In trinceaCome gli abitanti di Kiev si preparano a resistere all’assedio russo

I bambini con problemi di salute sono stati messi in salvo nei sotterranei mentre chi può riceve dal dipartimento di polizia di Volodymyrska Street un kalashnikov per presidiare i posti di blocchi a ogni angolo della capitale. «Credevano veramente che ci saremmo arresi senza combattere?», racconta Anastasia a Linkiesta

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A Bucha, trenta chilometri a nordovest dal centro di Kiev, la battaglia infuria ormai da giorni. Nelle scorse ore le forze ucraine hanno riconquistato Vorzel, un altro villaggio della cintura urbana. I russi rispondono secondo il loro stile: con una continua pioggia di bombe. In Maidan, la piazza-simbolo della rivoluzione filo-occidentale iniziata nel 2013, l’allarme risuona a tutte le ore.

Per ora il centro della capitale è ancora parzialmente illeso, ma probabilmente sarà solo questione di giorni. Sempre più spesso, al boato delle sirene fa seguito quello delle esplosioni. La scorsa notte un camion russo pieno di armi è stato colpito a meno di sette chilometri da Maidan. Cosa ci facesse, nel cuore delle difese ucraine – e come sia riuscito a oltrepassarle – resta uno dei tanti misteri di questa guerra.

Ogni giorno decine di persone si mettono in fila davanti al dipartimento di polizia di Volodymyrska Street, a pochi metri dalla cattedrale di Santa Sofia. Non cercano cibo né medicine: sono i nuovi volontari della “Viiska terytorialnoi oborony”, la “Difesa territoriale”. Qui riceveranno un kalashnikov – spesso piuttosto malandato, per la verità – e una semplice fascia gialla da allacciare al braccio. Toccherà a loro presidiare i molti post block che sono sorti in queste ore a ogni angolo della capitale.

Riusciranno a fermare gli invasori russi? Il morale sembra alto. «Avrei potuto lasciare la città, ma ho deciso di non farlo», racconta Pavel, baffi e capelli bianchissimi, che alla soglia della pensione ha trovato un nuovo “impiego” come comandante di un checkpoint. «Noi volontari – aggiunge – siamo già moltissimi, e siamo pronti a difenderci con ogni mezzo. Anche con le bottiglie Molotov, se sarà necessario».

Nei quartieri a nord di Kiev la vecchia cartellonistica è stata soppiantata da un nuovo genere di réclame luminosa: “Putin fottiti! Russi tornatevene a casa vostra!” In generale, il sentimento più diffuso è quello della rabbia.

«Quella gente è venuta qui con le armi, senza nessuna ragione – si accalora Anastasia, 38 anni, un passato da giornalista -. Nessuno li ha invitati. Prima si sono presi il Donbass e poi sono venuti qui a Kiev. Credevano veramente che ci saremmo arresi senza combattere?» 

Ma la situazione più drammatica è quella dei civili. Si calcola che quasi il 90% della popolazione del centro di Kiev abbia già lasciato le proprie case. Negli scorsi giorni la folla dei profughi ha letteralmente preso d’assalto la stazione ferroviaria della capitale. Ma i convogli diretti a ovest erano troppo pochi, e molte persone hanno dovuto attendere per giorni il proprio turno. 

All’ospedale Ohmadet di Kiev, il più grande polo pediatrico del Paese, decine di bambini con problemi di salute sono stati messi in salvo nei sotterranei. Sergej Chernishuk, il vice direttore della struttura, ha lanciato diversi appelli alle nazioni dell’Europa occidentale: «Vi prego, fate sì che venga bloccato lo spazio aereo ucraino – ci ha detto -. Bloccate questa maledetta guerra, o la catastrofe si abbatterà su di noi senza lasciarci scampo. Al momento siamo costretti a operare in condizioni sanitarie proibitive: abbiamo ancora cibo e medicine, ma non possiamo garantire nulla per il futuro. Se l’occidente non farà qualcosa, molti di questi bambini moriranno». 

È lo spettro della fame e delle malattie, che assieme a quello delle bombe aleggia oggi su tutta Kiev. Nelle strade non vi è un negozio aperto, salvo una manciata di farmacie e qualche minimarket. Li puoi avvistare da lontano, per via delle lunghe file che si snodano davanti alle loro vetrine. Dentro però vi è poco o nulla: impossibile trovare pane e carne fresca, mentre la poca verdura rimasta sugli scaffali è in parte ammuffita.

Si è parla dell’apertura di alcuni corridoi umanitari che permetterebbero alla popolazione rimasta di allontanarsi verso occidente. Non tutti però se ne vogliono andare. Sergio, che per anni ha lavorato con le aziende italiane, è uno di questi: «Qui c’è la mia casa – dice -. Da voi ho tanti amici, potrei rifarmi una vita. Ma andarmene ora sarebbe da vigliacchi. Kiev è la città dove sono nato. Mi ha dato tanto, non la abbandonerò».

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