Disunione europeaLe spaccature fra Stati rovinano la Festa dell’Ue

All’evento finale della Conferenza sul futuro dell’Europa, Macron esprime sostegno alla Convenzione e von der Leyen apre alla modifica dei trattati. Ma contemporaneamente la metà dei Paesi firmano un patto per escluderla

AP/Lapresse

Una cascata di applausi sommerge Ursula von der Leyen, quando la presidente della Commissione europea dice che l’immagine di una giovane madre che interviene in Parlamento con il suo bambino in braccio è molto più potente di ogni parata militare nelle strade di Mosca.

La celebrazione europea del 9 maggio, data fatidica nella storia del continente per la sconfitta del Nazismo nel 1945 e l’inizio del progetto comunitario nel 1950, è un omaggio alla democrazia e alla partecipazione dei cittadini, con la promessa delle istituzioni dell’Ue di fare tutto il possibile per accogliere le 49 proposte uscite dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa.

Ma di certo, non una prova di unità: mentre le presidenti di Commissione e Parlamento e quello di turno del Consiglio dell’Ue invocavano la necessità di modificare i trattati dell’Unione, 13 Stati membri hanno sottoscritto una dichiarazione per escludere questa possibilità.

Il futuro dell’Ue, tra ambizione e realtà
L’evento al Parlamento europeo di Strasburgo chiudeva un esercizio democratico lungo un anno con una cerimonia solenne, dai toni emotivi. Gli interventi degli esponenti politici si sono alternati a quelli dei comuni cittadini coinvolti nel processo, intervallati da performance artistiche come l’esecuzione della Nona sinfonia di Beethoven, l’inno ufficiale dell’Unione europea.

I discorsi più attesi non hanno deluso le aspettative. Roberta Metsola, presidente dell’Eurocamera, ha ricordato con commozione il suo predecessore David Sassoli, che «sarebbe così orgoglioso oggi». Proprio Sassoli aveva promosso e sostenuto l’inizio della Conferenza anche durante la pandemia da Covid-19, che ne aveva prima rimandato e poi messo a rischio lo svolgimento.

Von der Leyen ha cominciato citando la sua omonima Ursula Hirschmann, una delle fondatrici spirituali dell’Unione nel confino di Ventotene negli anni ’40, e proseguito con la promessa di annunciare le prime proposte legislative che recepiscono i punti della relazione finale della Conferenza già nel suo prossimo Discorso sullo Stato dell’Unione, a settembre.

Ma soprattutto, ha aperto in maniera esplicita alla possibilità di modificare i trattati su cui si regge l’Unione europea, «se ce ne sarà bisogno per riformarla e farla funzionare meglio». Un esempio è il voto all’unanimità dei Paesi membri in alcuni campi cruciali, che a suo dire «semplicemente non ha senso, se vogliamo muoverci più velocemente». Si tratta di una posizione molto netta, considerata la tradizionale ritrosia della Commissione ad affrontare il tema, che non sarebbe di sua stretta competenza.

La conclusione del suo discorso, poi, è un coraggioso parallelismo tra la democrazia sbocciata in Europa dalle ceneri della Seconda guerra mondiale e quella che si svilupperà dopo la fine del conflitto in corso. Il popolo ucraino ne sarà protagonista: «Il futuro dell’Europa è anche il vostro futuro. La prossima pagina sarà scritta da tutti noi insieme».

In tutti gli interventi, del resto, ci sono stati riferimenti alla guerra russa e alla resistenza dell’Ucraina all’invasione. Il presidente della Repubblica francese, che guida in questo semestre il Consiglio dell’Ue, si è spinto a dire che il Paese è già oggi «un membro del cuore della nostra Europa, della nostra famiglia, della nostra Unione».

Le parole di Emmanuel Macron sono state cariche di significato anche in altri ambiti. Citando Robert Schuman e pure il whatever it takes di Mario Draghi, ha ipotizzato un’Unione a più velocità, parlando di «circoli d’avanguardia», che permetteranno a quegli Stati che vogliono avanzare nell’integrazione europea di trainare gli altri.

Ha chiesto di «ripensare la geografia dell’Europa, condizionata dalle aspirazioni dei popoli di Ucraina, Georgia, Moldova e vari Paesi dei Balcani occidentali di aderire all’Ue. Che, a suo dire, «non può essere a breve termine l’unico modo di strutturare il continente».

