Rovesci della medagliaL’invasione russa dell’Ucraina può accelerare la transizione energetica dell’Ue

Prima della guerra il processo aveva solo un obiettivo ambientale, mentre oggi all’Unione serve modificare il suo approvvigionamento energetico anche per essere pronta a rinunciare al gas di Mosca

Unsplash

L’invasione dell’Ucraina, come abbiamo raccontato qui su Linkiesta, ha imposto all’Unione europea una brusca modifica dei piani energetici. Fino a un mese fa era Mosca a fare pressioni politiche sull’Ue diminuendo le forniture di gas e minacciando di ridurle ulteriormente. A distanza di poche settimane è il blocco europeo a voler dipendere sempre meno dalle materie prime russe. Tanto che la presidente Ursula von der Leyen ha già annunciato una data in cui l’Ue sarà completamente indipendente dalle forniture russe: il 2027.

La transizione energetica prima della guerra in Ucraina aveva un solo obiettivo, quello ambientale: affrancare cioè le nostre economie dai combustibili fossili più inquinanti, come carbone e petrolio. Ma oggi, di colpo, modificare il nostro mix energetico serve anche a un altro scopo, quello di essere pronti a rinunciare al gas russo. 

Esiste la preoccupazione che questo cambiamento così brusco rallenti la transizione ecologica? Sì, effettivamente se davvero la Russia interrompesse completamente le forniture utili per il prossimo inverno molti paesi europei dovrebbero ricorrere a fonti più inquinanti, come il carbone o l’aumento dell’uso del petrolio. Per il momento però il flusso di gas russo verso l’Unione europea non è diminuito, quindi si tratta solo di un’ipotesi. Il dato più rilevante se mai è un altro: se sul breve periodo potremmo essere costretti a ricorrere al carbone per supplire alla mancanza di gas russo, sul medio e lungo periodo che effetti avremo? 

La Germania, il paese più popoloso d’Europa e in assoluto quello più dipendente dalle forniture russe, ha già annunciato di voler aumentare gli investimenti nelle energie rinnovabili. Tanto che Berlino ha fatto una previsione: entro il 2035 il 100% dell’energia utilizzata sul suolo tedesco verrà dalle cosiddette fonti verdi. Ma alcuni cambiamenti consistenti sono già in corso, come un corposo aumento degli investimenti su impianti solari e fotovoltaici. Robert Habeck, il ministro per gli affari economici tedesco (nonché vice cancelliere e rappresentante dei Verdi), ha dichiarato di recente che tra soli otto anni l’80% dell’energia tedesca proverrà da fonti rinnovabili. La Germania aumenterà anche la produzione di energia eolica onshore a 10 gigawatt all’anno entro il 2027 dai circa due gigawatt attuali.

L’Olanda ha piani simili a quelli tedeschi. Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe il governo ha presentato un piano che punta a velocizzare la transizione energetica. L’obiettivo è costruire più impianti eolici da subito, per raddoppiare la loro capacità entro il 2030.

La Francia, che è il secondo stato dell’Unione per popolazione e dipende in misura minima dalle importazioni russe, ha presentato piani che vanno nella stessa direzione. Il governo, per esempio, da una parte incentiverà l’installazione di pompe di calore elettriche e dall’altra disincentiverà la costruzione di impianti a gas.

E l’Italia? Il Consiglio dei ministri ha appena deciso per lo sblocco di sei parchi eolici. Questi vanno ad aggiungersi ai due già sbloccati lo scorso febbraio. Se consideriamo tutti gli impianti sbloccati dalla fine del 2021 il totale dell’energia aggiuntiva da fonti rinnovabili è di 1,4 gigawatt.

Ci sono anche altri passi che alcuni paesi dell’Unione europea potrebbero fare nei prossimi mesi. Il Belgio e la Germania, per esempio, stanno considerando di ritardare la chiusura di alcune centrali nucleari. Questo avrebbe benefici sia in termini di indipendenza energetica europea dalle fonti russe, sia da un punto di vista ambientale, visto che la produzione di energia nucleare contribuisce al riscaldamento globale infinitamente meno che quella proveniente da carbone e petrolio.