La manìa della pittura Il tempo in cui Roberto Longhi e Federico Zeri dedicarono tutto all’amore dell’arte

L’epistolario tra i due massimi studiosi del patrimonio artistico italiano è ora reperibile in una nuova edizione a cura di Mauro Natale

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Roberto Longhi e Federico Zeri – come a dire la storia dell’arte italiana, uno dei tesori della nostra cultura. C’è stato un tempo dove il letterato si formava sulle opere figurative quanto sulle opere letterarie: era impensabile che un letterato non conoscesse di prima mano e alla vista le opere d’arte, non intendesse la loro forma. Come si può intendere l’Italia se non si sanno Giotto, Masaccio, Donatello, Brunelleschi, Piero della Francesca, Giorgione, Tiziano, Michelangelo, Raffaello, Caravaggio? Roberto Longhi ha dato un disegno coerente e organico alla storia della pittura italiana, la più frequentata delle tre arti, e Federico Zeri l’ha ampliato e ha aggiunto alcuni tasselli rilevanti. È un tesoro, per l’appunto.

Ecco allora che l’edizione dell’epistolario tra Longhi e Zeri, per la cura di Mauro Natale e i tipi di Silvana Editoriale, diventa una imperdibile occasione di lettura per chi crede ancora che la storia dell’arte abbia valore fondamentale di conoscenza. Mauro Natale, valente storico e attivo, è una perfetta garanzia riguardo la curatela, e non solo per via del fatto che ha lavorato con Zeri: è uno degli ultimi connoisseur di pittura: vanta tra altre opere la catalogazione dei dipinti del Museo Poldi Pezzoli, gioiello milanese, la curatela di mostre tra le poche sensate degli ultimi vent’anni, tra cui la memorabile El Renacimiento Mediterráneo, a Madrid, al Museo Thyssen-Bornemisza. Insomma, poche ciance e conoscenza della pittura.

Lettere (1946-1965) è il laconico titolo di questo splendido libro: raccoglie infatti tutta la corrispondenza tra Longhi e Zeri di quei vent’anni, con una interruzione tra dicembre 1955 e luglio 1957, più qualche altra pausa meno significativa: sono ben 347 lettere in totale, dove si svolge un dialogo serrato tra due personalità non certo accostanti e ben avvertite dei rispettivi ruoli, come delle implicazioni che il tempo porterà con sé.

All’inizio è tutto chiaro: Zeri è un giovane e geniale connoisseur che lavora come ispettore alla Soprintendenza romana (oltre che per gli antiquari) e sottopone a Longhi, allora protagonista indiscusso della disciplina e del mercato dell’arte, scoperte e attribuzioni sempre più sorprendenti e importanti, condite da irritati lamenti e invettive rabbiose nei riguardi dei funzionari addetti alla tutela del patrimonio artistico. Nella prima lettera già si dice dello splendido pittore di corte che sarà anni dopo il protagonista del più bel libro di Zeri, Due dipinti, la filologia e un nome. Il Maestro delle Tavole Barberini: il tono è quello stringato e sollecito di un giovane posseduto dalla passione della pittura, con una conoscenza sorprendente delle opere e una sicurezza di giudizio assoluta. Chiaro è anche il campo di ricerca: quel “rinascimento umbratile” che ridisegnerà per intero e che oggi non si può non vedere con i suoi occhi. La lettera termina con un riferimento al primo incontro in casa di Giuliano Briganti e l’avvertimento che sarà presto a Firenze, a casa Longhi, “a seccarla con un numero infinito di domande che vado segnando in un promemoria”. C’è già tutto il piglio del protagonista – nonostante il “lei” e il “Gentile professore”. La risposta di Longhi, a partire dal “Caro Zeri” fino al “tu” è trattenuta e attenta: pure invita il giovane studioso a portare “il materiale che trovi interessante” concludendo cordiale: “sarò sempre lieto di esaminarlo con te”. Par di vederli, i due contendenti. Non ci vuole molto a intendere che tali diventeranno.

Uno dei passaggi fondamentali è quello che riguarda il tema della scrittura, che per Zeri è stato a lungo se non un problema di certo un fastidio: pure esacerbato dal fatto che ha di fronte uno storico che era e rimane un maestro del saggio, il genere letterario d’elezione della prosa italiana. Scrive Zeri a Longhi: “le invio, a Firenze, il sospirato saggetto su Ludovico Urbani, che, nonostante i miei sforzi e con mio sommo dispiacere, è venuto fuori veramente orrendo (…) In ogni caso ne faccia quel che vuole: lo accorci, lo allunghi, lo capovolga, o, meglio di tutti, lo getti nel cestino. Sono realmente dispiaciuto, ma lo scrivere non è il mio forte: a scuola i temi me li facevo scrivere da altri”. Risponde Longhi: “Hai in parte ragione, non posso negarlo, dicendo che sulla pagina non riesci a rendere ciò che sai e puoi. Più che altro, ne ho tratto l’impressione che tu abbia una strana insofferenza della scrittura e che non essendotene trovata ancora una per te stesso ti compiaccia di avvilirti in una formulazione che sente quasi della scheda ministeriale. Può anche darsi che tu sia trascinato oltre dall’urgenza della tua cultura in accrescimento; e mi dai l’impressione di un rapido che passa senza fermarsi”.