L’idea di Macron è una sorta di «allargamento senza adesione»: una «nuova organizzazione europea» che dia vita a uno spazio di cooperazione politica e di sicurezza, ma anche in materia energetica, di trasporti, investimenti e politiche giovanili. Sarebbe aperta a coloro che attualmente vogliono aderire all’Ue ma anche a chi l’ha abbandonata, quindi il Regno Unito.

Al di là di questo futuro progetto ambizioso, che il presidente francese ha intenzione di discutere con gli altri governi interessati, c’è per lui l’urgenza impellente di modificare i trattati. Macron si è detto favorevole alla proposta di convocare una convenzione europea per ridiscutere i testi fondanti, avanzata la scorsa settimana dal Parlamento e necessaria per soddisfare alcune delle richieste emerse durante la Conferenza. Anzi, ne ha perfino paventato il raggio d’azione: regole d’elezione, metodo di designare i rappresentanti delle istituzioni, diritto d’iniziativa per il Parlamento europeo.

Come ha spiegato rispondendo a una domanda de Linkiesta nella conferenza stampa successiva all’evento, si tratta solo della posizione del suo governo, che ha suggerito alcune piste per dare seguito alle volontà dei cittadini europei. Il presidente francese non può parlare a nome del Consiglio, che appare estremamente diviso sull’idea di riformare l’architettura comunitaria.

L’Unione spaccata
Metà degli Stati membri dell’Unione, infatti, non ha alcuna intenzione di procedere su questa strada. Una dichiarazione congiunta rilasciata in giornata dai governi di 13 Paesi sottolinea il rischio di sottrarre energia politica alle urgenti sfide geopolitiche del momento.

Pur non escludendo nessuna opzione per il futuro, questi Paesi non supporteranno «sconsiderati e prematuri tentativi di attivare un processo di modifica dei trattati». Cosa, che sostengono, «non era l’obiettivo della Conferenza sul Futuro dell’Europa». Piuttosto, si impegnano ad esaminare le proposte inserite nella relazione finale, che dovrebbero essere implementate da ogni istituzione secondo le proprie regole e i propri margini d’azione.

I firmatari sono Bulgaria, Croazia, Cechia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Romania, Slovenia e Svezia. A conti fatti, tutto il Nord e tutto l’Est dell’Unione europea, con la notabile eccezione dell’Ungheria.

Un fronte fatto di Stati piccoli che temono di perdere potere senza il diritto di veto, di governi rigorosi preoccupati da un possibile superamento del voto all’unanimità nelle politiche fiscali, di nazioni gelose della propria sovranità, che non comprende nessuno dei sei Paesi fondatori dell’Ue.

La presa di posizione è chiara e si traduce in una più che probabile pietra tombale per la convenzione europea, la cui convocazione deve essere approvata della maggioranza dei membri nazionali. Anche ammesso che Macron e i suoi alleati riescano a convincere qualche Stato recalcitrante e ottenere una superiorità numerica risicata, il problema sarebbe poi produrre, tramite la convenzione, risultati apprezzabili: ogni cambiamento dei trattati europei deve essere infatti adottato all’unanimità.

Sicuramente una prima delusione per chi si aspettava risultati radicali e immediati dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa. Che invece, più probabilmente, aggiungerà legittimità alla Commissione per proposte legislative già in cantiere, suggerendo qualche nuova idea e confermando le necessità già individuate, come ad esempio quella di una politica migratoria più equa e solidale.

Risultato non secondario resta il coinvolgimento profondo di 800 europei comuni nel processo decisionale dell’Ue, con una consapevolezza tale che decine di loro hanno firmato una lettera indirizzata al board, proponendosi come «rappresentanti dei cittadini europei nella vita di tutti i giorni»: si riunirebbero ogni uno o due anni per trasmettere alle istituzioni una serie di raccomandazioni raccolte tra la popolazione. Una specie di Conferenza permanente che li vedrebbe ancora attivi e protagonisti, dopo mesi di incontri, riunioni e fine settimana impegnativi.

Il lungo percorso dei partecipanti comuni è iniziato otto mesi fa tra volti spaesati e interventi confusi e si conclude oggi con lacrime e brividi, confessati a Linkiesta dai cittadini italiani, durante la cerimonia conclusiva. C’è chi si è commosso ascoltando la Nona sinfonia, in piedi nell’aula piena, come un inno nazionale, chi ha tremato guardando l’esibizione iniziale, chi ha pianto quando i tre presidenti hanno preso in braccio la figlia di una cittadina francese, nata tra una sessione plenaria della Conferenza e l’altra. Il futuro dell’Europa è anche suo.