Fuori dalla gnagneraLo sperimentalismo di Luccone, cantore degli anni peggiori della nostra vita

Narratore dello scontento contemporaneo, con “Il figlio delle sorelle” (Ponte alle Grazie) costruisce un romanzo efficace e originale, dove si concede un po’ di virtuosismo ma soprattutto, si tiene lontano da ogni deriva patetica

Eliza Petrovska, da Unsplash

Diario del lettore #38

Leonardo G. Luccone ha all’attivo il più bell’esordio di questi ultimi anni, del 2019: il romanzo La casa mangia le parole. Era il libro di uno scrittore maturo: pubblicava a quarant’anni passati e non di pochi: aveva saltato a piè pari la nefasta fase dello scrittore giovane. Non solo, e soprattutto: è distante e immune alla “pura narratività” nelle due varianti. È un prosatore di lingua italiana e notevole.

Luccone è nato, vive e lavora a Roma e non partecipa della gnagnera romana (né gli garba): è un americanista e traduttore e sceglie John Cheever e non Raymond Carver, Don Delillo e non Thomas Pynchon, non gira con l’immaginetta di David Foster Wallace o di altre bandane letterarie: niente Roma Nord, quindi; insomma, non ha nulla a che fare con le minuscole mitologie di una generazione di modesta rilevanza letteraria. Sono fatti che si sentono, nel suo romanzo.

(Luccone appartiene alla generazione che va da Emanuele Trevi – l’unico che io riesca a leggere – a Christian Raimo, passando per Diego De Silva e Antonio Pascale, Nicola Lagioia e Francesco Piccolo, Valeria Parrella e altri. Nessuno di loro ha mai superato la prova delle trenta pagine; molti si sono fermati a quindici; due non sono arrivati a cinque. Tutti, a parte Trevi, stanno nella collana Supercoralli di Einaudi – ma questa è un’altra storia, di cui scriverò presto).

Luccone ha scritto il romanzo degli Anni di Merda, scrivevo all’uscita del libro: non è cosa da poco, ed è un risultato notevole. Gli Anni di Merda: gli anni dell’avvento dei postcomunisti e dei postleghisti, dei grillini pentastellati e dei fratelli d’italia, dei social e dei selfie, della soia e del tofu, delle archistar e dei cuochi stellati (vanno forte, le stelle), e del delirio di consapevolezza. L’Età dell’Inconsistenza, insomma. Ambientato a Roma, il romanzo segue la vita dei coniugi De Stefano, marito e moglie quarantenni: lui un ingegnere che lavora alla Bioambiente, una società di consulenza (altra gemma degli anni di cui sopra) per le energie rinnovabili; lei una molesta di sovrana instabilità e incerta sul da farsi; più il loro figlio Emanuele, dislessico e puro di cuore, legato al padre. I De Stefano sono perfetti: gli Scontenti. (Avrebbe dovuto essere il titolo del romanzo: Gli scontenti). Succede infatti che questi allora quarantenni (oggi hanno passato i cinquanta) siano tutti toccati dallo scontento, che lascia segni di medusa: c’è chi li esibisce e ne fa una iconografia, c’è chi li nasconde e ne fa fardello. (A guardarli pare che solo i criminali e i politici siano contenti di quel che fanno: è un fatto che mi dà da pensare). Scontento che non tocca quindi solo i De Stefano, ma pure Graziano Fauci, il titolare della azienda e perfetto interprete del “fare sistema” (uno degli slogan degli anni suddetti), Moses Sabatini, ex attivista ambientale di Boston trapiantato a Roma e nella Bioambiente, e tutti i figuranti dell’ufficio e del romanzo. Poi c’è lo spazio/tempo delle parole, dove l’ingegner De Stefano e Emanuele sono padre e figlio e trovano scampo allo scialo. (Non manca un fuori campo: una vicenda bostoniana che è Storia e ha un senso). Insomma, un romanzo di respiro ampio e di tessitura sofisticata. Certo si apprezza la maestria nel governare la struttura narrativa: pure è la padronanza di una lingua che è sostanza a dire le cose e i fatti per farne “acquisto di idee” che si impone alla memoria. Il romanzo di Luccone era il primo squillo di uno scrittore.

(Erano evidenti i punti di debolezza, anche: i dialoghi, perfetti nel registro delle voci, sono troppo levigati: le parti dialogate non valgono le parti in prosa. Non importa: era tale la forza della rappresentazione del tempo degli scontenti e le figure della inconsistenza che il resto passava in secondo piano. Luccone diceva della Storia e delle sue figure tenendosi alla larga dal romanzo sociale e le sue consunte berline letterarie. Prosa italiana e struttura postmoderna: un bell’azzardo).

Ora l’autore pubblica un nuovo romanzo, sempre per Ponte alle Grazie: Il figlio delle sorelle – e questa volta il titolo è ben scelto. È un pezzo di Gli scontenti tolto a far dramma del disagio, buio: uno degli scontenti dieci anni dopo, scucito e sfibrato, dopo quel trattamento sanitario obbligatorio che è il matrimonio con una scontenta. Si tratta del resoconto ad estro di un incubo maschile: il peggiore.

