Letteratura indipendente Tre romanzi ucraini tradotti in italiano per capire il popolo che resiste

Un diario della rivoluzione europeista, una passeggiata solitaria a Chornobyl’ (la variante ucraina di Chernobyl) e un racconto-viaggio oltre la linea del fronte nella città occupata dalle truppe russe senza bandiera nel Donbas

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La letteratura ucraina è relativamente giovane e, nella sua evoluzione travagliata, si è trovata spesso a investire gran parte delle sue energie nella lotta, nell’adattamento e nei postumi del pericolo esterno russo, che in questi giorni si è materializzato di nuovo.

Oltre alla minaccia fisica agli scrittori, poeti ed editori ucraini, impegnati al fronte o nel volontariato, la letteratura ucraina rischia di subire una pausa prolungata, anche perché quelli che hanno qualche spazio per scrivere si ritrovano senza voglia di prendere la penna in mano. 

Dopo l’annessione della Crimea e l’inizio della guerra russo-ucraina nel Donbas nel 2014, la letteratura ucraina si è trovata a riflettere sui temi dell’identità attraverso la guerra in corso: in questa riflessione collettiva, la voce più marcata appartiene agli scrittori e poeti sfollati dal Donbas. Olena Stiazhkina, Iya Kyva, Volodymyr Rafeienko, Liuba Yakymchuk. I loro esperimenti, anche linguistici, con cui hanno scelto di passare dal russo all’ucraino per ragioni morali hanno contribuito alla nascita di nuovi lineamenti della letteratura ucraina contemporanea. Nelle librerie italiane si trova purtroppo una scelta di testi limitata e, per di più, al maschile nonostante negli ultimi anni la letteratura ucraina abbia assunto un volto sempre più femminile.

I testi qui scelti potranno aiutare a capire l’oggi dell’Ucraina. 

Serhij Zhadan, Il convitto (Voland, 2020)
Un romanzo-viaggio di tre giorni oltre la linea del fronte nella città occupata dalle truppe russe senza bandiera nel Donbas. In questo testo, veloce e furtivo, dove si scioglie la neve sporca e girano i cani randagi, non c’è spazio per la riflessione, perché è accaduto quello che è accaduto. A differenza dei primi due romanzi tradotti in italiano, “La strada del Donbas” (Voland, 2016) e “Mesopotamia” (Voland, 2018) che avevano lunghe pagine di descrizioni poetiche dei paesaggi, ne “Il Convitto” Zhadan presenta una sua nuova prosa nuda e cruda. Il protagonista Pasha, un insegnante di lingua ucraina in una delle scuole del Donbas, indeciso e distaccato, alla fine del suo viaggio riesce a prendere una posizione anche per merito del suo giovane nipote, che è andato a recuperare in un convitto. 

Zhadan, classe 1974, la rock star della letteratura ucraina, scrittore, poeta e cantante, originario di Starobils’k, regione di Luhans’k, dal 2014 ha organizzato concerti nelle zone ravvicinate al fronte con la sua fondazione. Dall’inizio dell’invasione su larga scala della Russia in Ucraina, è rimasto a Kharkiv, la città dove ha vissuto negli ultimi 30 anni, e si è dedicato al volontariato.

Markijan Kamysh, Una passeggiata nella zona (Keller, 2019)
Un po’ diario di bordo, un po’ reportage, “Una passeggiata nella zona” racconta l’esperienza personale dell’autore in veste di stalker o di passeggiatore solitario durante i giorni, settimane e mesi trascorsi nella zona di alienazione di Chornobyl’ (la variante ucraina di Chernobyl, usata anche nel libro). Una passione tossica, un filo spinato che lega Markiyan con la Zona lo costringe a tornare più volte in estate e in primavera per ritrovare la sua pace interiore tra le Antenne di Chornobyl-2, i tetti dei palazzoni abbandonati e la chiesa ortodossa del paese Krasno.

Un posto dove l’autore scarica la sua rabbia e supera e distrugge le sue paure. Nel farlo, distrugge anche la zona, le sue staccionate per riscaldarsi d’inverno, «un lavandino (…) per noia o per disperazione (…) a pezzi con un mattone»: la distrugge come lei a sua volta ha distrutto le vite intere di una comunità, compresa quella di suo padre, liquidatore dell’incidente. La solitudine e il paesaggio annientato conducono all’annientamento dell’io dell’autore, lo riducono fino allo zero, ed è da lì che riparte per ritrovare di nuovo se stesso. 

A marzo del 2022 lo spettro della Centrale di Chornobyl’ si è palesato di nuovo in Europa, con i lavoratori ucraini presi in ostaggio dai soldati russi e le ulteriori minacce di terrorismo nucleare.   

Dopo aver portato la famiglia in salvo dalla capitale ucraina durante l’invasione russa, Markiyan Kamysh, classe 1988, si è arruolato volontario per la difesa territoriale e pubblica il suo diario della guerra sulle pagine di Repubblica. 

Andrei Kurkov, I diari ucraini (Keller, 2014)
Le pagine del diario privato dello scrittore rimandano il lettore nei primi giorni della protesta studentesca di novembre 2013 nella piazza principale di Kiev — Majdan. In quei giorni freddi e umidi, sotto la pioggerella autunnale, nasce il movimento europeista che durerà per i successivi tre mesi e che costringerà il presidente filorusso in carica Viktor Yanukovych a fuggire in Russia. La penna temperata dello scrittore, la cui casa si trovava a due passi dallo spazio delle proteste, fissa accuratamente, a modo del diario di Aleksandr Blok o Franz Kafka, i cambiamenti nella società che avvengono giorno dopo giorno.

Il diario finisce con la data del 27 giugno 2014, segnata nella postfazione, quando il presidente eletto a maggio Petro Poroshenko firma a Bruxelles l’accordo sull’integrazione dell’Ucraina all’Unione Europea. Kurkov scrive del concetto di “guerra ibrida”, imparato velocemente dagli ucraini: quel tipo di conflitto che la Russia conduceva nei loro territori. Le ultime parole del diario dicono: «L’Europa, che durante il Majdan ha sbandierato il suo sostegno, ora si è fatta da parte, si è ammutolita, dando la precedenza ai suoi rapporti commerciali con la Russia. Il denaro è più importante della democrazia. Questo cinico insegnamento, che l’Europa ha lasciato all’Ucraina, influirà senz’altro sul futuro sul futuro del mio Paese. E quindi anche sul mio. E quello dell’Europa stessa. Di tutta l’Unione Europea». 

Andrei Kurkov, classe 1961, nato a Leningrado, di lingua madre e di scrittura russa, dal 2017 comincia a sperimentare con la prosa in lingua ucraina. Dal 2018 è il presidente del Pen Ukraine. Da febbraio 2022, Kurkov insieme alla famiglia è sfollato dalla capitale ucraina e vive a Leopoli, da dove rilascia interviste e commenti ai media internazionali.     

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