Codici fiscali e sentimentiStoria della trattativa Stato-Anagrafe sul mio doppio cognome (che c’è anche se non c’è)

La madre è sempre certa, eppure grazie alla sentenza della Corte costituzionale ora i figli non avranno proprio più dubbi sull’identità della mamma, oltre che del papà. Ma siamo sicuri sia una scelta saggia nel Paese in cui è regola non scritta trasmettere al figlio il nome del nonno?

Avrei voluto scrivere di come e perché io sia rimasta intrappolata per quasi un’intera giornata all’interno dell’anagrafe di Milano per farmi togliere il secondo nome, ma la Corte costituzionale ha pensato bene di distrarre l’opinione pubblica dai miei gravissimi problemi anagrafici aggiungendone dei nuovi. Inizierò quindi dalla fine di questa mia lunga storia personale fatta di nomi e cognomi, di codici fiscali e sentimento: quando è morto mio padre, sebbene sui miei documenti non ci fosse il suo cognome, nessuno mi ha mai chiesto l’esame del DNA, e ok che è scritto su Wikipedia che sono sua figlia, ma qua parliamo di questioni da tribunale internazionale, di rapporti diplomatici, di trattative Stato-Anagrafe.

Mi imbambolavo davanti all’idea di vedermi in qualche talk show a raccontare la mia straordinaria storia di figlia senza prove, di discendente di prestigiosa stirpe senza cognome, ereditiera senza averne l’aria, figlia illegittima amatissima. E invece no, nessuno mi ha chiesto la prova ontologica o genetica di certificazione della stirpe, niente talk show, suo padre è morto firmi qui grazie e arrivederci.

La faccio breve, cosa che non è: i miei genitori non sono mai stati sposati, ho solo il cognome di mia madre sui documenti, mio padre l’ho conosciuto che andavo alle elementari; per lui ero la più Dayan di tutti i suoi figli, così come per mia nonna ero la più Dayan dei suoi nipoti -sì, ho un carattere frizzantino e una buona mira-, ci tenevano che usassi il loro cognome in società, pensando che mi avrebbe aiutato. Le uniche occasioni in cui mi è tornato utile sono state all’aeroporto di Tel Aviv: dicevo ai funzionari «sono Assia Dayan» e mi facevano passare in fretta. Abbiamo convenuto che ci fosse tempo per sbrigare le pratiche burocratiche per aggiungere il cognome sui documenti, non è così immediato vivendo in due stati diversi, ma non abbiamo fatto in tempo. Mio padre si chiamava Assi, io mi chiamo Assia, da queste parti preferiamo il didascalismo alla fantasia: e questo nome è l’unica cosa che mi rimane.

La Corte costituzionale ha dichiarato illegittime le norme che attribuiscono automaticamente il cognome paterno ai figli, definendo questa come una pratica «discriminatoria e lesiva dell’identità del figlio». Faccio una premessa: non so quanto questo doppio cognome sia utile o rappresentativo di buoni concetti, ma c’è da dire che le nuove generazioni perlomeno non avranno più dubbi su chi sia la loro mamma.

Come faccia il solo cognome paterno a essere lesivo dell’identità di qualcuno lo capisco solo se sei il figlio del mostro di Rostov: se questo fosse vero, tutti i nati prima del doppio cognome sono parte lesa, forse si può pensare a una class action, a un risarcimento miliardario, a un codice fiscale a scelta. La sentenza prosegue così: «Nel solco del principio di eguaglianza e nell’interesse del figlio, entrambi i genitori devono poter condividere la scelta sul suo cognome, che costituisce elemento fondamentale dell’identità personale».

Che il cognome rappresenti elemento identitario è piuttosto vero, è una delle poche cose che ci si porta dietro per tutta la vita: sta lì a ricordarti da dove vieni, chi sei, cosa sei stato, cosa sarai, cosa saranno i tuoi figli. Siccome l’aspetto identitario è tutto, mi sento di poter parlare in quanto vittima dell’anagrafe: non me ne è mai importato niente. Un Kennedy sarebbe stato felice di essere chiamato Bouvier e non Kennedy? Forse sì, a scansare le maledizioni. I miei fratelli e mia sorella che hanno il cognome Dayan sono più felici e figli di me? Forse giusto mia sorella che fa colazione sui Warhol. Questa è una sentenza femminista? Credo che il cognome paterno derivi dal fatto che, insomma, della mamma siamo certi, dei padri meno; difficilmente dimenticherò l’ostetrica che mi spiega che il gruppo sanguigno alla nascita non si fa più perché si erano verificati troppi casi di padri che non lo erano.

La Corte costituzionale prosegue: «Pertanto, la regola diventa che il figlio assume il cognome di entrambi i genitori nell’ordine dai medesimi concordato, salvo che essi decidano, di comune accordo, di attribuire soltanto il cognome di uno dei due. In mancanza di accordo sull’ordine di attribuzione del cognome di entrambi i genitori, resta salvo l’intervento del giudice in conformità con quanto dispone l’ordinamento giuridico». Membri della Corte costituzionale, voi state parlando a una nazione dove se al primogenito non si dà il nome del nonno si passa per direttissima dal battesimo al divorzio, state parlando di codici fiscali incalcolabili, state fornendo estrosi moventi per intasare i tribunali: signori giudici, siete proprio sicuri?

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