All’altezza delle aspettativeSolo con un nuovo Trattato la Conferenza sul Futuro dell’Europa avrà avuto un senso

Il prossimo 9 maggio, dopo un anno di dibattiti, eventi sui territori, panel di cittadini, si concluderà il grande evento di democrazia partecipativa organizzato da Bruxelles. Ora l’obiettivo di Parlamento, Consiglio e Commissione è (deve essere) ripensare e costruire l’Ue di domani ascoltando la voce di tutti gli europei

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Ripensare e costruire l’Europa di domani, ascoltando la voce di tutti gli europei. È questo l’obiettivo che Parlamento europeo, Consiglio e Commissione si sono dati per la buona riuscita della Conferenza sul futuro dell’Europa, ormai alle battute finali.

Iniziata un’ anno fa – durante il semestre di presidenza portoghese – la CoFoE si concluderà il prossimo 9 maggio, nell’anniversario della Dichiarazione Schuman e Festa dell’Europa.

Un anno di dibattiti, eventi sui territori, panel di cittadini su cambiamento climatico, salute, economia, migrazione e altri temi a cui gli europei hanno potuto contribuire attraverso la piattaforma online messa a disposizione dalle Istituzioni comunitarie. Oltre 50mila partecipanti alla piattaforma, 650mila partecipanti all’evento e quasi 18mila idee messe a punto dai cittadini europei (dati della piattaforma).

Le idee raccolte ed elaborate saranno votate nella plenaria conclusiva della Conferenza a Strasburgo, il 29 e 30 aprile, e confluiranno in una relazione finale che sarà presentata alle Istituzioni europee il 9 maggio.

Quello che si concluderà tra pochi giorni, è stato un’importante esercizio di democrazia partecipativa, ma che probabilmente ha deluso e non ha soddisfatto le aspettative. Una Conferenza travagliata già dal suo concepimento.

Voluta da Emmanuel Macron e Angela Merkel nel 2019 per spingere l’Ue a ripensarsi e riformarsi, è stata ritardata di diversi mesi a causa del Covid e per contrasti sulla Governance della Conferenza stessa.

Dopo un anno di attività e dibattiti il bilancio è positivo, anche se questa Unione europae avrebbe bisogno di ben altro per avvicinarsi ai cittadini e liberarsi dalle sue debolezze e fragilità. Della Conferenza, a prescindere dall’impatto che le raccomandazioni avranno sulle scelte delle Istituzioni – chiamate a mettere in pratica le idee dei cittadini – rimane il coinvolgimento di migliaia di europei che hanno provato – attraverso questa forma di democrazia partecipativa – a dire la loro sul futuro e sulle priorità della nostra Casa comune.

Deludente tuttavia, per guardare all’Italia – Paese fondatore – lo spazio che la Conferenza ha avuto sul dibattito politico, con la poca attenzione rivolta dagli esponenti politici alla discussione interna sul futuro dell’Unione e lo scarso coinvolgimento dei territori.

A pochi giorni dalla conclusione della Conferenza, rimane da chiederci cosa ne sarà della relazione finale che avrà lo scopo di portare davanti ai decisori politici le richieste dei cittadini europei per un’Europa più forte e unita, capace di incidere con più efficacia sulla vita degli europei in molti più settori.

Come le istituzioni recepiranno queste priorità e idee e soprattutto c’ è la volontà politica di farlo, magari attraverso un nuovo Trattato?

Le Istituzioni non si pronunciano sull’opportunità di un nuovo trattato dopo la Conferenza sul Futuro dell’Europa, anche se gli eurodeputati spingono per aprire una discussione.

Eppure, l’esigenza di un nuovo Trattato e di una nuova architettura istituzionale che ridisegni i rapporti tra le Istituzioni, è imprescindibile per un’Europa ormai da anni impantanata dai veti e dagli egoismi nazionali. Se non ora quando, verrebbe da dire.

Sono passati ormai 13 anni dalla firma del Trattato di Lisbona, l’ultimo Trattato comunitario.

Troppe cose sono cambiate in Europa e a livello globale per non riflettere su quanto l’attuale architettura e i rapporti tra Istituzioni abbiano reso quest’Europa troppo lenta, debole e divisa davanti alle sfide a cui è stata chiamata negli ultimi 13 anni.

Brexit, le crisi migratorie e dei debiti sovrani, e – in ultimo, le mire espansionistiche di Mosca e il suo asse con la Cina.

Eventi e scenari futuri che impongono alle Istituzioni comunitarie – ma anche alle leadership nazionali – profonde riflessioni sul ruolo dell’Europa e su quanto l’attuale assetto istituzionale – che vede una prevalenza del metodo intergovernativo rispetto al metodo comunitario – non sia adeguato a un Europa più sovrana che legittimamente mira a esprimersi con una voce sola.

Come può un Europa che vuole agire come attore geopolitico internazionale restare bloccata dai veti in Consiglio europeo?

Se non funziona un Europa a 27 – con i Consigli europei che durano giorni e notti per giungere a una dichiarazione comune che accontenti tutti, con leader nazionali che spesso utilizzano i summit europei unicamente per portare a casa risultati e per compensare questioni interne –, e se prima non si interviene con riforme adeguate per superare queste empasse, è impossibile immaginare un’Unione che si apre ai Balcani e a est, con le richieste di adesione giunte a Bruxelles dall’Ucraina, Moldavia e Georgia.

Assieme a un rafforzamento del ruolo del Parlamento e a un ritorno alla preminenza del metodo comunitario sul metodo intergovernativo, una riforma compiuta dell’Unione non può prescindere dalla modifica del sistema di voto in Consiglio, ostacolo più grande a un Europa più sovrana e unita in politica estera.

I veti che bloccano il processo decisionale e l’unanimità in materie quali politica estera e difesa, rappresentano la debolezza più grande di questa Europa, debolezze che anche la Conferenza sul futuro dell’Europa ha messo in risalto e che solo con un nuovo Trattato possono essere colmate.

Perché solo con un Trattato che ridisegni completamente l’Unione europea e la prepari alle sfide di domani, la Conferenza sul Futuro dell’Europa potrà dire di aver raggiunto il suo obiettivo.