
Per festeggiare un anno di segreteria del Partito Democratico, Enrico Letta ha scelto, questione di gusti, di passare del tempo al Congresso di Europa Verde, il partito che Angelo Bonelli ha mantenuto ai minimi termini giusto nell’era dell’ambientalismo a gonfie vele, quello che tra l’altro ha riportato i verdi tedeschi al governo.
Proprio i tedeschi indicano quale possa essere la via per conquistare qualcosa di più di quell’1% che i sondaggi assegnano a un marchio che il marketing politico premia ovunque, ma non in Italia.
In quanto strategiche e decisive, le politiche ambientali serie sono esattamente il terreno su cui si misura la capacità di governo di un movimento – e lo dimostrano non da oggi proprio i tedeschi, mentre gli italiani, almeno quelli rappresentati dall’unico partito verde che viene ancora testato nelle rilevazioni, fanno esattamente il contrario, praticando l’estremismo talebano del vecchio no a tutto, abbracciando qualunque cosa che non sia un ragionamento scientifico, una riflessione concreta e soprattutto un’assunzione di responsabilità.
Anche Letta lo ha detto: abbiamo bisogno di una «presenza ecologista di governo». Un bisogno estremo, aggiungiamo, ma non con Bonelli, perché il tema ambientale è stato svilito e maltrattato da improvvisatori che hanno solo annusato il vento di Greta.
Ci hanno provato anche i 5 Stelle, non a caso, nell’ennesima edizione del populismo un tanto al chilo, quello del no Tap (meno male che c’è, con tutti gli ulivi attorno).
Il primo che sceglierà gli argomenti giusti per conquistare il tesoro politico che sta nella parola green si assicurerà un bel gruzzolo elettorale. Lo ha intuito ad esempio Beppe Sala, ma siamo ai primi passi, perché occorre attorno qualcosa di più che un desiderio, cioè un disegno politico coerente e complessivo.
E comunque non è facile ricostruire qualcosa sul deserto di idee lasciato da Europa Verde, il cui leader ancora ieri definiva «eticamente inaccettabile», e da rimuovere, la politica del ministro Roberto Cingolani sul gas.
Letta, per questo, ha perduto un’occasione buona. Anziché auspicare generiche convergenze, alleanze che magari sarebbe urgente promuovere in ben altre direzioni, si è ben guardato dallo spiegare ai Verdi Europei che cosa sta succedendo nel mondo e soprattutto che la guerra in corso ha spazzato via l’epoca delle anime belle, e la tassonomia energetica che piace a Bonelli. Proprio chi ha a cuore un futuro ambientalmente migliore, anziché trastullarsi con la parola transizione, dovrebbe concretamente far qualcosa per renderla effettiva e praticabile.
Il documento europeo sulla gerarchia delle fonti da usare per arrivare a obiettivi a oggi del tutto astratti (2035, 2050, no circa 2050…) è già stato stravolto da un quadro geopolitico profondamente cambiato dal 24 febbraio. Che senso ha criticarlo per eccesso, visto che è in difetto?
Partendo da qui, Enrico Letta avrebbe fatto bene a chiedere ai Verdi, per di più “europei”, di dare una mano ad avviare un dibattito vero, realistico, su che cosa ci aspetta. Per l’appunto una assunzione di responsabilità.
Non ci ha neppure provato. Segno che sapeva bene di non avere speranze. Verdi europei cercansi anche per l’Italia.