Superare lo status quoI prossimi snodi della politica economica di Draghi saranno pensioni, concorrenza e fisco

Il percorso delle riforme in programma entro la fine della legislatura è composto di obbiettivi importanti: eliminare privilegi odiosi come la flessibilità in uscita, aprire al mercato i servizi pubblici locali, concludere il lavoro di revisione, in senso equo, delle tasse

Strada
di Matt Duncan, Unsplash

Pensioni, concorrenza e fisco, su questi tre binari si rafforzerà o meno la portata riformatrice della politica economica di Mario Draghi da oggi alla conclusione della legislatura. Gli ostacoli verranno dai sindacati e dai partiti, per i quali l’attenzione a un supposto consenso crescerà con l’avvicinarsi delle elezioni politiche.

Sulle pensioni la manovra ha segnato l’uscita da quota 100 e quindi l’eliminazione di un privilegio per alcune centinaia di migliaia di persone, costoso per tutti e ingiustificabile, in termini di equità intergenerazionale. Oggi va sventato da parte di Draghi il tentativo conservatore dei sindacati di introdurre flessibilità in uscita senza legarla al ricalcolo contributivo, in sostanza facendola pagare a tutti i contribuenti e non solo a chi opterà per andare prima in pensione, sulla base, come dovrebbe essere, dei contributi che ha realmente versato.

Il governo ovviamente propone di introdurre flessibilità in uscita a condizione che sia a zero impatto sui conti pubblici. Da oltre 20 anni i cittadini che più si sono impoveriti in Italia sono gli under 34 e l’unica fascia d’età che ha visto ridursi il tasso di povertà è quella degli over 65. Ogni misura non finalizzata, dunque, a ridurre la spesa a carico della fiscalità generale a integrazione dei contributi versati dai lavoratori e non volta a ridurre il divario tra la retribuzione media dei lavoratori e l’importo medio delle pensioni, corrisponde a un attentato ai diritti dei giovani, dei lavoratori attuali e dei pensionati di domani. Ne sapremo di più già con il DEF fra qualche settimana, ma la fermezza del governo sul punto sarà centrale affinché la riforma del sistema pensionistico proceda nel suo carattere riformatore: equità senza privilegi, riduzione dei costi con conseguenti maggiori investimenti in produttività, quindi occupazione e crescita dei salari.

Sul disegno di legge concorrenza fermo al Senato, lo snodo principale, per impatto potenziale e di prospettiva su crescita e conti pubblici, è quello dell’apertura dei mercati dei servizi pubblici locali.

Sindacati e partiti che hanno edificato un sistema locale di società e affidamenti pubblici estraneo al mercato, alle gare e all’accountability, nell’ultimo quarto di secolo, sono sul piede di guerra. Hanno già “denunciato” l’attacco alle loro rendite. Il ddl concorrenza Draghi prevede, tra l’altro, la separazione tra le funzioni regolatorie e quelle di gestione diretta dei servizi locali, tra controllore e controllato dunque, aprendo di fatto ai soggetti privati.

Prevede, in linea con norme già in vigore ma sostanzialmente non rispettate, un rafforzamento della necessità di giustificare il mancato ricorso al mercato per la gestione dei servizi pubblici, limitando così il ricorso alle autoproduzioni, cosiddetto “in house”. Prevede, inoltre, norme finalizzate a incentivare il ricorso alle gare anche nel trasporto pubblico locale e regionale. Aprire realmente il settore dei servizi pubblici locali al mercato permetterebbe anche di incidere su quei 26 miliardi circa che annualmente vengono trasferiti dagli enti locali alle società partecipate – solo 14 dei quali per oneri da contratti di servizio – a fronte di un ritorno di 3 miliardi e mezzo, così come di incidere su quelle 1200 società che non si trovano nelle condizioni, previste dalla legge, che legittimano il mantenimento in mano pubblica.

Insomma una piccola rivoluzione in senso concorrenziale laddove le riforme precedenti pur con obiettivi corretti, hanno sostanzialmente fallito. Il rischio è che in Senato i partiti, anche per la pressione sindacale, depotenzino completamente il ddl.

Sul fisco la manovra Draghi ha abolito l’IRAP e ridotto le tasse per circa 30 milioni di cittadini, rivedendo le aliquote IRPEF e intervenendo essenzialmente sulla spesa fiscale. I governi Conte hanno invece, è bene ricordarlo, alzato la pressione fiscale complessiva. Ora ci aspetta una vera e propria riforma fiscale tramite altri decreti legislativi di attuazione dei principi e criteri fissati nella delega.

È auspicabile che Draghi lasci spazio a una consistente riduzione delle spese fiscali, che in Italia non sono numericamente seconde a nessuno e che con micro-provvedimenti favoriscono micro-categorie di italiani a dispetto di interventi a beneficio dell’insieme dei contribuenti. Irrinunciabile anche la revisione dei valori catastali che dovrebbe, al netto degli “starnazzamenti” del centrodestra d queste ore, riportare i tributi sugli immobili in linea con i valori di mercato.

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