ForzalavoroLa geopolitica del remote working, il richiamo dell’Ue sul Pnrr italiano e la voglia di stabilità della Gen Z

Nella newsletter di questa settimana: i Paesi che vogliono o devono tornare in ufficio cinque giorni a settimana, il pacchetto di primavera di Bruxelles, le riforme impantanate e il monitoraggio del Recovery Plan italiano, il ritorno dei falchi, lo stallo sulle sanzioni. Ma anche le tensioni nella maggioranza sull’equo compenso e l’impennata della cassa integrazione nelle industrie energivore. Ascolta il podcast!

(Unsplash)

*Piccola premessa: questa newsletter, nata nel marzo del 2020 con il nome “Corona Economy” per raccontare il lavoro e l’economia stravolti dalla pandemia, da oggi si chiamerà “Forzalavoro”. Dopo tre dosi di vaccino e gli stravolgimenti della guerra in Europa, abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di rinnovare il titolo. Senza dimenticarci però da dove siamo partiti. Non a caso, oggi cominciamo parlando di lavoro a distanza. 

 

GEOPOLITICA DEL REMOTE WORKING 🌍

Due anni fa, la pandemia ci ha spinto al lavoro a distanza per necessità. Ma ora che molte delle misure di sicurezza sono state revocate, tanti di noi continuano a lavorare da casa. Chi tutti i giorni, chi qualche volta a settimana. Anzi, la possibilità di lavorare a distanza è diventato anche uno dei fattori chiave per le aziende per attirare i talenti. Questo però non accade in tutto il mondo.

Smart? No grazie A livello globale, circa il 38% dei dipendenti ora lavora in un ufficio ibrido, secondo il Work Trend Index 2022 di Microsoft. Ma mentre molti Paesi marciano a verso un futuro del lavoro senza luoghi, ci sono Paesi in cui, per ragioni culturali, barriere tecnologiche o logistiche, si è preferito di gran lunga tornare dietro la scrivania e alle riunioni in presenza. In Francia e in Giappone, ad esempio, in molti stanno tornando in ufficio a tempo pieno, rifiutando l’idea che una settimana lavorativa di cinque giorni in presenza sia una reliquia del passato.

Da Parigi Secondo uno studio dell’Istituto francese per i sondaggi d’opinione (Ifop), solo il 29% dei lavoratori francesi afferma di lavorare a distanza “almeno una volta alla settimana”. Molto poco se confrontato con il 51% dei tedeschi, il 50% degli italiani, il 42% degli inglesi e il 36% degli spagnoli. Mentre in Italia il 30% dei lavoratori dichiara di lavorare a distanza da quattro a cinque giorni a settimana e il 17% da due a tre giorni, in Francia le cifre sono rispettivamente dell’11% e del 14%.

  • Pourparler “I francesi sono, il più delle volte, riluttanti al cambiamento”, spiega a Bbc la professoressa Sonia Levillain. In Francia molte aziende stanno passando a un approccio di ufficio flessibile con l’hot desking. Eppure, “i dipendenti sono molto scettici”, dice Levillain. “Sono davvero attaccati all’ufficio fisico e al luogo in cui lavorano perché è un segno di identità e di appartenenza all’organizzazione”. Anche perché, aggiunge la professoressa, la cultura più diffusa in Francia tra i manager è quella del controllo dall’alto, non certo quella di dare fiducia e autonomia ai dipendenti. E le interazioni sociali sono considerate ancora uno strumento chiave nel processo decisionale.

… a Tokyo Il Giappone è un altro luogo in cui il lavoro a distanza non ha preso piede. “Qui è sempre meglio avere un incontro di persona che scrivere un’email”, dice la professoressa Parissa Haghirian, “perché la comunicazione non verbale gioca un ruolo molto importante”. Ma è anche una questione di organizzazione. Mentre le aziende estere in genere assegnano responsabilità uniche ai lavoratori (e li valutano individualmente), in Giappone i ruoli sono molto meno definiti, con i dipendenti che lavorano in modo interdipendente in team. Cosa che rende difficile dividere i processi e distribuire il lavoro in un ambiente remoto.

  • Tutti casa e ufficio Il Giappone premia anche il tutoraggio sul posto di lavoro per i più giovani, cosa che non è avvenuta in modo altrettanto efficiente in un ambiente remoto. In più c’è una riluttanza a combinare la vita domestica con la vita d’ufficio, poiché si preferisce avere ruoli e confini chiari. Anche perché le dimensioni medie degli appartamenti sono molte ridotte e non a caso c’è una delle percentuali più basse di accesso ai computer da casa tra i Paesi Ocse. Poi certo c’è anche il rovescio della medaglia, quello del “presentismo”, e cioè molti lavoratori temono una mancanza di avanzamento di carriera se non lavorano per lunghe ore in ufficio.

