Genova per noiPerché Renzi sostiene il candidato del centrodestra (che non c’entra con il centrodestra)

Il caso Bucci è uno strappo politico e simbolico, ma viene consumato in nome della coerenza (prima i programmi, poi le bandiere) e del fatto che, in realtà, il sindaco non ha niente a che vedere con le istanze di Lega e Fratelli d’Italia

Mauro Scrobogna /LaPresse

Con quell’espressione un po’ così Matteo Renzi a Genova sostiene il sindaco di centrodestra Marco Bucci, compiendo una scelta che per la prima volta da quando è nata vede Italia viva contro il centrosinistra, ed è dunque un decisione a suo modo storica, pur non preludendo affatto ad una scelta di campo valida a livello nazionale. Però ci sono fatti simbolici, e questo è uno di quelli.

Destinato a accendere polemiche, non è dato sapere se anche all’interno di Iv ma certamente nel centrosinistra contro quest’ultima. Intanto perché Genova è Genova: non solo una delle più importanti città italiane ma anche uno scrigno di passioni popolari di sinistra, di tradizioni di lavoro operaio, di Resistenza – questa parola così tornata d’uso nei giorni di Mariupol – la città della magliette a strisce e della Diaz, di Guido Rossa e Renzo Piano, dei portuali e delle colline con i sentieri dei nidi di ragno e quindi è un simbolo, e i simboli contano anche politicamente.

Dunque succede che a Genova, questa Genova, Renzi ha invertito, e non senza fondamento, i termini della questione: viene prima il sindaco e solo poi lo schieramento che lo sostiene. È corretto? Da un certo punto di vista sì, perché la legge dei Comuni mette al centro esattamente la figura del sindaco: è lui che vincendo determina i rapporti di forza nel consiglio comunale (che conta poco, come in tutti i sistemi presidenziali) ed è lui che governa la città: e il suo giudizio è che Bucci sia stato e possa continuare ad essere un bravo sindaco.

Ma poi c’è l’aspetto politico. Se vince Bucci vince la destra: questo è un fatto, non un’opinione. Avranno buon gioco Matteo Salvini e Giorgia Meloni a dire che hanno ripreso Genova, e se ci fossero ancora le bandierine di Emilio Fede su Genova ci sarebbero quelle di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Simboli che con Renzi non c’entrano niente, tanto è vero che Italia viva non farà comparire il suo simbolo a fianco di quelli della destra: ma è una scelta estetica. Perché la scelta politica consiste nel fatto che alcuni esponenti di Iv saranno nelle liste di Bucci.

È vero poi che nella decisione di Italia viva c’è anche un elemento di coerenza, anzi, di grande coerenza: cioè la conferma dell’incompatibilità con il M5s, che per esempio è contrario a quel progetto della Gronda che per i renziani è decisivo perché, come dice Raffaella Paita, la coraggiosa esponente ligure di Iv, «i riformisti non possono stare in un’alleanza che vuole bloccare la città», e quindi non con il candidato sindaco del centrosinistra Ariel Dello Strologo, che sul punto come minimo non è stato chiaro.

Chapeau dunque alla coerenza sugli aspetti programmatici (è anche l’impostazione di Azione). Ma la contraddizione politica è reale. Anzi, probabilmente è a monte (e Genova non è il primo caso): c’è da chiedersi infatti cosa c’entri un amministratore serio come Marco Bucci con i sovranisti che si sono sempre mostrati più che inadeguati a governare le città, o anche solo a candidarsi per diventare sindaci (ma ce li siamo scordati Michetti e Bernardo a Roma e Milano?), e se non sarebbe stato il caso che una persona come lui non si fosse sfilato dall’abbraccio della destra candidandosi come indipendente attraendo su di sé anche consensi riformisti.

Ricordate la stagione dei sindaci degli anni Novanta? Ecco, forse sarebbe il caso di ipotizzare una sempre maggiore autonomia dei candidati sindaci dalle forze politiche. Un sindaco giudicato bravo alla guida di un’alleanza politica che con lui c’entra poco o nulla: le comunali di Genova sono così un equivoco, un accidente, un’illusione ottica. Come quelle che certe volte salgono dal suo «mare scuro che si muove anche di notte, non sta fermo mai».