Sardolicesimo Il vino con l’uomo al centro

La sfida di una cantina guidata da una giovane enologa determinata, che ha a cuore la storia e la tradizione della sua terra al centro della Sardegna ma ha saputo mediare la tradizione con la scienza. Per fare bottiglie identitarie ma contemporanee

È un concentrato di energia, parole e determinazione. Emanuela Flore ti conquista al primo sorriso, ti seduce al primo sorso e diventa tua amica alla prima chiacchierata insieme. È la giovane enologa che, insieme all’agronomo Giovanni Bigot e a Beppe Caviola, sta portando alla ribalta nazionale un brand neonato ma che sta già facendo tanto parlare di sè, conquistando nell’anno di esordio i 3 bicchieri e la menzione come miglior cantina emergente 2022 sulla guida del Gambero Rosso. E lo fa prima di tutto nel bicchiere: perché nella vernaccia V o nel cannonau Susu ritroviamo esattamente quello che ci aspettiamo dalla Sardegna contemporanea. Un sorso elegante e pulito, raffinato ma allo stesso tempo pieno dei profumi intensi della macchia mediterranea che ti accoglie, del vento lieve che viene dal mare e ti scompiglia i capelli e ti porta la salinità dei flutti fin dentro al naso. E in questo spazio protetto nel pieno centro dell’isola, equidistante da tutti gli aeroporti, il verde intenso della vegetazione primaverile, intervallata da fiori viola e gialli, si staglia su un cielo azzurro intenso. È la natura possente e intensa della Sardegna che ti colpisce con forza e ti fa domandare perché non hai deciso di trasferirti qui.

E tra il nuraghe millenario di Nolza e il tempio punico dell’imponente centro archeologico di Tharros, visitare questi luoghi e soffermarsi sul loro significato nell’universo sardo, con il vino come chiave di lettura, è un privilegio che possiamo cogliere grazie alla tenacia di questa donna forte e decisa, in grado di riscrivere le certezze e di estirpare i pregiudizi.

Nella storica regione geografica del Mandrolisai ci sono i comuni tra due fiumi, con altezze che variano da 450/700 mt slm, una sorta di alta pianura in cui i vigneti sono tramandati di padre in figlio e il campanilismo è forte. Ogni villaggio ha la sua cultura radicata, e il paesaggio e il terreno sono diversi dall’immaginario consueto della Sardegna: nel centro di un’isola, nel centro del mare, la cultura si è mantenuta originaria e le tradizioni vivono da sempre identiche a sé stesse anche in agricoltura. E nella visione di questo progetto enologico il nuovo non distrugge il vecchio: perché anche nelle tradizioni esistono delle cose che hanno un valore, e che vanno preservate.

Il progresso non vuol dire la distruzione del pregresso: e a Bentu Luna lo sanno bene, ma qui non ci si limita al passatismo delle vigne vecchie, una sorta di marchio di fabbrica per un’azienda che vanta vigneti dai 35 ai 117 anni. Alcune pratiche sono state portate avanti per anni perché avevano una loro logica, ma ogni flusso va verificato in base al metodo scientifico, e adattato al momento storico nel quale si vive. Qui l’enologa e l’AD Gian Matteo Baldi lavorano in un sodalizio ben riuscito, con un solido sistema scientifico, passando dall’osservazione, alla deduzione e poi all’azione. E accanto allo scalzo e al rincalzo del terreno delle vigne fatto a mano con l’aratro e i buoi, c’è una APP che permette di avere sempre sotto controllo ogni pianta, e di misurare in maniera precisissima le sue performance, i suoi bisogni e la sua crescita, ovviamente anche da remoto. Sulle pratiche agricole di un tempo si innesta una visione di futuro coinvolgente e determinata.
aratro buoi vigna anna prandoni

Gian Matteo ha un grande approccio intellettuale al lavoro: «Noi ci occupiamo di aspetti antropologici. Ci occupiamo dell’uomo: il pianeta senza di noi starebbe benissimo e vivrebbe comunque. Mettere l’uomo al centro dei progetti serve a dare a quello che facciamo una sostenibilità sociale ed economica, oltre che ambientale. Ma ha senso perché ci siamo noi». E il progetto di questa cantina nata nel 2019 ha messo insieme tante persone che la pensano nello stesso modo. Come per esempio lo studio di architettura Magaze, giovani professionisti di Faenza, che ha progettato il luogo, con un approccio umanistico. Sono stati a lungo qui a studiare le tipicità della zona, le case contadine, i materiali locali e le capacità tecniche delle persone. La cantina è naturalmente fresca perché riprende i principi con cui sono costruite le vecchie costruzioni: è stata costruita da persone del luogo, tutta sopra terra, in un solo anno, utilizzando le capacità dei locali. Con la trachite estratta per le fondamenta è stato tamponato il perimetro esterno, così integrare la struttura con il territorio. Sul tetto sono state piantate piante grasse che riducono il calore, e l’ambiente interno ha il riciclo dell’acqua di scolo. E poi c’è il giardino, che è stato progettato con piante endemiche per integrare ancora di più col luogo questo impianto umano.

E il pensiero dell’uomo al centro prosegue anche all’interno della cantina e nella filosofia di vinificazione di Emanuela: «Questa cantina è pensata per lavorare le uve di questa zona. Abbiamo scelto solo cemento crudo, legno e terracotta sia per la fermentazione che per l’affinamento. Per noi è importante che la produzione avvenga tutta in un unico grande ambiente, dove fisicamente si percepisca il rapporto uomo vino. Il nostro approccio in vinificazione è del minimo intervento possibile, usando protocolli stretti. C’è una grandissima attenzione nel sapere che cosa non fare. Stiamo cercando il punto di incontro tra la storia e le antiche pratiche che possiede solo chi vive in questo territorio e la scienza. Per me è fondamentale fare vini buoni da subito e capaci di durare nel tempo, in grado di avere un’evoluzione in bottiglia. Cerchiamo di fare un vino preciso ma in grado di raccontare davvero il centro Sardegna».

cantina bentu luna foto anna prandoni

La incalza Gian Matteo: «L’uva da sola non fa il vino: e alla natura del vino non interessa, il vino lo facciamo per noi e al centro deve esserci sempre l’uomo».

E sorseggiando la Vernaccia, o il Cannonau, raffinatissime espressioni di questo territorio, lievi e intensi al tempo stesso, ritroviamo in ogni bicchiere quella macchia mediterranea, quella storia di tradizione, ma anche quel tocco elegante di chi sta tentando di mediare la scienza con la storia e le abitudini agricole e sociali di una terra che ha l’ambizione di raccontarsi in un modo nuovo, inatteso, e sorprendente. La coerenza culturale e di metodo premiano, grazie all’adesione totale e coinvolta al progetto complessivo di persone che vivono questa come una grande opportunità di riscatto e di svolta per una terra ancora in grado di cambiare la sua storia. Anche a partire da un buon calice di vino.