «che “fate l’amore e non la guerra non fosse solo uno slogan”, ma un programma politico», sicuramente oggi le cose non stanno così. E che sia un bene o un male onestamente non lo so. D’altronde qui non si vuole dare giudizi morali ma solo testimoniare, quasi a mo’ di reportage da questo fronte che mi capita di frequentare, che le cose sembrano un po’ più complesse di come alcuni (ormai pochi, ma che vanno su Rai 3) credono.

Da un lato, le parole che oggi provengono da dietro i banchi di scuola suonano del tutto estranee a una qualsiasi consapevole e complessiva visione della realtà sociale, antropologica o storica. Ho notato ad esempio un dettaglio che mi sembra rivelatore: un errore diffusissimo nelle interrogazioni è l’utilizzo improprio del termine ideologia al posto di filosofia, o teoria, o visione del mondo o anche religione.

Si sa, quando la parola diventa buona per tutto allora non significa più niente, e così sembra che il significato del concetto stesso di ideologia, così fondamentale nel secolo scorso, si sia liquefatto.

Sembra banale prenderne atto ancora, dopo tre decenni o più di pensiero post-ideologico, ma l’esperienza sul campo lo conferma: si fa fatica a rinvenire, non dico un sistema dogmatico, ma anche una qualsiasi esplicita interpretazione generale del mondo, che orienti l’analisi e dunque l’azione. Fra le notizie di attualità che colpiscono di più i giovani non c’è spazio per nessuna generalizzazione di valore normativo: l’espressione che tronca ogni universalizzazione è «dipende».

In un certo senso quasi nessun mio studente connette chiaramente l’analisi e la sintesi: è molto difficile sentire nello stesso discorso una frase del tipo «se le cose stanno così… allora bisogna fare in questo modo». Sembra mancare il salto dal dato alla tesi, dalla notizia all’interpretazione e dunque alla prescrizione. Ciò non vuol dire che vi sia una carenza intellettuale, ma solo un impianto cognitivo diverso da quelli tradizionali: più incompiuto, ma per questo anche più aperto al nuovo.

Questo è quanto sembra accadere nelle loro costruzioni argomentative, almeno a livello consapevole.

Infatti c’è un altro lato della medaglia. A ben guardare, che si parli di storia, filosofia o attualità, dietro ogni affermazione di dati di fatto e relative opinioni particolari, pur sconnessi da una qualsiasi sintesi consapevole, sembra intravedersi di tanto in tanto un presupposto non detto, una sorta di messaggio nascosto che, lo ammetto, a volte mi spaventa e spero sia un’allucinazione. Suona più o meno così: «È tutto inutile».

Ieri un’alunna, ad esempio, sosteneva che «la marcia per la pace non serve a niente, perché agli ucraini che noi manifestiamo non cambia molto, hanno bisogno di altro». Al di là dell’aspetto semplicemente emotivo, colpisce l’impianto paradossalmente ideologico di quelle parole. Sono parole che volano, irriflesse, buttate là senza dietro un pensiero. E tuttavia quel vuoto non è neutrale: in natura il vuoto è sempre colmato.

Nello specifico, a insinuarsi fra quei giudizi sommari mi sembra esserci un misto di sentimenti e moventi inconsapevoli, fra cui una certa dose di pura indifferenza mascherata dall’ormai classico schema retorico del benaltrismo. Tutto, ma proprio tutto, è inutile perché tutto è indifferenziato in quanto meno importante di altro. Marcia per la pace? Invece dovremmo aiutarli economicamente. Parliamo di Ucraina? È solo una news che fa tendenza: perché parliamo solo di questo? In fondo ne parliamo solo per egoismo da europei: perché non parliamo del Pakistan?

Ripeto, non voglio dare giudizi affrettati. In fondo il moralismo è l’altra faccia del disincanto: tutto è inutile perché tutto è corrotto. Voglio solo porre la questione nei termini più completi possibili a partire dal mio punto di osservazione: l’impianto privo di ideologia dei ragazzi che concluderanno questo secolo è una prospettiva non solo irreversibile, ma per molti versi promettente, che ci proietta verso la costruzione del nuovo libera da molti vecchi fardelli; proprio per questo però occorre educare alla scelta come metodo scientifico e pratico che rompa la retorica sterile di un’indifferenza omologante e fondamentalmente immatura.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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