Il fantoccioChi è Viktor Janukovyč, l’ex presidente ucraino nelle mani di Putin

Dopo otto anni di oblio, il politico cacciato dal suo popolo nel 2014, ora si trova a Minsk. Secondo l’intelligence di Kiev, il dittatore russo vuole rimetterlo al potere al posto di Zelensky. In patria ha alternato picchi di popolarità a cadute rovinose

AP/Lapresse

Finora l’ultima immagine della sua carriera politica è stata quella dell’elicottero che si allontana dalla base navale di Sebastopoli.

Sembrava uscito di scena definitivamente Viktor Janukovyč, protagonista in negativo di quella che è stata l’ultima grande rivoluzione europea, l’Euromaidan. Erano gli infuocati giorni di febbraio 2014. Dopo otto anni di oblio, ora Janukovyč, sembra essere sul punto di tornare. Lo rivelano fonti dell’intelligence di Kiev, riportate dal sito ucraino Pravda. Janukovyč si troverebbe a Minsk, e Putin starebbe lavorando al suo reinsediamento. Una mossa un po’ a sorpresa. Quasi uno sfregio che il dittatore russo vorrebbe infliggere al popolo ucraino, una volta che sarà piegata la sua resistenza. Se sarà piegata.

Inizio e ascesa
Personaggio controverso Janukovyč, che in patria ha alternato picchi di popolarità a cadute rovinose, fino all’ultima cacciata. Nato nel 1950 in una famiglia proletaria dell’oblast di Donetsk, da madre russa e padre bielorusso, gli anni della gioventù non sono semplici, e finisce incarcerato due volte per furto e ingiurie. Due episodi apparentemente irrilevanti che però più avanti ne metteranno a rischio la carriera politica. Formatosi come elettricista, la prima parte della sua vita si svolge all’interno dell’azienda dei trasporti locale, dove assume l’incarico di manager.

L’ingresso in politica è datato 1980, quando entra nel PCUS, ma la scalata inizia molti anni più tardi, dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Nel 1996 viene nominato vice governatore dell’oblast di Donetsk, l’anno successivo diventa governatore ed entra nelle fila del neonato Partito delle Regioni, formazione politica regionalista di posizioni filo russe. Entrato nelle grazie del Presidente Leonid Kučma, l’ascesa è verticale. Nel novembre 2002 viene nominato primo ministro. La sua agenda di governo bilancia una posizione molto vicina a Mosca e qualche apertura a occidente. Se da una parte si dichiara fermamente contrario all’ingresso nella NATO, sostiene invece il processo di adesione all’Unione europea, e partecipa alla guerra in Iraq con l’invio di alcune truppe. 

La prima svolta
La svolta politica del “Proffessore” – epiteto nato proprio in quegli anni a causa di un curioso errore sulle schede elettorali – avviene a cavallo tra il 2003 e il 2004, quando assume la carica di leader del suo partito e si candida alle elezioni presidenziali. Le sue posizioni diventano marcatamente più populiste e spregiudicate. Nella tornata elettorale il suo avversario è il filo occidentale Viktor Juščenko, grande protagonista della politica di quegli anni, già Presidente della Banca centrale ucraina e primo ministro tra il 1999 e il 2001. Il primo turno si svolge sul filo dell’equilibrio e vede avanti Juščenko di una manciata di voti (39,8% delle preferenze contro il 39,3% di Janukovyč). 

Il ballottaggio vede imporsi Janukovyč, ma il risultato viene subito contestato. Gli osservatori dell’OSCE e gli Stati Uniti denunciano gravi irregolarità: false schede elettorali, corruzioni nei seggi e intimidazioni. Lo scontento popolare porta a scendere in piazza centinaia di migliaia di persone. È l’inizio della Rivoluzione arancione. Le proteste portano la Corte Suprema a prendere in riesame l’esito del voto e ad annullarlo. Viene quindi indetta una ripetizione del ballottaggio, che questa volta vede uscire vincitore Juščenko con il 51,9% dei voti. 

L’araba fenice
La vicenda ha ovviamente forti ripercussioni sul suo governo, e Janukovyč è costretto a dimettersi. Per chiunque quegli avvenimenti avrebbero segnato la fine della carriera politica, ma non nell’Ucraina di quegli anni, non per una personalità perseverante e testarda come la sua. Alla guida del governo gli succede Julia Tymošenko, già vice primo ministro di Juščenko e volto noto della rivoluzione. Il suo mandato è segnato da continue frizioni e spaccature all’interno della maggioranza, che la portano alle dimissioni dopo soli otto mesi. Non ha più fortuna il governo del suo successore, Jurii Jechanurov.

Si arriva così alle elezioni parlamentari del 2006, dove il più votato risulta essere di nuovo il Partito delle Regioni. Al termine di travagliate consultazioni viene formata una maggioranza guidata dal partito di Janukovyč, in coalizione con il partito di Jušcenko, Anche questa esperienza di governo dura però solo un anno. Già nel 2007 si torna a votare e questa volta Janukovyč ne esce sconfitto. Sono questi gli anni in cui il suo partito firma un accordo formale con Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, siglando un intreccio che da qui in poi diventerà indissolubile. 

Atto finale
Janukovyč si gioca la carta del grande ritorno alle presidenziali del 2010 e nel doppio turno sconfigge Tymošenko. Sono questi gli anni in cui rafforza i legami con La Famiglia, un ristretto gruppo di oligarchi legato a interessi nei settori energetico e immobiliare. Tra i più potenti, il giovane Serhiy Kurchenko, definito il re del gas ucraino, che attraverso un sistema di scatole cinesi collegato a compagnie off shore riesce a costruire in poco tempo un impero da 400milioni di dollari. La maggior parte di questi soldi arriva da transazioni finanziarie che vanno a detrimento delle compagnie statali del petrolio e del gas.

Sul fronte politico interno Janukovyč assume un comportamento sempre più autoritario facendo incarcerare Yulia Timošenko per malversazione dei fondi pubblici, ironia della sorte, proprio legata al commercio del metano. 

Il suo destino politico si gioca però sul tentativo di equilibrismo in politica estera. Nel novembre 2013 è sul punto di ratificare un accordo commerciale con l’Unione europea, ma il Cremlino reagisce molto male, bloccando le forniture di energia e l’import dall’Ucraina. Janukovyč si trova spalle al muro, con il Paese a un passo dal default, quindi è costretto a fare un passo indietro rinunciando alla firma dei tratti con Bruxelles, e accettando un sostanzioso pacchetto di aiuti finanziari da parte di Mosca. 

È la miccia che dà il via all’Euromaidan, portata in piazza da una popolazione stanca da anni di corruzione endemica, e di dissesto economico, mentre una cricca di pochi potenti accumulava ricchezze smisurate. Tra questi lo stesso Janukovyč, la cui residenza di Mezhyhirya, è diventata un simbolo di lussuria e potere. 

Janukovyć, ormai distaccato dalla realtà risponde alle proteste con leggi draconiane, volte a limitare la libertà di espressione e di assembramento, ma ormai è troppo tardi. La piazza è fuori controllo. La polizia risponde alle proteste sparando sulla folla. Alla fine le vittime saranno oltre un centinaio tra i manifestanti, 17 tra le forze dell’ordine. Per il suo comportamento verrà condannato in contumacia per alto tradimento. Il 22 febbraio, ormai sotto assedio, si dà alla fuga, denunciando un colpo di stato ordito da forze neonaziste. 

Nel suo esilio a Rostov sul Don, si perdono le sue tracce fino ai giorni nostri, quando quel filo spezzato otto anni fa potrebbe essere imprevedibilmente riannodato.