Il profilo dell’altraIl romanzo su chi fattura con i cuoricini e altre bugie per far trionfare la verità

Irene Graziosi è il Truman Capote che ci possiamo permettere in un’epoca che ha imparato a fingersi deliziata dall’essere ridotta a cliché culturale

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La prima volta che ho visto il nome di Irene Graziosi, ho pensato: ma chi è questa imbecille? No, sto mentendo: non l’ho solo pensato, l’ho scritto in tutti i messaggi che ho spedito quel pomeriggio. All’epoca Irene aveva ventisei anni, e io ogni tanto mi dimentico che essere imbecilli a ventisei anni è fisiologico.

C’era il MeToo, parlandone da vivo, e Irene linkava sui social un proprio articolo in cui – lo rievoco solo perché mi piace mettere in imbarazzo le giovani d’oggi – spiegava il femminismo a Natalia Aspesi. Il suo tweet sintetizzava il pensiero di Natalia, colpevole di riconoscere una stronzata prima che l’opinionismo di massa la classifichi come tale, in qualcosa tipo (cito a memoria come una vera indignata che memorizza chi osa sparlare dei suoi poster) «le opinioni assurde di signore anziane». Ma come ti permetti. Signore anziane. Ma io ti prendo a coppini.

La seconda volta che ho visto il suo nome, Irene Graziosi era la mittente d’un messaggio nella mia posta di Instagram. Diceva qualcosa tipo «ci beviamo qualcosa insieme la prossima settimana?», col tono di chi ti frequenta da anni. Non l’avevo mai vista in vita mia, e quello ormai è normale, ma neanche sapevo chi fosse (a parte: quella che si era permessa di mancare di rispetto a Natalia; a parte: una microcelebrità dell’Instagram); non avevamo neanche una di quelle relazioni finte fatte di mettersi i cuoricini e commentarsi le foto con cose tipo «amo, stai top». Pensa te ’ste giovani d’oggi con che disinvoltura approcciano le sconosciute, ho pensato. Nel frattempo qualcuno mi aveva passato un articolo in cui la mia nuova amica di penna (come si chiamano gli amici di penna di quand’eravamo piccini, se sono nativi del touchscreen?) diceva di non aver capito un cazzo all’inizio del MeToo e d’aver scritto cose con cui non era più d’accordo; il che è normale, ma non è normale: quand’è l’ultima volta, in questo secolo, in cui avete visto qualcuno non sotto minaccia d’impopolarità dichiarare d’aver capito male il mondo? (Sì, lo so: c’è quel paragrafo di Philip Roth. Ma la ragione per cui lo citiamo tanto è che vogliamo convincercene, mica che siamo disposti davvero ad ammettere di non capirci granché).

La prima volta che ho detto a voce alta «l’economia del sé», ero al telefono con Irene. Lei si stava lamentando di Instagram, io ho detto «tanto ormai esiste solo quello», lei ha borbottato «sì, esiste solo Instagram», io ho detto «no, esiste solo l’economia del sé».

Qualche settimana dopo ha pubblicato un articolo che era un appunto per il suo primo libro (che esce dopodomani, s’intitola “Il profilo dell’altra”, e nel 2023 e/o lo manderà allo Strega; no, non è che abbia informazioni in anteprima: è che conosco le regole del mondo e ve ne farò dono). Nell’articolo parlava del mondo dei cuoricini e di quelle che coi cuoricini fatturano, e diceva qualcosa tipo «come mi ha detto una persona più grande, l’economia del sé». Ho pensato: poteva andarmi meglio, poteva dire che era l’opinione assurda d’una signora anziana.

Facciamo un gioco. Affianchiamo due citazioni. Una del 1975, una del 2022. La conversazione pubblicata nel 1975 è ambientata dieci anni prima in un ristorante di New York. Una signora racconta del periodo in cui è stata così povera da vivere a scrocco, da rubare i sonniferi dagli armadietti dei medicinali delle altre. «Ma cara, perché non ti sei rivolta a me?» «Perché sei ricca. È molto più facile farsi fare prestiti dai poveri».

