Peggiori dei pmI giornalisti inquirenti che dubitano delle notizie perché vanno contro le loro opinioni

La guerra in Ucraina ha messo in luce un atteggiamento di negazione della realtà che ricorda, nelle sue dinamiche, la caparbietà di certi magistrati attaccati più alle proprie tesi che ai riscontri delle indagini. Quando il fatto non si può più ignorare, passano ad altro con noncuranza

AP Photo/Efrem Lukatsky

Il giornalismo impegnato nello scrutinio delle notizie dal fronte ricorda parecchio il pubblico ministero che dà per certo il reato e si incaparbisce nel cercarne la prova.

Non riguarda tutti, ovviamente, ma è abbastanza diffusa la pratica di fare le pulci a una notizia – che so? un ospedale bombardato, una fossa comune, uno stupro di massa – per il solo fato che è data, e non perché siano manifesti elementi che ne mettono in dubbio la fondatezza. Va avanti dall’inizio di questo macello, e l’andazzo prosegue bellamente, con punte di spudoratezza sempre più imbarazzanti, nel progresso dei resoconti sulla guerra (pardon, sulle operazioni speciali).

Sembra che buona parte del lavoro giornalistico sia meccanicamente e pregiudizialmente orientato a trattare la notizia per destituirne la verosimiglianza, e dunque per rinnegare la verità che essa porta, piuttosto che per fare verità su una notizia che si appalesa discutibile. Con questo, di peggio: che quando poi la notizia trova supporti di conferma (non ricercati, però, da quelli che elevavano equanimi dubbi), allora il rigore del giornalismo che non se la beve dismette il proprio ruolo inquirente.

E passa alla prossima notizia, non per darla ma un’altra volta per contestarla: come il PM che sfoglia il bouquet delle imputazioni quando una sfiorisce per evidente inconsistenza.

Che questo costume esista a me pare abbastanza indiscutibile. Che sia un malcostume è questione di opinioni: ma credo che l’atteggiamento pacifista, certamente legittimo, dovrebbe evitare accuratamente di associarvisi.

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