Pagare il contoIl nostro approccio rapace nei confronti del Pianeta ci sta condannando

C’è bisogno di una vasta trasformazione industriale, urbanistica e infrastrutturale. Ma l’evoluzione deve partire dalle nostre coscienze di individui, dai nostri comportamenti, dalla dimensione dell’essere umano radicato nella sua origine e guidato da una vocazione

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«Nel 2023 avremo un problema di carenza di cibo», ha detto David Beasley, direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale (Pam) delle Nazioni Unite, la scorsa settimana durante una conferenza a New York, aggiungendo che la guerra esacerba altre minacce. Inclusi i cambiamenti climatici.

Secondo l’analisi del Programma alimentare mondiale, all’inizio del 2022 276 milioni di persone in tutto il mondo stavano già affrontando la fame acuta. Se il conflitto tra la Russia e l’Ucraina dovesse continuare, si verificherà un aumento di circa 47 milioni di unità. Con i numeri più gravi nell’Africa subsahariana.

La maggior parte del cibo prodotto dall’Ucraina era sufficiente a sfamare 400 milioni di persone, ma l’interruzione delle esportazioni dovuta al conflitto ha già spinto i prezzi delle materie prime alimentari ben al di sopra dei record. Questa crisi, assieme all’aumento del costo del carburante, sta facendo aumentare i costi operativi del Programma alimentare globale fino a 71 milioni di dollari al mese. 

Ma sul cibo non si abbatte solo l’effetto della guerra. Sta arrivando anche quello determinato dal quinto anno più caldo di sempre, con una temperatura sulla superficie della terra e degli oceani superiore di 0,87 gradi rispetto alla media del ventesimo secolo. Gli effetti si stanno facendo sentire soprattutto in Pakistan (si sono toccati i 50 gradi) e in India (si è battuto il record dei 49 gradi), ma anche in diverse aree degli Stati Uniti e dell’Europa: in Paesi come Germania, Francia, Italia e Spagna, a causa del deficit d’acqua per le irrigazioni, sono compromessi sia lo sviluppo sia la produzione non solo delle semine primaverili di riso, girasole, mais e soia, ma anche le coltivazioni seminate in autunno di grano, altri cereali e foraggi. Senza dimenticare gli ortaggi e la frutta.

L’attuale deficit idrico che colpisce i nostri raccolti va a complicare uno scenario che vede l’Italia dipendere dall’estero per molte materie prime, visto che produce appena il 36% del grano tenero necessario, il 53% del mais per l’alimentazione del bestiame negli allevamenti, il 56% del grano duro per la pasta e il 73% dell’orzo. 

Il cambiamento climatico aggrava gli effetti negativi della guerra sulla sicurezza alimentare mondiale: l’allarme carestia, dopo la decisione dell’India di bloccare l’export di grano, suona in 53 Paesi, dove il 60% del reddito delle persone è destinato all’alimentazione. 

Ma esistono almeno altri due aspetti che non sono meno rilevanti dei precedenti, e dei quali eticamente dovremmo occuparci. Il primo è l’evidente interesse della speculazione verso il mercato delle materie prime agricole: un fenomeno che sposta l’ago della bilancia delle quotazioni oramai sempre più dipendenti dai movimenti finanziari e dalle strategie di mercato. Pensiamo solo a un derivato come i futures: chiunque può investire acquistando e vendendo solo virtualmente il prodotto a danno di agricoltori e consumatori. Sono sempre meno dipendenti dal reale andamento della domanda e dell’offerta. 

Il secondo aspetto è stato definito «pandemia silenziosa» dal nuovo rapporto del World wildlife fund (Wwf) sull’uso dei pesticidi, che contaminano un terzo del cibo coltivato nel mondo che poi arriva sulle nostre tavole. Solo il 5% dei pesticidi irrorati raggiunge ciò che danneggia il raccolto, mentre più del 50% viene disperso nell’aria, nel suolo, nell’acqua, anche a distanze inimmaginabili visto che il vento ha un ruolo attivo nel loro trasporto senza confini. L’impatto sulla salute umana dell’agricoltura chimica sarebbe connesso a circa 9 milioni di morti premature all’anno. E si potrebbe aprire un altro capitolo dedicato ai danni sulla biodiversità.

Abbiamo creduto di poter vivere come se il nostro Pianeta fosse un soggetto passivo a nostra disposizione, e adesso ci viene presentato il conto. Nonostante tutto, perseveriamo nel perpetuare lo stesso approccio rapace e gli stessi comportamenti irresponsabili. Non abbiamo più alibi: sappiamo bene che il modo in cui ci adatteremo a questa nuova era determinerà il nostro destino come specie. Il Pianeta si evolverà indipendentemente dalla nostra capacità di fare altrettanto: cosa c’è di tanto difficile da capire in questo concetto? 

C’è bisogno di una vasta trasformazione industriale, urbanistica e infrastrutturale. Occorre cambiare radicalmente il modo in cui le nostre società producono energia, coltivano e allevano il cibo, si spostano, costruiscono gli edifici, gestiscono l’urbanistica e le infrastrutture. Ma, lo ripeto ancora una volta, sarà un’evoluzione impossibile, se non partirà da noi stessi, dalle nostre coscienze di individui e dai nostri comportamenti. Senza la dimensione dell’essere umano radicato nella sua origine e guidato da una vocazione, nessuna evoluzione avrà luogo.