Guia in ParisLa mia zozza, maleducata e scortese gita da incubo tra la via Emilia e la Senna

Sono andata a vedere lo spettacolo di Chris Rock nella capitale francese, dopo le disavventure a Milano (mie non di Rock). Mi hanno sequestrato in albergo, mi sono tagliata una mano per fuggire tipo Die Hard e, alcune ore dopo, sono finita su un marciapiede sperduto nella città-più-accogliente-d’Italia perché un tassista col premestruo mi ha mollato in una strada di cui non so il nome

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Chiudetemi in casa. Lo dico per voi – per la qualità delle vostre letture – oltre che per me, per la tenuta dei miei nervi. Chiudetemi in casa perché io col mondo là fuori, quello del turismo di massa e del non bisogno d’accattivarsi la clientela, quello della sporcizia e della maleducazione, quello che fa diventare la trasferta più semplice del mondo una storia di catene, bastonate e chirurgia sperimentale, io non ce la posso fare.

Elenco non esaustivo di cose di cui avrei voluto, potuto, dovuto scrivere nell’Avvelenata di oggi. Il concerto di Paolo Conte dell’altra sera a Milano, prima del quale ho tentato di farlo morire di noia spiegandogli Wordle e Letter Boxed, e lui mi ha liquidato con «L’enigmistica è leale». Il nuovo libro di Tina Brown, o anche il nuovo spettacolo di Chris Rock, che in comune hanno una considerazione di Meghan Markle che io in confronto la stimo. I lettori di Serge di Yasmina Reza che non fanno due più due quando Liliana Segre invoca Chiara Ferragni.

E poi. Il direttore degli Uffizi secondo il quale essendo quello della Ferragni un posizionamento su cause di genere sarebbe bene ci fossero sterminati ebrei ma anche gay su cui farle fare sensibilizzazione, e Instagram che mi accusa d’incitare all’odio quando lo faccio notare. E uno stupendo speciale su George Carlin, fondatore della comicità americana contemporanea, trasmesso ieri e oggi in America su Hbo, che conferma alcune mie convinzioni ma, quel che è più interessante, ne ribalta altre. E persino una storia tardiva di MeToo così bella da far venir voglia di tornare su quell’antica nevrosi di massa. E invece.

E invece sono andata a Parigi. A vedere Chris Rock, appunto, e pensavo fosse quella la cosa di cui avrei voluto parlare. E invece. E invece ero a Parigi. Che accoglierà pure i suoi artisti, come canta Conte, ma gli altri pochino. E io già venivo dalla terrificante esperienza della topaia milanese con inseguimento del russo. Ed ero stanca. E convinta di aver disimparato tutte le lingue.

La mia convinzione di non essere più in grado di capire le parole si era solidificata sul frecciarossa, dove annunci multilingue parevano confermare che sì, fino al confine tieni la mascherina sennò ti facciamo scendere, e no, dopo il confine guardate che la mascherina non serve. Il virus che muore a Mentone.

Poi Parigi, che se la conoscete lo sapete: è Roma. Altrettanto zozza, scortese, arrogante, respingente. Più bella, architettonicamente, ma con identico approccio ai visitatori: qui ci verrete sempre, perché dovrei sbattermi? La grandeur: quella roba per cui il Beaubourg è il Beaubourg e quella sua imitazione che è il palazzo dell’anagrafe bolognese è una ridicola trashata.

Quindi vado a vedere Chris Rock in un teatro parigino sotterraneo con quattrocento spettatori senza mascherina (tanto il virus è morto al confine), quello racconta che la figlia studia a Parigi da chef, io penso ma è miliardaria, i miliardari li tratterà bene persino Parigi, e poi vado a bere una birra con una parigina. Cioè, a tentare di berla, giacché il barista è parigino. Gli chiedi cinque volte la birra prima che te la porti una, gli chiedi dieci volte dei tovagliolini e non te li porta nessuna, guardi il tuo telefono affogare come Di Caprio nella birra rovesciata mentre quello si rifiuta di darti uno straccio. La parigina gli sorride ripetendogli «vous êtes gentil» mentre io lo prenderei a calci. Ovviamente non si trova un taxi, e vaghiamo per cercarlo per strade da cui si levano zaffate di piscio che in confronto la zona universitaria bolognese è linda. La povera parigina si scusa con me per conto della città come farei io se un turista vedesse la spazzatura di Bologna, o l’Instagram di Beppe Sala, o Gualtieri che suona la chitarra.

