2 più 2 uguale 5Confesso di avere capito Orwell solo oggi, guardando la tv italiana

Il cuore del problema, nei giorni in cui Putin non esita a decorare i soldati responsabili dell’occupazione di Bucha, è sempre lo stesso: come ottenere non dal singolo, ma da una massa di persone, la negazione dei dati di fatto più elementari

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Lo confesso, sarà stato il fatto di averlo studiato a scuola, sarà stata l’influenza di una formazione togliattiana, ma a me i romanzi di George Orwell, fino a oggi, erano sempre sembrati una lettura magari anche piacevole e interessante, certo però tutt’altro che illuminante. “1984” in particolare: tutta quella storia su un regime distopico che si sforza tanto per spingere le persone a negare che due più due faccia quattro, sinceramente, non mi pareva un’idea così geniale, né come immagine letteraria né come analisi politica. Ora capisco che mi sbagliavo.

Il cuore del problema è esattamente quello: la negazione dell’evidenza. Come ottenere non dal singolo, ma da una massa di persone, la negazione dei dati di fatto più elementari. Come raggiungere questo sommo grado di disumanizzazione, in cui entrano in gioco intelligenza e sensibilità, perché per trasformare un essere umano in una cosa occorre amputarlo di entrambe. Per isolarlo efficacemente dal mondo esterno occorre un’opera di desensibilizzazione che ne atrofizzi tanto i sentimenti quanto le facoltà intellettuali.

Affinché il male diventi effettivamente una banalità, affinché stuprare una donna accanto al cadavere del marito e di fronte ai figli divenga come pagare un conto corrente alla posta, come cambiare una lampadina, c’è bisogno di una particolare formazione. E anche per ignorare, difendere, manipolare o semplicemente fingere di non vedere tutto questo.

Seguendo il grottesco dibattito sulla guerra alla tv e sui giornali italiani, tralasciando i casi di più evidente malafede, spiegabili in altro modo, mi sono convinto che la questione decisiva sia proprio quella: la possibilità di negare persino che due più due faccia quattro, e di convincersene sinceramente.

Le ragioni possono essere molte, più o meno scontate, dalla dissonanza cognitiva alla semplice paura, e conseguente rimozione della realtà. Ma di tutti i modi per alimentare un simile atteggiamento il più diffuso e il più dannoso mi pare un modo di argomentare, forse anzitutto una posa, che consiste nella svalutazione dei dati di fatto più evidenti proprio perché evidenti, dunque troppo semplici, troppo elementari, con un impercettibile slittamento del discorso dalla semplicità del fatto alla semplicità del ragionamento che ne prende atto, che sarebbe dunque prova di un modo ingenuo, semplicistico, non abbastanza raffinato di pensare. È un gioco delle tre carte da quattro soldi, ma è anche il trucco più insidioso, perché fa appello alla vanità di ciascuno di noi. E chi di noi vorrebbe passare per un sempliciotto, per quello che se la beve, che non capisce cosa c’è dietro?

Presi dal terrore di passare per fessi, in tanti esitano, timorosi di essersi lasciati sfuggire qualche elemento decisivo, frastornati da tante fumose allusioni a manovre e macchinazioni dietro le quinte. E così arrivano a negare persino quello che hanno davanti. Perché, alla fine dei conti, l’elogio della complessità serve solo a negare l’evidenza.

Quando ero bambino mio fratello maggiore mi poneva spesso quel diabolico indovinello: «Pesa più un chilo di piombo o un chilo di paglia?». Essendoci cascato già, ricordavo che c’era il trucco, ma non ricordavo quale, e così rispondevo sicuro, ogni volta: «Un chilo di paglia!».

Davanti all’orrore morale e intellettuale di tanti discorsi che ancora oggi sentiamo fare in tv e sui giornali, mentre in Russia Vladimir Putin non esita a decorare al valore la brigata responsabile dell’occupazione di Bucha, inviando così all’intero esercito un chiarissimo messaggio di incoraggiamento e approvazione, non trovo altra spiegazione. Gridano che un chilo di paglia pesa più di un chilo di piombo, con fermissima convinzione, per timore di passare per fessi, cioè per conformarsi alle aspettative dell’ambiente, dei colleghi, dei datori di lavoro o del pubblico (possibilmente pagante) che sentono o immaginano attorno a sé, esattamente come il personaggio di Orwell gridava infine, con un senso di autentica liberazione, che due più due fa cinque. Almeno non si dessero arie da anticonformisti.

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