Longhi centra il bersaglio, quando dice della strana insofferenza della scrittura di Zeri: è un fatto che troverà soluzione molto più avanti, quando Zeri troverà il suo stile: Due dipinti, la filologia e un nome sarà il primo saggio a rivelarlo. Ma torniamo alla risposta di Longhi, ché a seguire dà una indicazione che andrebbe mandata a mente da tutti gli aspiranti letterati: “Ho provato anch’io quest’urgenza da giovane; ma poi ho dovuto accorgermi che occorreva fermarsi più frequentemente e dare qualcosa di noi stessi alla parte che intanto si conosce, o par di conoscere, e cercare di organizzarla allo «stato presente» e non avvenire della nostra personalità critica (…) Riconosciuta questa necessità, bisogna cercare che l’avventura interlocutoria tra noi e l’opera sia più stretta, più accostante che si può; ed è a questo punto che le schede, le notizie, i referti non valgono più; mentre continuerà a vivere accanto all’opera, che dico fusa con l’opera stessa, un’osservazione sentita, penetrante, comprensiva; tutto quel che si vuole insomma, fuorché divagante o ricamata”. Non si potrebbe dir meglio il senso dell’opera dello scrittore-lettore (sia opera letteraria o sia d’arte figurativa), il grande interprete: il saggista di qualità.

È il momento di maggior vicinanza tra i due protagonisti: l’affetto del maestro per l’allievo geniale e singolare è il tono di Longhi, la riconoscenza esibita e poi sofferta il tono del giovane Zeri. Vale a ricordarlo una citazione da una lettera di Longhi a Francesco Arcangeli, che dopo la morte di Alberto Graziani era diventato prediletto: “Proprio in questi giorni mi è venuto di fantasticare, per gioco, su una combinazione fisico-chimica (impossibile anche in una società consumistica) che, poniamo, unisse la tua maturità intellettuale ed etica, ma il cui ritmo è slow, con il rag-time dell’indescrivibile, ciaramellante connoisseurship di Federico Zeri. Dove fosse esperibile, realizzerebbe l’abbozzo longhiano (ma non è detta l’ultima parola!)”. Detto da Roberto Longhi, non il più perfido dei riconoscimenti.

Le lettere dei due corrispondenti si fanno sempre più fitte dei giustificati malumori del giovane Zeri per le negligenze della pubblica amministrazione e le malefatte delle consorterie che la governano, dove Zeri si sbizzarrisce nell’invenzione di nomignoli per il triumvirato Lionello Venturi-Cesare Brandi-Giulio Carlo Argan, più l’appendice Palma Bucarelli, che governavano la Roma d’allora. Longhi appare dispiaciuto per i soprusi che il giovane e brillante studioso deve subire, gli ricorda di essere passato pure lui sotto le romane forche caudine e lo invita a lasciar perdere. (Condivide peraltro la disapprovazione per le pratiche di restauro dell’Istituto Centrale, diretto da Brandi: Longhi arriverà a chiamare in causa l’Istituto con il celebre articolo del 5 gennaio 1948, sul quotidiano Corriere dell’Informazione, che farà fragore e agiterà le acque della palude ministeriale – e il contributo di Zeri alla documentazione è molto importante). Non era una alleanza di comodo: era il frutto della conoscenza di prima mano di opere e restauri di due studiosi della stessa pasta e con la manìa della pittura. Era il tempo delle passioni.

Zeri di lì a poco inizierà una nuova stagione. Numerosi viaggi all’estero per visitare i musei e le collezioni private più importanti e l’inizio della pubblicazione dei suoi studi su Burlington Magazine lo portano presto a entrare nel ristrettissimo numero dei grandi connoisseur di pittura, con conseguenti ricavi sul piano professionale. Non passerà molto tempo prima di entrare in rotta di collisione con Longhi, che vedeva messo in pericolo il suo ruolo di primo conoscitore di pittura italiana. A questo motivo si aggiunge un episodio sgradevole, mai chiarito nelle responsabilità, che porterà alla rottura. Zeri tiene alla cattedra universitaria e si vuole presentare al concorso per la libera docenza. Peraltro non può vantare una pubblicazione voluminosa di riferimento, così sollecita a Longhi la stampa del Catalogo della Galleria Spada di Roma, che giace alla Sansoni da tempo. (Longhi era direttore della collana dove avrebbe dovuto essere pubblicato il catalogo). Non succederà – e Zeri giudicherà il fatto come un aiuto mancato se non peggio. Dopo quell’episodio il registro del carteggio cambia: il tono si raffredda sempre più, Longhi appare a volte infastidito. Sono gli ultimi atti di un rapporto logorato.

L’epistolario Longhi-Zeri è un documento importante della storia dell’arte italiana e della nostra cultura, ma non solo: è il racconto in forma di carteggio di un duello, con tutti i passaggi del caso: gli iniziali e reciproci gesti di cortesia e gli inchini del più giovane duellante, le prime infiltrazioni del permale in Zeri e le sottili perfidie di Longhi, il montare in filigrana delle insofferenze del giovane e il tagliar corto del maestro indispettito. Il tempo della seduzione durerà a lungo e sarà fruttuoso per entrambi: pure entrambi si sono riconosciuti al primo giro di frase. Sanno che il loro è un duello e sono in guardia. Quelle che volano sono scintille, da un certo punto in poi: è storia dell’arte ed è teatro. Non avrà vincitori, il duello.

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