Barriere all’ingresso Come spiegano dal Brookings Institution, in realtà, la questione immobiliare è centrale per la diffusione dello smart working. La sostenibilità a lungo termine del lavoro a distanza dipende anche dalle condizioni abitative dei lavoratori. E in Asia, dove molte persone vivono in molti meno metri quadrati per membro della famiglia rispetto ai Paesi occidentali, il lavoro da casa non è praticabile e poco attraente. Senza dimenticare poi che l’accesso alla banda larga ad alta velocità è un’altra barriera che può determinare il successo delle forme di lavoro ibride: i lavoratori in gran parte del Sud del mondo, ad esempio, sono ora tornati al posto di lavoro dopo timidi esperimenti di remote working proprio perché ostacolati da infrastrutture tecnologiche scadenti.

Quella voglia di ufficio Se da un lato c’è una spinta globale al lavoro a distanza, in realtà le preferenze culturali e gli standard di vita tipici non stanno cambiando in modo così significativo nel mondo. Insomma, ci sarà ancora bisogno di uffici. E non solo in Giappone, in Francia o nel Sud del mondo. In effetti, man mano che vengono pubblicati i dati – come fa notare Francesco Seghezzi su Twitter – anche da noi il fenomeno smart working sembra in parte sgonfiarsi, «non solo nelle prospettive future, ma anche rispetto all’idea che ci eravamo fatti nel 2020». In Italia nel 2020 ha lavorato in maniera continuativa in smart working solo l’11% dei lavoratori su un potenziale del 37%. Pochino, insomma.

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RICHIAMO ALL’ITALIA
Nel rapporto della Commissione europea sull’Italia, i richiami al nostro Paese riguardano soprattutto il problema del debito alto e della crescita bassa. Nel pacchetto di primavera, l’Italia resta nel gruppo degli “squilibri macroeconomici eccessivi”. Anche questa volta, però, Bruxelles non apre alcuna procedura per deficit e debito pubblico oltre i parametri di Maastricht. Come atteso, l’attenzione dell’Ue si concentra sulla opportunità offerta dal Recovery Plan (Pnrr), purché si proceda a una attuazione “rapida e sana”.

  • Sulle polemiche esplose nella maggioranza in merito alle raccomandazioni dell’Ue, soprattutto a opera del leader della Lega Matteo Salvini, il commissario all’Economia Paolo Gentiloni ha sottolineato che Bruxelles non ha intenzione di massacrare nessuno di tasse, sottolineando però l’importanza della riforma del catasto e dell’allineamento dei valori catastali ai valori di mercato.
  • Il premier Mario Draghi la scorsa settimana ha convocato un cdm a sorpresa di otto minuti in cui la maggioranza ha dato il via libera ad apporre la fiducia sulla legge sulla concorrenza entro maggio. Il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta dice che non siamo in ritardo e che sarà approvato tutto, checché ne dica Salvini.

Il punto sulle riforme In ballo ci sono i quasi 46 miliardi di euro che Bruxelles ci spedirà tra giugno e dicembre, secondo il cronoprogramma del Pnrr, a patto che le riforme abbiamo preso forma. Dopo mesi di trattative e liti tra i partiti della maggioranza, non tutti i nodi sono stati sciolti. Anzi. In coda restano la riforma del Codice degli appalti; la legge sulla concorrenza che contiene la questione delle gare sulle concessioni balneari; la delega fiscale con la revisione del catasto; e la riforma del Csm, che è di fatto l’ultimo miglio della giustizia.

  • Compiti Entro giugno vanno raggiunti 45 obiettivi. A pagare il prezzo di queste priorità sarà quasi certamente l’iter della delega fiscale, inchiodata alla Camera. La sua approvazione non è fra quelle decisive ai fini del piano europeo, anche se contiene la riforma del catasto, uno dei punti inseriti nelle raccomandazioni dell’Ue.
  • Cosa importante I fondi del Pnrr sono l’unico margine di spesa pubblica a disposizione, oltre al deficit concordato con Bruxelles alla fine dell’anno scorso.
  • Monitorare Openpolis ha lanciato la piattaforma OpenPnrr per monitorare il percorso del piano. Ma da parte del governo resta ancora da fare in termini di trasparenza e accesso ai dati (Qui una puntata di Fuori dalla Bolla dedicata al Pnrr).

Regole sospese La Commissione europea ritiene giustificato un nuovo stop del Patto di Stabilità e crescita per tutto il 2023. La clausola sarà disattivata a partire dal 2024. Come chiarito dal vice presidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, la sospensione non significa «un liberi tutti». Per questo la Ue manda comunque i suoi avvisi ai Paesi membri, a partire dall’Italia. Un richiamo sul debito italiano è arrivato anche dal Fondo monetario internazionale.

Dove osano i falchi Il ministro delle Finanze tedesco Lindner ha ricordato che bisogna riavviarsi sulla linea del rigore nei conti pubblici. E si è detto contrario a un’emissione comune del debito per ricostruire l’Ucraina.

  • Agenda Oggi e domani riunione dell’Eurogruppo e dell’Ecofin.

