Scatti finaliLa Conferenza sul Futuro dell’Europa è sempre alla ricerca del giusto compromesso

Dalla penultima plenaria escono i contenuti della relazione finale, in una complessa trattativa per trovare il consenso senza votare. All’evento conclusivo del 9 maggio potrebbero essere invitati tutti gli 800 cittadini, chiamati in autunno a «verificare» la risposta delle istituzioni alle proprie proposte

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Il traguardo del 9 maggio si avvicina e nella maratona della Conferenza sul Futuro dell’Europa è il momento degli scatti finali. Politici e cittadini hanno discusso animatamente le proposte sul tavolo nella penultima sessione plenaria al Parlamento di Strasburgo, con una difficoltà aggiuntiva: il metodo di approvazione, che non prevede votazioni, ma solo un esplicito consenso da parte delle componenti.

I nove gruppi di lavoro hanno elaborato tra l’8 e il 9 aprile i rispettivi documenti conclusivi, che partono dalle raccomandazioni fornite dai cittadini nei quattro Panel europei e nei sei nazionali (Italia, Fancia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lituania) e tengono in considerazione il confronto dei loro delegati con europarlamentari, deputati nazionali, ministri, sottosegretari e rappresentanti di parti sociali e società civile.

Le versioni definitive di questi documenti saranno stilate in settimana con la collaborazione del Comitato esecutivo, l’organismo che gestisce la Conferenza e che ha seguito i lavori prendendo nota delle diverse posizioni. Unite, comporranno la «relazione finale», cioè il documento di sintesi che dovrà essere approvato nella prossima sessione (29/30 aprile) e che verrà presentato formalmente alle istituzioni dell’Unione europea il 9 maggio.

Consenso necessario
«Sarà una dichiarazione contro la guerra», dice il co-presidente del Comitato esecutivo Guy Verhofstadt, in riferimento all’evento finale, dai contorni ancora incerti, che cade nel giorno della Festa dell’Europa. Verhofstadt vorrebbe invitare tutti gli 800 cittadini che hanno partecipato ai quattro Panel europei della Conferenza, anche se fonti comunitarie mettono in risalto le difficoltà di un tale sforzo logistico.

A questa Plenaria, intanto, hanno preso parte 321 membri, ancora meno dell’appuntamento precedente. Alcuni lo hanno fatto da remoto, ma questa volta senza la possibilità di intervenire nell’emiciclo. Chi non ha potuto recarsi di persona a Strasburgo, è stato di fatto escluso dal dibattito: «Mi è stato detto che potevo ascoltare, ma non parlare. Una vergogna, dopo tutto l’impegno dei mesi scorsi», lamenta a Linkiesta Ilenia Greco, delegata dei cittadini del Panel 3.

Se l’organizzazione di questo esperimento di democrazia partecipativa resta complessa, lo è altrettanto il processo deliberativo che porterà alla relazione finale. Secondo le regole procedurali, è necessario che ogni singola proposta contenuta nel documento conclusivo ottenga il consenso (almeno) delle quattro componenti politiche: i tre commissari europei, i 108 eurodeputati, i 108 parlamentari nazionali e i 54 membri dei 27 governi europei che rappresentano il Consiglio dell’Unione. Il parere dei 108 delegati dei cittadini non è vincolante sulle conclusioni, ma un’eventuale «posizione divergente» da parte loro deve essere espressa nero su bianco. 

Con questo metodo, ogni componente politica disporrà de facto nella prossima sessione plenaria di un diritto di veto su tutte le proposte. L’obiettivo nei gruppi di lavoro è stato quindi trovare il maggior grado d’intesa possibile su ogni punto dei documenti, ricercando in alcuni casi un difficile compromesso tra le istanze di tutti i membri.

«Nel mio gruppo ci siamo arenati per quasi due ore sulla prima proposta», racconta a Linkiesta Valentina Balzani, delegata dei cittadini nel working group «Valori, diritti e sicurezza», presieduto dalla commissaria europea Věra Jourová.

«I valori e i principi descritti nei Trattati europei e nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea sono condizioni irreversibili e non negoziabili per l’accesso dei Paesi all’Unione […]. Nell’esaminare l’allargamento, bisognerebbe tenere in considerazione il valore aggiunto (dei nuovi Paesi) alla stabilità politica ed economica a lungo termine dell’Unione, insieme a un’analisi costi-benefici sul breve periodo», recitava il testo controverso.

Gli europarlamentari del gruppo volevano eliminare la parte relativa alle considerazioni economiche nell’accettazione di nuovi Stati membri. Alla fine l’hanno spuntata, ottenendo una riformulazione che esclude l’analisi costi-benefici e riduce a richiesta implicita la stabilità politica ed economica a lungo termine dell’Unione.

Ma anche dentro le componenti stesse, monta spesso il disaccordo. Solo i tre membri della Commissione che fanno parte della Plenaria parleranno con una voce sola, mentre eurodeputati, parlamentari nazionali, ministri e sottosegretari appartengono a Paesi e partiti politici diversi e offrono dunque visioni differenti su molti dei contenuti della Conferenza.

