La nostra guerraQuando sotto le bombe c’erano gli italiani

Con il romanzo “La scelta”, Walter Veltroni racconta la storia di una famiglia di Roma nel luglio 1943. Sono quei giorni decisivi in cui la Capitale viene colpita dal fuoco alleato e tutti si trovano di fronte alla necessità di prendere decisioni dolorose

da Wikimedia Commons

“Perché odio gli inglesi”. Io non so cosa rispondere, non so cosa scrivere. Ma è un tema da dare per l’estate a una ragazza di quattordici anni? Cosa le è saltato in mente alla professoressa? Io non li odio, gli inglesi, perché mai dovrei? Ci saranno, a Londra, ragazze come me e bambini impauriti, mogli di soldati al fronte e genitori di figli morti in battaglia. La guerra non mi piace, mi fa tristezza. Non ha nulla di bello e non sai mai chi ha ragione. È nera, una notte scura. È un tempo che non vedi l’ora che finisca. Come una malattia.

La guerra ha cancellato tutto quello che vivevamo in allegria: i picnic con i panini al Parco della Rimembranza, le festicciole con i compagni di classe, le gite fuori porta, la cena con i tavoli sul marciapiede da sor Alfredo che cucina una pasta alla carbonara che ci rendeva allegri, tutti e quattro.

La guerra ha cambiato papà, ora è sempre preoccupato e nervoso, Arnaldo è diventato un cavallo imbizzarrito e mamma si strugge nel cercare cibo per noi. Non vedo l’ora che finisca, questa guerra che ci hanno insegnato a invocare. Ma la guerra è bella quando non c’è, solo quando non c’è.

Il padre di Elisa, la mia compagna di classe, è sparito. È partito per la Russia e non è tornato.

Neanche morto. Non se ne sa più nulla, in famiglia non conoscono il suo destino, la mamma va ogni giorno alla stazione con la foto di suo marito, sperando che qualcuno lo riconosca. Elisa mi ha fatto leggere le ultime lettere che ha ricevuto dal padre, ormai diversi mesi fa. Mi sono tornate alla mente pensando al tema che quella scellerata di professoressa ci ha assegnato. Neanche lui, che stava al fronte, odiava i suoi nemici, i russi. Era solo stanco, tanto stanco.

Il papà di Elisa scriveva che non ce la faceva più. Che aveva freddo e fame, che le armate italiane erano senza munizioni e senza mezzi di trasporto, che le divise erano inadeguate per il gelo, che molti suoi commilitoni stavano scappando e tanti, tra cui un ragazzo di Tolmezzo con cui aveva fatto amicizia, erano morti.

Ho copiato un pezzo dell’ultima lettera, che mi ha molto impressionato:

… Il freddo era feroce: con milioni di trafitture ci penetrava negli orecchi, sotto il passamontagna, e, di quando in quando, dovevamo sfilare le mani che tenevamo costantemente riparate, assieme alle bombe, nelle tasche del pastrano, per frizionarci vigorosamente il naso con un’operazione quanto mai dolorosa. I piedi sembravano attanagliati dagli scarponi ed avvertivamo la carne formare un tutto unico con le calze. Sovente,approfittando di qualche punto più riparato, pestavamo forte i piedi sulla neve e li sbattevamo l’uno contro l’altro cercando di muovere le dita… Sotto le isbe di Deresowka, mi sfilai la borraccia ed ingollammo una buona sorsata di cognac. Per berlo era una impresa. Guai se le nostre labbra fossero venute a contatto con il metallo; freddo com’era, ci avrebbe profondamente ustionato, strappandoci lembi di carne. Dovevamo, perciò, con estrema cautela, farcelo colare direttamente in gola, dove bruciava facendoci restare senza respiro. Ci asciugavamo poi, in fretta, le eventuali gocce, perché altrimenti la pelle, già tesa dal freddo sino a spezzarsi, si sarebbe aperta in profonde e dolorose screpolature.

Queste parole mi hanno molto impressionata e le ho lette ad Arnaldo, una sera, prima di dormire. Lui si è infuriato, ha cominciato a battere i pugni sulle lenzuola. Era una vergogna che, mentre quella povera gente soffriva e moriva, i gerarchi responsabili di averli mandati al massacro facessero la bella vita e Mussolini se ne stesse tra gli agi dei giardini di Villa Torlonia. Ha detto che era una guerra assurda, che la stavamo perdendo miseramente per andare appresso a quel pazzo di Hitler e che bisognava fare qualcosa.

