Starlink vs SputinkIl fronte spaziale della guerra in Ucraina

Il conflitto tra Mosca e Kiev si combatte anche coi satelliti che mappano dall’atmosfera gli spostamenti dei soldati e aiutano la resistenza. Elon Musk ha mandato in aiuto le sue antenne per far collegare il governo ucraino a internet. La Russia ha ritirato 87 tecnici che stavano lavorando a un progetto legato al sistema di navigazione europeo Galileo

LaPresse

In orbita c’è una guerra parallela a quella combattuta, a terra, in Ucraina. Lo spazio non è neutrale. Non è uno scontro muscolare, è lavoro d’intelligence, ma permette di vedere oltre la «nebbia di guerra», la coltre che le armi sollevano appannando anche le informazioni, sempre più difficili da verificare. Sono stati i satelliti a smascherare la finta ritirata dei russi quando il raziocinio della de-escalation sembrava prevalere: oggi mappano dall’atmosfera gli spostamenti dei soldati e aiutano la resistenza ucraina. Quando i cavi vengono tranciati, internet può passare dal cielo.

Partiamo da qui, da un evento mediatizzato che ci mette davanti a un tornante della storia. Elon Musk ha mantenuto la promessa: sono arrivati in Ucraina i primi «modem» di Starlink, il servizio di internet satellitare, affiancato alla più nota SpaceX, in cui l’imprenditore crede e investe. Il fatto che lui sia coinvolto ha garantito una foto-notizia nelle homepage di tutto il mondo. Il modo in cui è stato raggiunto è un apologo sulla disintermediazione. Un tweet del vicepremier e ministro della Trasformazione digitale di Kiev, Mykhailo Fedorov.

È noto il presenzialismo di Musk su Twitter. Ma a invasione in corso Fedorov è riuscito a condensare un messaggio in assonanza tanto con il «tono» tipico del social network quanto con la narrazione del multimiliardario. «Mentre provi a colonizzare Marte, la Russia cerca di occupare l’Ucraina – la richiesta d’aiuto del vice primo ministro –. Mentre i tuoi razzi atterrano dallo spazio con successo, quelli russi attaccano i civili». La risposta poche ore dopo, con l’annuncio che il servizio sarebbe stato attivato in Ucraina. 

La connessione internet via satellite, come suggerisce il nome, non ha bisogno né di una rete terrestre di cavi, come la fibra delle nostre città, né della vecchia copertura telefonica. Non servono ripetitori. La banda larga arriva grazie a piccole parabole, come per la tv satellitare. L’unico requisito è l’elettricità necessaria ad alimentarle. In tempo di pace, è una tecnologia utile a raggiungere le aree rurali o periferiche. Durante una guerra, può diventare un «ponte aereo» di fondamentale importanza. 

Il conflitto ha distrutto una parte dell’infrastruttura fisica su cui viaggiano i dati, oltre a quella televisiva di Kiev. Pensiamo spesso al web come a qualcosa di iperuranico ed etereo, ma anche i «cloud» girano su server fisici, che consumano energia. Hanno fondamenta online molti dei servizi basilari di uno Stato, ci passano le comunicazioni e una mole di dati mai stati così «sensibili». 

Può esservi capitato, se li monitoravate in questi giorni, di non riuscire temporaneamente ad accedere al sito ufficiale del governo ucraino, dove si trovano anche le informazioni per le donazioni internazionali, o delle principali testate giornalistiche del paese, come il Kyiv Post o il Kyiv Independent (nel momento in cui questo articolo viene scritto, sono di nuovo operative le pagine dei quotidiani, mentre restano irraggiungibili i siti del governo). 

Messaggi di errore, democrazia sotto attacco. Ma in un’epoca dove ogni cittadino ha un telefono in tasca o in mano, non spegnere internet significa anche e soprattutto non silenziare la libertà d’espressione e le testimonianze su un dramma che la propaganda putiniana e i suoi epigoni si ostinano a negare. Non a caso, il regime del Cremlino negli ultimi anni ha cercato un’«autarchia digitale» che gli permettesse di continuare a falsificare la realtà. 

Le antenne di Starlink spedite (non si sa quante) in Ucraina hanno un difetto. Per funzionare in modo ottimale, andrebbero posizionate sulla sommità di un edificio. Ciò le espone, assieme a chi le installa, a rischi in caso di bombardamenti. Ma soprattutto, mette in guardia il ricercatore dell’università di Toronto John Scott-Railton, i russi potrebbero intercettare il segnale dei trasmettitori e utilizzarlo in una triangolazione per individuare nuovi obiettivi da colpire. Lo hanno già fatto in Cecenia e in Siria. 

C’è una costante nelle settimane della crisi diventata guerra, fin da quando era ancora «solo» una crisi geopolitica. I satelliti. «Foto» o «immagini satellitari» sono espressioni che hanno accompagnato la cronaca. È cominciato tutto da lì. Rilevazioni dall’atmosfera hanno scoperto che il Cremlino stava ammassando truppe alla frontiera. Hanno poi smentito un ritiro mai avvenuto e avvertito che, anzi, lo schieramento era cresciuto ancora. 

Dopo l’aggressione russa, i telespettatori di tutto il pianeta hanno visto quelle immagini dall’alto, magari senza ricollegarle al fatto che fossero state scattate dall’orbita terrestre. Sono, purtroppo, familiari le lunghe file di blindati in marcia verso Kiev o le altre città assediate. In alcuni casi, sono state immortalate da compagnie private che poi le hanno inoltrate alle redazioni. Hanno documentato il conflitto come quelle delle agenzie storiche, Reuters e AP. Le foto in altissima risoluzione sono poi prove inconfutabili per i governi occidentali di fronte alle menzogne di Mosca. 

Un’altra tecnologia che ha fatto da game changer, ad esempio per tracciare il dispiegamento dei mezzi pesanti, sono i radar ad apertura sintetica (o synthetic aperture radar, abbreviato nella sigla «SAR»). Permettono di bucare le nubi o la nebbia e, in modo ridotto, anche la pioggia. A differenza dei sensori ottici, infatti, i dati rilevati da questi radar sono elaborati attraverso una «focalizzazione» che ricostruisce, con una precisione nell’ordine del metro, anche la geografia dello spazio.

Questa spy story tra le nuvole ha ricadute sulla guerra. Per esempio, ha consentito di notare che in Bielorussia era stato costruito un nuovo ponte sul fiume Pripyat, vicino al confine con l’Ucraina. La previsione, purtroppo corretta, era che i russi studiassero la logistica in vista di un’invasione lungo quella direttrice. Quando questa è avvenuta, allora gli ucraini hanno sabotato i ponti in quella zona per rallentare l’avanzata del nemico. È un caso ripreso dal portale specializzato Quartz

Le tensioni e le sanzioni si sono riflesse sull’esplorazione spaziale. La Russia ha ritirato gli 87 tecnici alla base di Kourou, nella Guyana francese, da dove il 5 aprile sarebbero dovuti partire (su un razzo Soyuz) due satelliti del sistema di navigazione europeo Galileo. Non è il solo lancio a essere stato compromesso: sarà rinviata anche la missione ExoMars, prevista entro fine anno, che avrebbe dovuto cercare tracce di vita su Marte con un rover. È stata di fatto sospesa la collaborazione tra le agenzie spaziali dell’Ue e della Federazione russa, Esa e Roscosmos. Anche il futuro della Stazione spaziale internazionale (Iss) è minacciato.

I satelliti sono importanti quasi quanto i carri armati. Nel 2022 può suonare come un’esagerazione: sta già smettendo di esserlo e lo confermeranno le guerre del futuro.