Ma per fortuna la mattina dopo ho il mio bravo boutique hotel di fronte alla stazione e posso andare a prendere il treno all’alba, O almeno così credo, finché non mi trovo in un hotel con la porta sbarrata, nessun umano a portata di urla, e nella hall il cartello «Bonjour! Nous sommes momentanement absents». Bonjour il cazzo, io perdo il treno. Dopo un po’ decido di scassinare l’uscita di sicurezza (ho visto troppe volte Die Hard), e mi squarcio una mano.

Colando sangue arrivo alla stazione, di fianco alla quale c’è un albergo da congressisti, di quelli dove la portineria non è mai momentaneamente assente. In compenso è costituita da un tizio offesissimo dal mio «Parlez-vous anglais?»: così imparo a fare tante assenze nelle ore di francese da aver trentacinque anni dopo dimenticato come si chieda per favore uno spruzzo di disinfettante.

Tutto è bene quel che finisce sul Frecciarossa, dove hanno tutto: il disinfettante, i cerotti, e pure i club sandwich di Cracco (e un caricabatterie, se sei talmente inadatta ad andare in giro che il tuo si fulmina proprio quando devi scrivere un articolo dal treno: grazie capotreno grazie).

Però poi c’è una sosta a Milano, dove sperimento la cafonaggine di un po’ tutti, dal gelataio sui binari alle impiegate della lounge Frecciarossa. Ma è solo un inciampo, è solo contagio, è solo un virus che abbiamo portato da Parigi. Sto per arrivare a Bologna, che come sa chiunque segua l’Instagram del sindaco Matteo Lepore è la-città-più-accogliente-d’Italia.

Nella città-più-accogliente-d’Italia la fila per i taxi non è un granché organizzata, e quando finalmente sali su uno può capitarti sia guidato da un signore in evidente premestruo che, risalito dal tunnel della stazione, frena tipo Starsky e Hutch, prende la tua valigia, la lancia su un marciapiede, e ti urla di scendere, tu e la tua assurda richiesta di aria condizionata con trenta gradi. Vabbè, è solo un contrattempo, sono nella città-più-accogliente-d’Italia, chiamerò un altro taxi. Il radio taxi mi lascia in attesa per quaranta minuti, ma è la-città-più-accogliente-d’Italia: chiamerò un ncc, che ci vorrà mai. L’ncc mi dice «non abbiamo macchine, grazie» (non c’è di che) e riattacca senza neanche finire di ascoltare la lacrimevole storia «un tassista pazzo mi ha mollato in una strada di cui non so il nome ma c’è un campo di calcio».

Bicchiere mezzo pieno: di tutti i marciapiedi che mi è capitato di vedere nella città-più-accogliente-d’Italia, quello sul quale siamo state scaraventate io e la mia valigia è l’unico senza mucchi di spazzatura e zaffate di piscio. Quando finalmente trovo un taxi è quasi buio, e uso il tragitto per andare a guardare sull’Instagram del sindaco. C’è lui che prende il sole su una sdraio: la cartolina più accogliente d’Italia, praticamente l’intervallo con le pecore della gestione amministrativa.

È la stessa foto che c’è ventiquattr’ore dopo, mentre una biblioteca in centro va a fuoco. Neanche Elisabetta Franchi ha un Instagram così poco legato alla realtà. Per un attimo sento fortissimo la mancanza di Parigi, ugualmente zozza e maleducata ma che mai si sognerebbe di vantarsi d’essere accogliente. Voglio chiudermi in casa. Non importa in quale città, tanto se esci sono tutte inaccoglienti uguale.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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