Metalmeccanici a congressoLa priorità del sindacato oggi è governare l’inflazione con ricette nuove, dice il segretario della Fim Cisl

Roberto Benaglia, in apertura della tre giorni al Lingotto di Torino, propone un nuovo patto sui salari, evitando ogni automatismo: «Usiamo il welfare, usiamo la detassazione, usiamo la decontribuzione, ma il netto in busta paga deve essere difeso. Si tratta di dialogare con le controparti insieme al governo per trovare la formula giusta»

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«Il ritorno dell’inflazione cambia il paradigma della contrattazione salariale e costituisce una novità per la nuova generazione di sindacalisti». È questo il cuore della relazione che il segretario della Fim Cisl Roberto Benaglia pronuncerà oggi in apertura del congresso del sindacato dei metalmeccanici della Cisl al Lingotto di Torino. Le possibili ricette per evitare l’erosione del potere d’acquisto dei lavoratori sono attese negli interventi del ministro del Lavoro Andrea Orlando, della ministra delle Pari opportunità Elena Bonetti e del commissario europeo agli Affari Economici Paolo Gentiloni. Perché, spiega Benaglia, «se la crisi Covid ha colpito i servizi, la tempesta perfetta tra guerra e rincari ora coinvolge soprattutto la manifattura italiana». E la «priorità per il sindacato oggi deve essere quella di governare l’inflazione, una questione del passato che ritorna e che richiede però ricette nuove».

Segretario Benaglia, cosa sta accadendo alle imprese italiane metalmeccaniche?
A tre settimane dall’inizio del conflitto, la Fim Cisl aveva fatto una prima ricognizione, evidenziando che a essere colpite erano soprattutto le filiere dell’acciaio, della meccanica, dell’auto e degli elettrodomestici, in particolare nel Nord Est, con 26mila posti di lavoro a rischio. Di settimana in settimana, il rallentamento continua a manifestarsi. Non siamo catastrofisti, ma sicuramente l’industria metalmeccanica che aveva vissuto un 2021 di rilancio ha staccato il piede dall’acceleratore. Si stanno rivedendo programmi, budget e commesse, c’è una forte incertezza. Bisogna evitare che il 2022 diventi un anno di frenata e stagflazione.

È questa incertezza che può spiegare il picco di contratti a termine che si registra nel mercato del lavoro?
Le imprese oggi si trovano davanti a una doppia difficoltà: da un lato quella di riuscire a trovare manodopera qualificata, dall’altro l’incertezza di non sapere se poter contare su una prospettiva di crescita e stabilità. E quindi si rinnovano i contratti a termine, rinviando le stabilizzazioni.

Lei dice che la priorità del sindacato è governare il ritorno dell’inflazione, proteggendo posti di lavoro e redditi. Ma come si fa ad alzare i salari evitando che si inneschi la spirale prezzi-salari?
Difficile dirlo, ci vorrebbero oggi dei nuovi Ezio Tarantelli che, come fece lui negli anni Ottanta, aiutassero le parti sociali a trovare le formule più indicate. Noi siamo i primi a non volere automatismi al rialzo che possano innescare una dannosa spirale prezzi-salari. Io dico usiamo il welfare, usiamo la detassazione, usiamo la decontribuzione, ma il netto in busta paga deve essere difeso. Si tratta di dialogare con le controparti insieme al governo per trovare la formula giusta che, tra predeterminazione di obiettivi di inflazione da un lato e recupero ex post, permetta di contenere il tetto inflattivo evitando la spirale. Non possiamo pensare che i salari stiano fermi per anni. Anzi, devono aumentare perché aumenta il valore del lavoro: la professionalità è sempre più importante e se vogliamo lavoro di qualità dobbiamo pagarlo bene.

Quindi propone un nuovo patto sui salari come nel 1993?
La Fim dice sì a una nuova stagione di concertazione. Il governo deve avere pazienza e intensificare il dialogo, non fare solo incontri ogni due mesi. Serve un tavolo con tutte le parti sociali. Attenzione, non penso che servano patti su tutto, ma in questo momento evitare di bruciare i salari e difenderli dall’inflazione richiede ricette nuove. C’è bisogno di dare stabilità alle imprese, ma anche ai tanti lavoratori, compresi quelli che fanno fatica a fare i rinnovi contrattuali. Noi nella metalmeccanica abbiamo rinnovato il contratto collettivo in piena pandemia, ma devono farlo anche le altre categorie. Il governo deve raggiungere questo obiettivo e richiamare su questo le parti sociali. Abbiamo bisogno di tanta contrattazione anche nelle aziende, da integrare con quella collettiva.