“È successo…” – una locuzione iniziale che dice subito il fatto avvenuto e il luogo del libro: la memoria, come è naturale per Leonardo G. Luccone: sa il suo posto. Nei cinque paragrafi del prologo l’autore mette in scena il protagonista di fronte ai fogli, i referti, gli stampati da cui vuole trarre il racconto: si riconoscono la sintassi e il lessico dell’autore e si intuisce che questa volta ci terrà all’oscuro, in tutti i sensi: c’è la percezione di un uomo che cerca scampo. Da cosa? Da un mostro bifronte che incontreremo più avanti e che è figura dell’incubo eletto a regola di convivenza. (Dimenticavo: L. antepone al testo l’elenco delle persone e dei luoghi del dramma). Le figure in scena e più: Rachele, ex e ancora moglie del protagonista e narratore, una di quelle donne buone solo a far danno e che riescono in gran copia; Sabrina, figlia del protagonista e di Rachele, dolente per la fuga del padre e via via sempre più curiosa di sapere il motivo; Silvia, sorella di Rachele, con cui forma un doppio che non promette niente di buono: le gemelle Felicità (Felici è il loro cognome); Carlotta, figlia di Gilda, l’attuale convivente del protagonista, che ha fatto amicizia con Sabrina e vorrebbe accedere pure lei alla Stanza delle parole; più vari figuranti ad uso e consumo del narratore. Casus belli: la procreazione assistita di Rachele, avvenuta in termini equivoci, che ha dato il colpo di grazia al protagonista. Parrebbe tutto chiaro e non è così: qualcosa non torna, subito.

(Consiglio cinematografico: la visione serale di L’ape regina, geniale film del 1963, a opera del troppo dimenticato Marco Ferreri: un regista e autore che aveva visto e previsto alcuni incubi che ci avrebbero raggiunti in questi anni).

Luccone dispone il dramma in tre parti: La salita, La discesa, Il convivio. La prima e più corposa parte è la messa in scena, in un’andirivieni della memoria che dice bene la sostanza del dramma, dell’annaspare del protagonista: unico balsamo, i discorsi con la figlia Sabrina nella Stanza delle parole, luogo virtuale che coincide con l’automobile e un Moscow Mule di ricetta ogni volta differente. Non bastasse, ci sono le Voci che lo perseguitano e che offrono a Luccone il destro di fare un po’ di virtuosismo. Questa prima parte si chiude con un epilogo che dovrebbe mettere in guardia. “Racconto tutto questo perché mi aiuti a chiudere gli occhi. Non voglio fare ciarle né riempire pagine di memorie da leggere chissà quando, o per far impazzire Sabrina, Carlotta, Gilda o Rachele. Non sono storielle, né ricordi. Magari sono bozzetti di un’altra versione dei fatti, ma sono sempre meglio del quadernetto che avevo fatto con mia moglie. Certo che ho strappato io le pagine. Se ci si mette in due a ricordare, si dice solo un cumulo di stronzate”. (Difficile non convenire con lui, con buona pace dei Tartuffe d’oggi e la loro cara -logia). Ecco: il dramma è in vista. La seconda parte è una discesa nel luogo dell’Origine della figura che sottomette il protagonista: il lago di Pergusa, in Sicilia, dove il mito narra di una Persefone qui dominatrice. È la parte poco riuscita del libro: si sente una distanza, direi figurativa. La terza e ultima parte, Il convivio, chiude invece al meglio: scioglie e non spiega: pure lo scioglimento non è tale, se non per chi ci vuol credere.

A Luccone piace sperimentare – era evidente già nel primo romanzo. Non è mai uno sperimentalismo fine a se stesso, quello dell’avanguardista pronto a rientrare nei ranghi, accademici o giornalistici: è la vivace manualità del bricoleur (è titolare dello studio editoriale Oblique): non riesce a tenere le mani ferme, e va bene così. In questo nuovo libro ha usato tutti i suoi talenti al fine di dare respiro a un tema insidioso e a rischio di emotività generazionale: e uno in particolare, quello del regista del dialogo, visto come motore narrativo. Bene, come nel libro precedente i dialoghi sono calibrati alla perfezione, nel registro: pure suonano troppo levigati. Funziona, nell’economia narrativa; ed è quello che conta di più: però manca qualcosa. Chi ha amato Gli scontenti cerca quella prosa tutta intelligenza e respiro. Il talento vero e notevole dell’autore è quello del prosatore.

Il figlio delle sorelle conferma Leonardo G. Luccone scrittore notevole e singolare. Lontano dal (l’auto)biografismo – ma lauto biografismo sarebbe un refuso non male – a bocca spalancata di meraviglia per le proprie vite trasformate in cartapesta narrativa della piccola neo-borghesia; remoto all’epica della fragilità del finto coatto atlantico-romano come alla drammatizzazione dei tormenti del privilegiato fragile; entrambi ennesima declinazione della categoria estetica che è esclusiva e italiana, il Patetico: carta d’identità in etica, politica, estetica e fiorente industria del farlocco – ecco, lontano da tutto questo Luccone continua a credere nel rigore e la verità della lingua, nella letteratura come espressione individuale dei luoghi e dilemmi della Storia. Quanto basta per trovargli un posto in scaffale.