La conversazione del 2022 è ambientata quattro anni prima, alla fine d’una riunione per pianificare una campagna di influencer; all’io narrante è stata affidata una ragazza di buona famiglia che deve monetizzare la sua presenza social, e un’addetta ai lavori le spiega che la viziata ha rifiutato trentacinquemila euro per uno spot, «un’insegnante guadagna quella cifra in un anno». L’io narrante descrive l’espressione della parlante come «occhi rivolti al cielo come se ci fosse un drappello di insegnanti poveri proprio sopra di lei».

Nel 1975, quando Esquire pubblicò La Côte Basque 1965, Truman Capote aveva cinquantun anni. Le signore bene che si riconoscevano nel personaggio che si vantava che Papa (cioè Hemingway) scrivesse proprio di lei in Verdi colline d’Africa, o in quella che prima di sposare un uomo ricco s’era scopata Salinger, gli tolsero il saluto, privandolo del suo principale materiale narrativo.

Irene ha trent’anni, ed è il Truman Capote che ci possiamo permettere in un’epoca di poco ricchi. Un’epoca che ha imparato a fingersi deliziata dall’essere ridotta a cliché culturale. Non avremo neanche cominciato a dire, uh, guarda, quella è Pamela Churchill (cioè, volevo dire: Sofia Viscardi), quello è Gianni Agnelli (cioè, volevo dire: Beppe Cottafavi), che saranno gli stessi oggetti di distorsione narrativa a riderne per primi. Crediamo d’aver tutti imparato da Nora Ephron che se ridi di te per primo depotenzi la risata: beati noi.

L’io narrante che s’è scelta la Graziosi, Maia, ha ventisei anni ed è quindi ontologicamente scema, perdipiù è scritta da una trentenne, che certo non è un’adulta; ma il gioco è capire che tanto abitiamo un’epoca in cui gli adulti ambiscono a essere carne giovane (una volta ambivano a scoparsela, la carne giovane: era più sano), e non vedono l’ora di leggere la tua demolizione d’un mondo con cui vogliono mimetizzarsi senza capirlo, che inseguono senza appartenergli, che schifano ma bramano.

«I brand pagano chi si concede di più. Pagano persone grasse affinché dicano che sono grasse e fiere di esserlo in un video in cui sponsorizzano mutande contenitive; pagano chi ha capito che gli ideali, così come la propria identità, possono essere messi in vendita al miglior offerente». “Il profilo dell’altra” è pieno di notazioni tra la sociologia e il costume d’un io narrante invero troppo esperto d’errori di saggezza per essere una barista che si ritrova a badare una influencer, per essere una ventiseienne, per essere scritta da una trentenne.

Sospetto che Irene non abbia scritto un saggio perché è più facile farsi prendere sul serio, mentre mordi la mano che ti sfama, se dentro ci metti un fidanzato meschino, una sorella morta, una sleppa di cose che gli adulti si compiaceranno di riconoscere come i danni della tua generazione: disturbi alimentari, revenge porn, militanza a casaccio.

È più facile che ti diamo retta se Amazon ti mette nella classifica della categoria «Passaggio all’età adulta» (neanche sapevo esistesse, e ora ho scoperto che contiene Kerouac e non capisco bene se a passare all’età adulta debbano essere gli autori, i personaggi, i lettori).

«Da quando le pubblicità hanno cominciato a martellare le consumatrici con il concetto di autostima e non più con quello di bellezza i due termini sembrano diventati equivalenti, solo che uno, l’autostima, è socialmente accettato, l’altro no». L’ultima volta che ho letto Irene Graziosi ho pensato che avesse finto che questo saggio fosse un romanzo perché, come diceva quel tizio che ha inventato la narrativa di non finzione, a volte l’unico modo di far trionfare la verità è mentire.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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