 

LO STATO DELLE SANZIONI
Abbiamo un problema Nessun accordo ancora in Europa sull’embargo al petrolio russo. Al G7 di Bonn della scorsa settimana gli Stati Uniti hanno riproposto di apporre dei dazi o un tetto al prezzo per l’import del petrolio, ma la Germania si è messa di traverso. E secondo il Financial Times l’Italia ha addirittura aumentato le importazioni di greggio da Mosca.

  • Zona grigia Restano le divisioni anche sul tema del pagamento in rubli. Eni intanto ha avviato le procedure per il aprire il doppio conto, in un contesto di incertezza normativa da parte della Commissione.
  • Agenda Il 26 maggio, mentre a Berlino si tiene la riunione dei ministri dell’Ambiente, in Italia arriva in visita il presidente dell’Algeria, con cui Draghi ha sottoscritto un importante accordo di fornitura di gas in sostituzione di quello russo.

Intanto in Russia Secondo il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, le sanzioni comunque stanno funzionando e stanno piegando l’economia russa, ma l’embargo sul gas è necessario.

 

QUI DAVOS A Davos è ritornato il World Economic Forum in presenza, dopo due anni a distanza. Ma il meeting, dopo la pandemia e la guerra, non è più lo stesso. Anzitutto, non ci sono i russi. Ma non c’è neanche il presidente cinese Xi Jinping. E, come ha scritto il New York Times, molti dei princìpi di cui Davos è stato per anni il simbolo, come “globalizzazione, liberalismo, capitalismo di mercato, democrazia rappresentativa, sembrano essere sotto attacco”.

  • Il 24 e il 25 maggio sono attesi gli interventi della presidente della Bce Christine Lagarde.

TASSI IN RIALZO Lagarde, intanto, nel corso di un intervento sul sito della Banca centrale, ha detto che Francoforte si appresta a un rialzo dei tassi “nella riunione di luglio” in modo da poter “essere in grado di uscire dai tassi di interesse negativi entro la fine del terzo trimestre”.

 

COSE DI LAVORO
L’altra battaglia Il disegno di legge sull’equo compenso ai professionisti, presentato da Giorgia Meloni e due deputati di Lega e Forza Italia, sta facendo litigare la maggioranza al Senato (dopo l’approvazione alla Camera). Ci sono 147 emendamenti per modificarlo e per il Pd va cambiato radicalmente, altrimenti risulterà dannoso. Soprattutto per i giovani.

Politiche attive Il commissario dell’Agenzia nazionale per le politiche attive (Anpal) Raffaele Tangorra assicura che i fondi del Pnrr non saranno sprecati e annuncia che da giugno saranno attivati 50mila disoccupati al mese in programmi di riqualificazione. In più, entro fine anno, i centri per l’impiego avranno 20mila addetti. Ma, dice, le imprese non trovano lavoratori in Italia anche e soprattutto perché i salari sono troppo bassi. In testa agli introvabili, ci sono estetiste e ingegneri. Ma è anche un problema di invecchiamento della popolazione.

Flessibilità Il presidente del Cnel Tiziano Treu ha spiegato che il decreto dignità è stato un fallimento e che va riscritto, proponendo che siano le aziende a pagare la flessibilità contrattuale. Secondo l’ex ministro, è ora di introdurre il salario minimo, ma evitando di sparare numeri a caso come ha fatto Tridico. Servono «commissioni apposite, senza improvvisare».

Bollette & lavoro In base ai dati Inps, dall’inizio della pandemia il comparto energivoro assorbiva circa il 15% delle richieste di cig nella manifattura. Con il caro energia, la quota è salita al 20% a febbraio, superando il 40% a marzo. Per il momento, quindi, tengono i posti di lavoro, ma si riducono le ore lavorate.

Instabilità Nell’ultimo monitoraggio sul mondo del lavoro, l’Ilo dice che le ore lavorate nel mondo sono tornate a crollare nel primo trimestre 2022, con un deficit di 112 milioni di posti di lavoro full time a livello globale. Pesa l’incertezza sul mercato, tant’è che – secondo un sondaggio riportato da Axios – i giovani della generazione Z nella ricerca del lavoro cercano soprattutto stabilità e aziende che li apprezzino per quelli che sono, con un’attenzione particolare alla salute mentale.

 

DOSSIER CALDI
A condizione che Gli aspiranti compratori di Ita Airways – il fondo Certares con Air France e Delta; il gruppo Msc della famiglia Aponte con Lufthansa – hanno chiesto al governo di regolare gli aiuti e i sussidi alle compagnie low cost. Anche per questo, quindi, le offerte saranno condizionate.

Tra crisi e rete unica Il 24 maggio al Mise è stato convocato il tavolo di settore delle telecomunicazioni, che nel 2021 ha perso 1 miliardo di euro. Si farà il punto anche sulla rete unica.

De-globalizzazione La pandemia prima e la guerra poi hanno mostrato tutti i limiti di una supply chain troppo lunga e in balia dei lockdown, con i porti congestionati o bloccati e i prezzi dei trasporti decuplicati da un anno all’altro. Così sono sempre di più le imprese che cercano di accorciare le catene del valore e riportare in Italia almeno parte della produzione.

 

Alla prossima settimana,
Lidia Baratta

 

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