L’Italia kafkianaIl cavillo che impedisce alle donne ucraine di raggiungere i figli in fuga

Per avere il permesso di soggiorno occorre, di norma, rimanere nel territorio italiano fino al completamento della pratica. Pena, il rigetto della richiesta di regolarizzazione. La soluzione? Un permesso speciale da parte del governo, che non è ancora arrivato. Molte intanto hanno sfidato la legge e ora rischiano

(La Presse)

La lentezza della burocrazia italiana, da un lato. La guerra, dall’altro. In mezzo, da un mese, ci sono quasi 20mila lavoratrici ucraine che ancora aspettano il permesso di soggiorno dalla sanatoria dell’estate 2020. Molte sono colf e badanti assunte dalle famiglie italiane, che vorrebbero uscire dall’Italia per raggiungere figli e parenti in fuga dalle bombe russe e portarli in un posto sicuro. Ma la norma prevede che non possano lasciare l’Italia fino alla completa risoluzione della pratica. Pena, il rigetto della richiesta di regolarizzazione.

Dall’inizio dell’aggressione russa del 24 febbraio, tante lavoratrici ucraine in Italia non ci hanno pensato due volte e hanno raggiunto i familiari ai confini con la Polonia e l’Ucraina, ben sapendo il rischio a cui sarebbero andate incontro. Ad aspettarle ci sono soprattutto figli minorenni, accompagnati dai padri, a cui la legge marziale impedisce di uscire dal Paese. E al ritorno in Italia, con il timbro sul passaporto, si sono ritrovate punto e a capo. Alcune questure – raccontano – stanno chiudendo un occhio. Ma non tutte lo fanno.

Tante lavoratrici ucraine però sono rimaste bloccate in Italia. Incastrate in una situazione kafkiana, in preda all’angoscia per i familiari in pericolo. Come Veronica, colf ucraina a Milano, che ha lasciato nel suo Paese una figlia di sei anni. I nonni non hanno intenzione di lasciare l’Ucraina, ma si sono offerti di accompagnare la bambina al confine con la Polonia. Peccato, però, che per Veronica partire e uscire dall’Italia significherebbe rinunciare al permesso di soggiorno, dopo quasi due anni di attesa.

E anche nei casi in cui i figli minori siano riusciti a raggiungere le mamme nel nostro Paese – spiegano dall’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) – per lo Stato italiano di fatto queste immigrate irregolari è come se non esistessero, rendendo quindi difficoltosi anche i ricongiungimenti familiari.

L’Italia è il primo Paese europeo per presenza di cittadini ucraini: 236mila persone, di cui il 77,6% donne e il 65% impiegato nei servizi alla persona. «Stiamo ricevendo segnalazioni da parte di cittadini ucraini che nel 2020 hanno presentato domanda di regolarizzazione, impossibilitati a uscire dall’Italia per ricongiungersi ai figli e ai parenti che scappano dalla guerra», ha spiegato qualche settimana fa Andrea Zini, presidente di Assindatcolf, l’Associazione nazionale dei datori di lavoro domestico. «Il rischio è che chi è ancora in attesa del permesso di soggiorno, ovvero la maggior parte considerato l’estremo ritardo con cui sta procedendo l’iter, si veda rigettare la pratica. Dopo quasi due anni di attesa sarebbe davvero inconcepibile, soprattutto ora che molti di loro stanno vivendo un’emergenza umanitaria».

Il decreto rilancio del 2020, in piena emergenza pandemia, aveva aperto le porte della regolarizzazione a oltre 200mila lavoratori, di cui l’85% solo nel settore domestico. Ma la norma prevedeva che chi era in attesa del permesso di soggiorno non potesse lasciare il territorio nazionale. Il problema è che, mentre nelle prefetture le pratiche vengono evase a rilento, chi ha fatto richiesta da quasi due anni è di fatto bloccato in Italia. E con lo scoppio della guerra la situazione si è aggravata. Soprattutto considerando il fatto che quella ucraina, con 18.639 domande arrivate, è la prima nazionalità tra i lavoratori che hanno aderito alla sanatoria nel settore domestico per uscire dal lavoro nero. Stando al monitoraggio effettuato dalla campagna “Ero Straniero”, promossa dai Radicali Italiani, a ottobre scorso solo poco più di un terzo delle pratiche era stato finalizzato da parte delle prefetture, con soli 38mila permessi di soggiorno rilasciati.

Proprio da “Ero Straniero” a inizio marzo è partito un appello alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese per un intervento immediato. Il 4 marzo, il Consiglio europeo ha deciso di attivare la direttiva 55 del 2001 sulla protezione temporanea per i profughi ucraini. E da allora si attende dal governo il dpcm per attuare la direttiva che ora, si spera, possa contenere anche un «lasciapassare» che permetta alle lavoratrici ucraine di andare e tornare dal proprio Paese senza rischiare di mandare a monte la procedura per ottenere il permesso così lungamente atteso.

L’8 marzo, l’Ispettorato nazionale del lavoro ha diffuso una circolare con la quale raccomanda di assicurare priorità alle pratiche di emersione dei rapporti di lavoro per i cittadini ucraini. E con il decreto dello scorso 19 marzo, il consiglio dei ministri ha stanziato 24 milioni per la proroga dei contratti in scadenza dei lavoratori somministrati degli uffici immigrazione, in modo da velocizzare le procedure.

La presidente del gruppo Pd alla Camera Debora Serracchiani ha chiesto alla ministra Lamergese e al governo di intervenire. «Sarebbe una tragica beffa», ha detto, «se chi ha atteso anche due anni per regolarizzare la propria posizione in Italia ora a causa della guerra perdesse la possibilità di continuare a lavorare finalmente in regola».

Il problema, in ogni caso, riguarda anche le lavoratrici che hanno chiesto il rinnovo del permesso di soggiorno e sono in possesso del cosiddetto “cedolino”. Che permette sì di uscire dall’Italia, ma per andare e tornare direttamente dal proprio Paese, senza tappe intermedie in altri Paesi. Cosa che non è possibile per gli ucraini che oggi raggiungono i familiari in fuga dalla guerra ai confini polacchi, rumeni o moldavi.

Ora tutti sperano in una moratoria nel prossimo dpcm atteso a giorni. O meglio ancora, di ottenere finalmente il dovuto via libera alla richiesta di regolarizzazione fatta nel 2020. In questo modo, la pratica per l’ingresso dei figli sarebbe quella di un semplice ricongiungimento famigliare anziché una più lunga e complicata richiesta di asilo di un minore.