L’altro giorno ho rivisto il fuori onda di Annamaria Franzoni, quello in cui dice: «Ho pianto troppo?» e io me le immagino esattamente così le persone che mi vogliono vendere qualcosa, facendomi passare questo qualcosa per un principio, una volta spenta la telecamera. Non è che ho pianto troppo? Lo compreranno lo stesso o scopriranno il trucco?
Ed è esattamente ad asciugarsi le lacrime che mi sono immaginata Karey Burke, presidente di Disney’s General Entertainment Content, dopo aver detto: «I’m here as a mother of two queer children, actually: one transgender child and one pansexual child, and also as a leader».
Burke in questo intervento dice che entro l’anno metà dei personaggi dei film Disney apparterrà alla comunità LGBTQIA e a minoranze etniche, e un po’ si commuove mentre ne parla. Burke dice che parla in quanto madre, come una qualsiasi venditrice ambulante; a margine, tutti hanno tradotto children con bambini, io mi ero subito immaginata un mitologico cinquenne pansessuale, ma un’amica più realista di me mi ha invitato a guardare le fotografie dei figli di Burke, che effettivamente sembrano tutti più che adolescenti.
Burke ci dice che lei lo sa, eccome se lo sa, perché è madre, perché ha due figli queer, e quindi è titolata a parlare. Far coincidere credibilità e identità è molto pericoloso, perché nella nostra testa ha senso: se lo è, lo sa. Eppure, di ebrei antisemiti ne ho incontrati. Se la signora ha un figlio pansessuale saprà di cosa parla, è proprio come noi, noi madri di figli non pansessuali, noi che non sappiamo mai cosa preparargli per cena, devono essere proprio «tali e quali come noi, noi normali» (da leggere con la stessa intonazione di Checco Zalone).
Però poi Burke dice che parla anche «as a leader»: è a capo di una delle aziende più importanti del mondo e immagino dorma su una pila di lingotti d’oro, e un po’ il dubbio che non sia tutto nobile intento mi viene.
Sarà rainbow washing, euristica della disponibilità o istinto materno?
L’identificazione è importante, ma l’aspirazione di più, perché pare essere morta. Vogliono farmi credere che le bambine sognassero (adesso no perché vogliono fare tutte le intellettuali di riferimento) di diventare principesse perché arrivava il principe azzurro? Il principe compariva quando andava bene 30 secondi. Ci piacevano le principesse perché erano il bene che trionfava sul male, nate ricche, ridotte poco ricche dagli eventi avversi, e infine molto ricche grazie anche alla comunione dei beni.
Qualche giorno fa un bambino è scappato di casa dicendo poi ai carabinieri di essere Batman. I bambini si identificano in maschi, femmine, Batman, sassi. A questo punto facciamo vedere la storia di Olive in “Synecdoche, New York” a queste creature, credo che molte sentiranno la propria realtà rappresentata in maniera esemplare.
Non essendo ancora stato depenalizzato l’abbandono di minore, i bambini devono essere pur accompagnati da un adulto al cinema, e questo adulto deve in qualche modo sentirsi parte della storia. La mia parte l’ho fatta non facendo mai vedere il primo quarto d’ora di ogni film Disney o Pixar a mio figlio, cioè quando muoiono i genitori. Sempre. Questo povero figlio poi mi chiede ma dov’è la mamma di questo, e io allora gli dico amore però se non segui la storia non è colpa mia, ti devo portare dal dottore del cervello?
Dove sono i boicottaggi? Dov’è il trigger warning? Un bambino si farà impressionare dalla morte della mamma di Nemo o da un personaggio non binario? Sono settimane che leggo adulti sdilinquirsi per “Turning red” (tutti adulti senza figli, e qui è dove decido di scrivere il trattato di una sola pagina titolato: “I film per bambini sono diventati cartoni animati per adulti?”). Io “Turning red” l’ho visto insieme a mio figlio.
Non mi è piaciuto, principalmente perché è riassumibile con: se vuoi diventare adulta devi uccidere tua madre, e io sono suggestionabile. Dopo un quarto d’ora lui si è messo a giocare con i lego di Star Wars, non essendoci mezzo maschio nei paraggi e sentendo parlare di mestruazioni: patriarcato introiettato o legittima difesa?
D’altra parte negli articoli che leggo su tutte queste questioni è lecito scrivere «maschietti», ma non «femminucce». E allora inteneriamoci, sentiamoci parte del grande progresso civile e sociale, sentiamoci meglio, sentiamoci tutti, non ci trovate migliori?
Perché ha valore solo il metodo empirico come metro di credibilità? Se mi dici che sei madre di un figlio transgender e mi vuoi vendere dei film, perché non dovrei ritenerti solo un’abile commerciante che usa la propria vita per convincermi della bontà del prodotto?
Tutti in piedi ad applaudire, commossi, davanti a questa illuminata svolta. Un drago queer è diverso da un drago cisgender o rimane sempre un drago? La verità è che ai bambini non interessa, è una cosa che riguarda gli adulti, adulti che spesso sperano di non aver pianto troppo.