Uno degli esempi più lampanti riguarda le liste transnazionali per eleggere i parlamentari europei, richieste dai cittadini nel Panel 2 e oggetto di aspro dibattito nelle ultime due sessioni plenarie. L’eurodeputata Mara Bizzotto della Lega ha fatto sapere che il gruppo Identità e Democrazia si opporrà formalmente a questa raccomandazione, ma la sua contrarietà è ininfluente.

La delegazione del Parlamento europeo mette ai voti tra i suoi 108 componenti le questioni più divisive. Non è questo il caso: la maggior parte dei deputati nel gruppo di lavoro «Democrazia europea» ha espresso parere favorevole sulla possibilità di comporre liste transnazionali e quindi l’Eurocamera adotterà tale posizione. 

Ogni working group include infatti 12 europarlamentari, ripartiti in quote proporzionali tra i gruppi politici dell’emiciclo comunitario. Quando i membri dei principali (Partito popolare europeo, Socialisti&Democratici, Renew Europe e Verdi/Alleanza Libera per l’Europa) sono d’accordo, è superfluo procedere a una votazione. Piuttosto, spiegano a Linkiesta fonti interne, la conta di favorevoli e contrari sarà necessaria sui temi del gruppo «Economia, giustizia sociale e lavoro», dove si profila una divisione tra eurodeputati di destra e di sinistra.

Ogni componente decide in autonomia il proprio modus operandi e nel caso del Consiglio non è nemmeno chiaro come verrà presa la posizione finale su ogni punto. Non c’è nessuna «griglia regolamentare stringente», dice a Linkiesta il sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova. Insieme al collega preposto agli Affari europei Enzo Amendola, rappresenta il governo italiano nei 54 membri di questa componente politica: «Siamo aperti anche a una procedura che preveda, a un certo punto, una votazione». 

Una riunione di ministri e sottosegretari degli Affari europei, prevista a Lussemburgo martedì 12 aprile, dovrebbe chiarire le regole interne della delegazione. L’orientamento, comunque, sembra quello di mantenere il documento conclusivo della Conferenza il più possibile aderente alle richieste dei cittadini: il Consiglio sceglierà probabilmente un profilo basso, lasciando entrare nella relazione finale tutto ciò che autorizzano le altre componenti.

Verso il 9 maggio, e oltre 
Il fatto che una richiesta venga inclusa non significa che le istituzioni la realizzeranno. Dal 9 maggio comincia anzi un’altra partita, su cui molti fra i partecipanti esprimono scetticismo: nella fase successiva alla chiusura della Conferenza, Consiglio, Commissione e Parlamento europeo saranno chiamati ad esaminare i risultati emersi. Una prima verifica avverrà tra settembre e ottobre, quando sarà organizzata una nuova sessione «di feedback», in modo da fornire ai cittadini una prova di quanto fatto per esaudire le loro richieste. Anche in questo caso, i dettagli dell’evento sono tutti da definire.

L’organo più determinato nell’assicurare un seguito efficace all’esercizio democratico sembra il Parlamento, che potrebbe cogliere l’occasione per chiedere la convocazione di una convenzione europea, attivando cioè la procedura per procedere alla modifica dei trattati dell’Unione. Sarebbe senza dubbio il risultato più dirompente della Conferenza sul Futuro dell’Europa, un’ipotesi su cui, però, i protagonisti del processo non si sbilanciano.

«Si può fare molto anche senza toccare i Trattati: basta guardare l’acquisto comune di vaccini anti-Covid19 o il piano Next GenerationEu per la ripresa economica», afferma a Linkiesta la commissaria europea alla Democrazia e demografia Dubravka Šuica, spiegando come 
questo punto della discussione dipenda soprattutto dall’atteggiamento del Consiglio. Che è un’istituzione tradizionalmente conservatrice per quanto riguarda l’architettura europea e difficilmente si smentirà in questo frangente.

Il co-presidente che rappresenta gli Stati membri nel Comitato esecutivo, il Segretario di Stato agli Affari europei francese Clément Beaune, lascia però aperte tutte le porte, almeno a parole: nell’accogliere i suggerimenti di questo esercizio democratico, dice, non ci sarà nessun tabù. Dunque, non si esclude nemmeno un coup de théâtre: in caso di vittoria alle imminenti elezioni, Emmanuel Macron continuerà a detenere fino a giugno la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue e sarà «doppio» padrone di casa all’evento finale, previsto nella sede del Parlamento di Strasburgo come tutte le sessioni plenarie della Conferenza.

Fra i funzionari istituzionali si ipotizza un evento in pompa magna, con riti solenni e presenze di Capi di Stato. Il 9 maggio ricorre anche la Giornata della Vittoria russa, occasione per il governo di Vladimir Putin di celebrare la propria storia, rivendicare le scelte prese e mostrare al mondo l’unità del suo Paese. Il messaggio dell’Europa, in questo momento storico, non può essere da meno.