L’uomo dei disastriChi è Sergej Šojgu, l’ingegnere che ha pianificato l’invasione russa in Ucraina

È laureato in ingegneria civile, ha costruito la sua carriera politica negli anni ‘90 ed è uno dei siloviki più vicini al capo del Cremlino. Il ministro della Difesa non ha una vera formazione militare, ma la sua carriera è segnata da successi importanti in Crimea e in Siria

AP/Lapresse

Nelle prime due settimane dall’inizio dell’invasione l’esercito russo non è riuscito a sbaragliare le difese ucraine. Nonostante la differenza tra le forze militari di Mosca e Kiev, l’invasore ha trovato sulla sua strada una resistenza validissima che ne ha fermato l’avanzata. E non solo: come avevamo raccontato nei giorni scorsi, la potenza militare russa è limitata da problemi e contraddizioni – come la dipendenza dai semiconduttori stranieri e le difficoltà finanziarie – che la rendono meno temibile.

L’intera offensiva russa, però, da un punto di vista interno rappresenta una vittoria per l’esercito russo: il Cremlino ha affidato i suoi piani d’attacco al comparto militare anziché al Servizio di sicurezza federale (Fsb), l’agenzia di sicurezza e spionaggio russa erede del Kgb.

«Fino a poco tempo fa l’esercito non era coinvolto nel processo decisionale russo ed era subordinato ai servizi di sicurezza, dai cui ranghi proveniva lo stesso Putin. Ma negli ultimi anni l’esercito ha assunto una nuova importanza, anche a livello politico», scrive Foreign Affairs, indicando un radicale cambiamento nella gerarchia della sicurezza russa.

A guidare questa transizione è stato uno dei membri più ambiziosi della cerchia ristretta di Vladimir Putin: Sergej Kužugetovič Šojgu, ministro della Difesa dal 2012.

Šojgu è nato il 21 maggio 1955 a Čadan, in Siberia, nella repubblica buddista di Tuva, territorio che confina con la Mongolia. Dopo una laurea in ingegneria civile è entrato nel settore delle grandi costruzioni e all’inizio degli anni Novanta ha ottenuto il primo grande incarico pubblico: la vicedirezione del Comitato di architettura e costruzione della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa.

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, Šojgu è diventato capo del ministero delle Situazioni di emergenza – una posizione nata proprio per inquadrare lui –, che si occupa soprattutto di persone e territori colpiti dai disastri naturali.

Il suo successo viene notato da Putin, che nel 1999 lo sceglie tra i leader del suo partito, Russia Unita: a quel punto, per Putin, Šojgu un volto spendibile a livello nazionale per alimentare la narrazione populista che cerca.

Da quel momento in poi, l’attuale ministro della Difesa diventa uno dei più affidabili nella cerchia ristretta del presidente. «Oggi Putin e Šojgu fanno regolarmente brevi batture di caccia e pesca in Siberia, dove possono dialogare su qualsiasi argomento. In questo momento, c’è solo un membro del gabinetto che fa parte del Politburo 2.0: questo è Šojgu», scriveva il Guardian a inizio febbraio.

Più sorprendente è stata la decisione di Putin nel 2012 di nominare Šojgu ministro della Difesa, dal momento che questi non aveva mai prestato servizio nell’esercito e non aveva una reputazione nella gerarchia militare.

Ma i risultati sono giudicati, da tutti, Putin per primo, molto soddisfacenti. «Šojgu è sempre pronto alla battaglia, ha provato a modernizzare l’esercito, ha anche aumentato gli stipendi per il corpo degli ufficiali. Allo stesso tempo, ha reso quasi impossibile per i giovani russi evitare il servizio militare», si legge su Foreign Affairs.

Due successi militari hanno cementato la reputazione di Šojgu ad altissimo livello. Il primo è l’invasione della Crimea del 2014, una delle cause all’origine dell’attuale conflitto in Ucraina. Il secondo è arrivato subito dopo, con la guerra civile siriana. L’esercito del dittatore siriano Bashar al-Assad, alleato del Cremlino, era in enorme difficoltà contro i ribelli, e solo l’intervento decisivo dell’esercito russo nel settembre 2015 ha permesso al dittatore mediorientale di conservare la sua posizione. Tra l’altro si è trattato di un successo a un costo relativamente molto basso per le truppe russe.

Nell’ultimo anno, quando Putin ha iniziato a pianificare la sua campagna in Ucraina, è stato chiaro fin da subito che non avrebbe considerato la Fsb per guidare l’avanzata. L’enorme dispiegamento di truppe al confine ucraino, durato diverse settimane, dimostra la forza e la considerazione politica di Šojgu in questo momento alla corte di Putin – anche se questo non gli è risparmiato quel senso di instabilità che accompagna tutti i rappresentanti delle istituzioni del Paese: se l’autocrate dovesse cambiare idea, anche Šojgu salterebbe, su questo non c’è dubbio.

Intanto però il ministro della Difesa procede alla sua maniera, distinguendosi anche dagli altri siloviki. Lo si è visto ad esempio nella riunione del Consiglio di Sicurezza che ha preceduto l’inizio dell’invasione: mentre tutti gli altri si sono limitati a dire che, ovviamente, erano d’accordo con Putin nell’approvare il riconoscimento dell’indipendenza delle due repubbliche separatiste – qualcuno tremando di paura, come il capo dei servizi segreti Sergej Naryškin – Šojgu è andato oltre, arrivando ad accusare Kiev di voler diventare una potenza nucleare. «In Ucraina ci sono più tecnologie, specialisti e capacità produttive che in Iran e nella Corea del Nord», ha detto.

A proposito di nucleare: Šojgu è l’uomo che ha tra le mani uno dei codici nucleari necessari per lanciare i razzi atomici russi. La prima chiave è ovviamente nelle mani del presidente, le altre due valigette sono in dotazione al capo di stato maggiore interforze Gerasimov e allo stesso ministro della Difesa.

Prima dell’invasione dell’Ucraina, un attacco su larga scala sembrava improbabile, per più di un motivo: lo schieramento di truppe aveva fatto perdere del tutto l’effetto sorpresa; la reazione del mondo occidentale sarebbe (ed è) stata immediata; i problemi interni della Russia sarebbero (e sono) stati un fattore. Ma il nuovo peso dell’esercito nella politica del Cremlino e il credito guadagnato negli anni da Šojgu devono aver convinto Putin a fare la mossa più azzardata.

«Ora che l’assalto è in corso – scrive Foreign Affairs – la campagna militare è guidata da un capo che non vedeva l’ora di fare la guerra, un uomo che finora ha avuto solo successi e che non ha un l’addestramento militare adeguato per capire che anche una vittoria sul campo di battaglia a volte può portare a una sconfitta politica ancora più grande».

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