Come si dà però stabilità alle imprese e ai lavoratori nel mezzo di una tempesta?
C’è bisogno di politiche di supporto e di rilancio della politica industriale che mettano un tetto al costo dell’energia. In modo che si dia stabilità alle imprese, che non devono bruciare posti di lavoro. Nello stesso tempo, abbiamo bisogno di dare stabilità all’occupazione. I lavoratori nelle fabbriche chiedono continuità: il tema non è solo avere un posto a tempo indeterminato, ma avere politiche di supporto nelle transizioni. Noi abbiamo presentato un manifesto per il rilancio delle politiche attive, chiedendo più diritti nelle transizioni lavorative. Diritti che in Europa i metalmeccanici hanno, ma in Italia no. La nostra idea è quella che il lavoratore abbia dei diritti non solo quando ha un lavoro, ma anche quando deve cambiare lavoro o quando finisce un contratto a termine. Ci vogliono politiche che aiutino anche uno che ha concluso un contratto a termine a non sentirsi precario e a trovare nuove possibilità nel mercato. Sono questioni essenziali per quel «lavoro giusto», che è lo slogan del nostro congresso.

Cos’è il «lavoro giusto»?
Un lavoro giusto vuol dire tante cose concrete. Anzitutto deve essere un lavoro sostenibile per l’ambiente ma anche socialmente, in una transizione ecologica che non deve creare perdenti. Deve essere un lavoro dignitoso, sicuro e pagato bene. Questa è l’età dei “colletti blu”: i metalmeccanici sono sempre più un mix tra colletti bianchi e tute blu, sempre più tecnologicamente avanzati. Ed è l’età della “mentedopera”, perché nonostante la tecnologia sia centrale nelle fabbriche, c’è sempre l’uomo che deve governare i robot. Sono anni di ricomposizione, dobbiamo evitare la polarizzazione tra chi ce la fa e chi non ce la fa. Il sindacato deve tenere insieme tutti, a patto che non si usino le ricette del passato ma se ne trovino di nuove.

Ad esempio?
Prendiamo il settore dell’auto, al centro di diverse crisi. Rilanciare mercato e gestire la transizione ecologica è una doppia sfida. Da una parte speriamo che con i nuovi incentivi il mercato si riprenda, ma nello stesso tempo non possiamo aspettare che il futuro si consumi. Bisogna anticiparlo. È il momento delle politiche industriali, che non vuol dire incentivi e supporti economici, vuol dire trasferimento tecnologico, vuol dire far nascere in Italia una nuova componentistica che riesca ad adattarsi alla transizione verso l’elettrico. Ma non basta il mercato, serve il ritorno della politica industriale.

Intanto, però, continuano le morti sul lavoro.
Sulla sicurezza non si fa mai abbastanza. Il problema è che la cultura della sicurezza non è entrata definitivamente nelle procedure di organizzazione di qualsiasi lavoro. Va fatto di più non solo sul piano dei controlli e degli ispettori, perché non possiamo mettere un ispettore in ogni luogo di lavoro. Dobbiamo riuscire a fare molta più prevenzione, serve molta formazione. Una parte dei lavoratori che hanno perso la vita, anche di recente, aveva solo qualche giorno di lavoro fatto. Non abbiamo la cultura di formare il lavoratore prima che vada a occupare il posto di lavoro anche sul tema della sicurezza. Eppure oggi le aziende più competitive sul piano mondiale sono quelle più sicure e quelle con il più basso tasso di infortuni. La proposta che faccio è legare sia parte dei bonus dei manager sia parte dei premi di risultato negoziati nelle fabbriche a obiettivi di miglioramento nell’infortunistica. Se ci dotiamo di questi strumenti nuovi, e tutti viriamo verso la sicurezza come competitività e non come costo, credo che possiamo abbassare questa curva troppo alta.