Equilibrio astronave-lavoroI figli di Samantha Cristoforetti, le domande del Messaggero e l’estenuante sdegno social

Che sia nello spazio o a casa, che cucini alle 6:30 come Csaba dalla Zorza o meno, su social si trova sempre la scusa per indispettirsi e gridare al patriarcato e al classismo

AP Photo/John Raoux

Faccio forse l’astronauta io? Grande sdegno alla corte di Twitter per un’intervista del Messaggero a Samantha Cristoforetti, Cristoforetti che è donna, compagna, astronauta e, pensate un po’ voi, mamma. Grandissimo sdegno poiché il giornalista ha osato chiederle ma i bambini, con chi stanno i bambini. Stereotipo di genere, vergogna, patriarcato, perché non lo chiedete anche agli astronauti maschi, meme, sessismo, meme, ma dove andremo a finire, Elon Musk prova a bloccarmi.

Ora, non mi sembra fuori dal mondo chiedere a un’astronauta dove lasci i figli, e credere che sia una domanda vergognosa si qualifica per quello che è: ipocrita. Cristoforetti a sventurata domanda rispose: «Ho la fortuna di avere un partner che ha sempre dimostrato di cavarsela molto bene in famiglia e di essere il punto di riferimento per i nostri due figli anche per lunghi periodi. Noi astronauti dobbiamo molto a chi ci aiuta quando siamo lontani da casa in missione o in addestramento». Questa risposta ci dice che Cristoforetti non si è presa né congedi parentali né NASpI dopo la nascita dei figli, che ha continuato a lavorare, possiamo inoltre dedurre che è lei quella che nella coppia sta più via da casa.

Si sono offesi tutti: le madri, i padri, le femministe, i padri femministi, le nonne, Elon Musk, tutti. Faccio forse la scienziata io? È un continuo ripetere ah signora mia non arriveremo mai alla parità genitoriale, le madri e i padri sono interscambiabili, e sarebbe bello se fosse vero, ma non lo è.

Scorrendo tra i commenti all’intervista ne trovo uno che mi pare più sensato degli altri: «Non avrei mai lasciato i miei figli x lo spazio…punto stop». Che questo mi paia il più sensato la dice lunga sul tenore delle paternali: infatti la signora viene apostrofata immediatamente con un «ma vai a fare i manicaretti»; a questo punto lei si mette a urlare per iscritto: «SONO CONSULENTE LEGALE ANTICORRUZIONE POSSO SEGNALARLA IMMEDIATAMENTE». La signora consulente legale (è anche stilista) mi fa pensare che ci sono donne che non sono interessate ad avere tutto, che tra le stelle e le stalle scelgono le stalle: le puliscono e le arredano, solo che alcune questa cosa la chiamano “sindrome dell’impostore”. L’ipocrisia sta nel continuare a ripetere, in maniera sciatta e paternalista, che la domanda a Cristoforetti fosse rappresentativa del pensiero che le donne debbano stare a casa coi figli.

E chi sceglie di farlo cos’è? Una vittima? Una povera scema? Può una donna consapevolmente scegliere di stare a casa? Pare di no, pare che non esistano esseri senzienti che ammettano di non aver voglia di lavorare (certo, una deve essere anche nelle condizioni di poterlo scegliere). E allora perché si applaude a questa generazione (mettere la lettera che più piace) che dice di non voler lavorare otto ore al giorno perché preferisce salvaguardare la salute mentale e invece chi dice di voler stare a casa a fare la mamma è una povera cretina vittima del patriarcato? Quante astronaute mancate, che spreco.

Qualche tempo fa c’è stato un altro grande sdegno alla corte di Twitter nei confronti di Csaba dalla Zorza. La signora dalla Zorza aveva postato una storia in cui un utente le chiedeva se riuscisse a cucinare a casa visti i mille impegni lavorativi. Lei rispondeva: «Io a casa cucino tutti i giorni. Parto alle 6:30 con il pranzo che i miei figli portano a scuola e termino con la cena. Noi mangiamo solo cose fatte in casa, dal pane alla pasta fresca. Basta organizzarsi!». Grande sdegno: classista, capitalista, influenzi negativamente le persone che ti prendono a modello e pensano si possa fare veramente. Basterebbe leggere un qualunque gruppo Facebook di appassionate di cucina per capire che invece moltissime donne fanno esattamente quello che fa dalla Zorza pur non avendone il patrimonio. Questo sembra quello che Eric Berne avrebbe chiamato “il gioco dell’occupatissima”, se non fosse che la signora dalla Zorza un lavoro ce l’ha: «Tesi: lo gioca la casalinga -che-ha-tanto-da-fare. La sua situazione richiede che sappia sbrigarsela in dieci-dodici occupazioni diverse». Di tanto in tanto se ne leggono liste semiserie nelle rubriche femminili: amante, madre, infermiera, cameriera etc.

Poiché si tratta di parti contraddittorie e faticose finiscono col portare, con gli anni, alla condizione definita simbolicamente del cosiddetto “ginocchio della lavandaia”, i cui sintomi si riassumono nel lamento: “non ne posso più”. Oggi il ginocchio della lavandaia lo chiamiamo “burnout”. Faccio forse la psicanalista io?