Dell’anima non mi importaIl nuovo romanzo di Giorgio Montefoschi esalta la forza del corpo e del desiderio

L’ultima opera dello scrittore romano (La Nave di Teseo) racconta una coppia che vede crollare improvvisamente la sua routine della felicità: una storia fisica, fatta di carne, odori e sapori che creano una mappa in cui ogni senso del lettore è messo alla prova. Sullo sfondo la Roma dei Parioli che l’autore conosce intimamente, forse anche maniacalmente

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«Io» dice piano, col tono che si usa per ribadire una convinzione, «alla resurrezione ci credo. Non posso accettare l’idea che mio padre non lo rivedrò più, che noi due non ci rivedremo più».
«C’è l’anima».
«A me dell’anima non mi importa».

Dopo sole poche pagine, una trentina, ecco il dialogo che sembra svelare tutto, o forse no. Quali sono le vere intenzioni dell’autore? Quale intimità va cercando? Da quale tipo di spiritualità rifugge? In una danza lenta, circolare, quasi poetica nella sua monotonia, Giorgio Montefoschi – già premio Strega nel 1994 con “La casa del padre” – risponde a ciascuna domanda nel modo che più gli riesce congeniale: parlando della vita di una coppia, Enrico e Carla Rubbiani dove se non è l’anima, può essere solo il corpo, la fisicità a tenere unite le persone.

Montefoschi, che ha fatto della relazione il suo tratto distintivo, con “Dell’anima non mi importa”, edito da La nave di Teseo, torna nella sua amata Roma, la Roma dei Parioli, quella che conosce intimamente, forse anche maniacalmente. «Ho ambientato almeno una scena in ogni mio libro sulla stessa panchina, ma in questo romanzo la Roma borghese che da sempre tratteggio non è relegata nelle solite vie, si sposta sui colli dell’Aventino, poi a Sabaudia e al Circeo, vagando tra le stagioni di una città meno scontata, che vive momenti freddi, di nebbia, di incertezza e che ritrova stabilità solo quando torna nel giardino di casa».

La casa di Enrico e Carla, che hanno vent’anni di differenza, sono sposati, hanno una figlia grande, Maddalena, e che scandiscono il loro tempo tra incontri con gli amici, pranzi domenicali, partite al tennis club, biglietti per il teatro. Vivono senza alcun affanno fino a che un malore non costringe Enrico in ospedale.

La routine della felicità si spezza e una crepa si allarga minando quell’equilibrio che sembrava inattaccabile, sempre ben scandito da dialoghi sospesi, dove il non detto è la chiave di lettura nell’impianto dialogico asciutto, netto, che segue alla perfezione il ritmo di una normale conversazione di tutti i giorni in cui si divaga, si ironizza, ma in cui nessuna battuta è superflua.

Così discutono Carla ed Enrico parlando del “Rosso e il nero”. Ma anche di “Madame Bovary”, “Justine” di Lawrence Durrel, opere che creano l’anticipazione per il tradimento di Enrico che, dopo il ricovero, abbandona la moglie per una collega avvocatessa, Simona, di cui si infatua carnalmente. Perché “Dell’anima non mi importa” è un romanzo estremamente fisico, fatto di corpi, odori e sapori che creano una mappa in cui ogni senso del lettore è messo alla prova.

Dialoghi rituali, gesti rituali: una circolarità emotiva e fisica ricorda le giornate al sanatorio ne La montagna incantata di Thomas Mann, che non a caso viene citata da un protagonista laterale del romanzo, il professore Mario Savignano, padre di Simona, figura di profonda cultura e saggezza che ipnotizza l’attenzione di uno smarrito Enrico. Tradimento, noia, umiliazione e anche paura.

Già la felicità passa per tutti questi sentimenti che parrebbero così lontani dalla gioia. Eppure la paura vibra durante tutto il romanzo. Rimane un’onda costante, quasi impercettibile, che lambisce tutti i personaggi. Chi ha paura della decadenza del corpo, chi di non essere visto, chi di impegnarsi in una relazione, chi di perdere tutto… ma l’unica certezza che ci rimane è che il sogno dell’immortalità è un inganno a cui bisogna sottrarsi, da estirpare come un’erbaccia dal giardino.