Ma io, Margherita, cosa posso fare? Pensavo a Elisa che piangeva mentre mi leggeva la lettera e a suo padre che chissà dove era, se era. Ad Arnaldo non ho letto, per non farlo arrabbiare di più, un altro passaggio, in cui il papà della mia compagna diceva di aver familiarizzato con i russi. La gente di quelle campagne, i nemici, era disposta ad aiutarli. Per una medaglia o un caricatore era disposta a cedere una gallina o delle uova.

Anche loro cercavano pane, anche loro erano affamati e disperati.

Ho letto i brani della lettera anche a Franco. Lui è più grande di me di quattro anni e forse per quello mi è sembrato che non volesse dare importanza a quelle parole. Non si è di certo commosso né indignato. Ha alzato le spalle e ha detto solo che la guerra è così, come se la cosa non lo riguardasse. Mi ha sorpreso, ma devo dire che avevo pensato di farlo struggere con quelle parole, in primo luogo perché si accorgesse di me. Invece niente, mi ha trattato come una bambina. Lui guarda quelle più grandi e questo non mi va giù. Se sapesse che ieri, 8 luglio, sono diventata donna…

Papà dice che quelli belli sono scemi, ma forse lo dice perché lui sa di non essere un adone. Se però è vero, Franco deve essere molto stupido, perché è meraviglioso. Quando cammina sembra voli, capelli biondi e lineamenti perfetti. Tutte le ragazze della scuola sono innamorate di lui. E lui ne è consapevole, perché si muove come un pavone. Io sono piccola, anzi lo ero, ma devo riuscire a baciarlo, prima o poi.

Così deve sposarmi, dopo.

Anche Elisa, ora che la scuola è finita, tutte le mattine va alla stazione Termini con la mamma. Porta con sé una foto del padre in uniforme, in modo che sia più riconoscibile. Passano delle ore lì, sui binari, e spesso le guardie le mandano via. Non sono sole, ci sono decine di mamme e mogli che fanno la stessa cosa. Domani voglio andare con lei, almeno le faccio compagnia. E se hanno un’altra foto del papà anche io la voglio mostrare a quei ragazzi che tornano.

Faccio finta di avere un padre eroe di guerra, mentre il mio è usciere all’agenzia Stefani. Quella che dice che in Russia stiamo combattendo ad armi pari e che i russi alla fine perderanno. Non so se sperare che abbiano ragione. Sono stanca di questa vita e di parlare solo di guerra, bombardamenti, morti, cibo da trovare.

Qualcuno vinca, qualcuno perda, ma finisca, una volta per tutte. Voglio togliere la carta blu dalle finestre e poterle aprire per respirare l’aria delle serate romane.

Non è così che dovrebbero vivere le ragazze della mia età. Dovremmo poter sognare Massimo Girotti o Alida Valli, cantare le canzoni di Rabagliati o del Trio Lescano e ballare nelle strade agitando le nostre belle gonnelline a fiori con i calzettoni bianchi.

Mamma mi ha dato da mettere dell’ovatta per mascherare il sangue che mi cola sulle gambe. L’ho fatto, ma si deve essere spostata e così ho macchiato proprio i calzettoni. Me ne sono accorta perché per strada mi ha guardato in basso un signore che poi ha sorriso con uno strano ghigno. Stavo andando all’edicola a comprare la rivista «La Donna» che mi piaceva tanto perché dava consigli alle ragazze e alle donne su come truccarsi e pubblicava dei vestiti bellissimi, da sogno, ma ora insegna solo come riciclare gli abiti e rammendare le divise. Quando mi sono accorta delle macchie sono tornata sui miei passi e di corsa ho riguadagnato casa. È difficile essere donna. Mi sento anche strana, debole, ho mal di testa.

Forse era meglio restare ragazza. O forse no.

Ho detto a papà che uno di questi giorni voglio andare con Elisa alla stazione Termini.

Me lo ha impedito. Mi ha detto solo: «No». Io gli ho chiesto perché. Lui mi ha risposto, infastidito: «È pericoloso». E non ha più detto altro.