Il giusto pensieroGiorgio Armillei e le moltitudini della politica raccolte in un libro

Il volume “La forza mite del riformismo” (il Mulino) conserva gli scritti di uno degli intellettuali più importanti del cattolicesimo riformista, in grado di cogliere in anticipo le direzioni della società e le sue evoluzioni e favorevole a una visione poliarchica della realtà

di David Nitschke, da Unsplash

«Giorgio, tu vorresti un partito d’ispirazione cattolica non integralista; che poi sia anche democratico, ma senza le eredità marxiste; e anche liberale, perché sei contro lo statalismo. Sai che con l’intersezione di queste aree è persino difficile arrivare all’1%?». E lui, con la sua calma serafica, con un lampo negli occhi, e il lieve sorriso da un lato, che accompagnava ogni sua discussione, quasi che forza interiore e forza nella ragione fossero una cosa sola, mi risponde: «No, questa è la base di un partito che arriva oltre il 50%: non devi separare, ma aggiungere». Non ne rimasi convinto, ma quell’idea ha lavorato come un tarlo, e oggi mi porta a dire che sì, Giorgio Armillei aveva ragione.

Giorgio aveva un approccio sistematico e tuttavia non ha mai scritto un saggio sulle sue concezioni politiche, forse per innata modestia; forse perché amava il lavoro sulle piccole cose (brevi articoli, brevi saggi, lavoro comunitario con piccoli gruppi di persone) o ancora, perché ha sempre creduto che il dovere di una persona che lavora nella politica è stare sul tema del giorno, partendo da un singolo evento per risalire poi alle ragioni più generali entro cui quell’evento si inscrive. Era sistematico Giorgio, ma condensava tutto in poche righe. Era tutto lì, raccolto in poche frasi e in grandi concetti, bastava dedicargli attenzione. Profondità e asciuttezza, analisi e sintesi tutto nella brevità del testo.

Adesso che Il Mulino pubblica una selezione dei suoi scritti, in un volume curato da Stefano Ceccanti e Isabella Nespoli, possiamo vedere con più luce la sua grandezza di analista e la sua leadership di pensiero. Il titolo, “La forza mite del riformismo”, riconduce a unità la mitezza personale e la mitezza del riformismo, ma può trarre in inganno, perché alla mitezza di Giorgio si accompagna sempre la radicalità delle sue idee, non perché siano radicali in sé, ma per l’estrema coerenza e convinzione con cui le ha sempre manifestate. Una mitezza del carattere e una straordinaria integrità delle sue posizioni politiche. Mitezza e integrità: ecco la chimica della sua personalità.

Come si può proporre la “summa” del partito che aveva in mente Armillei, e che di tratto in tratto ha coinciso con la leadership Pd del momento, senza mai esaurirsi in essa? Detto in altre parole: perché è interessante quello che scrive? La frase chiave da cui iniziare è, «non credo nella politica come una guardiana della società giusta, come unica custode del bene comune. Questa visione della politica conduce alla ricerca spasmodica di un potere e di un ordine e alla inevitabile riduzione ad unità dei conflitti».

Per Armillei la politica contribuisce, insieme al mercato, all’associazionismo, alla religione e altre innumerevoli sfere sociali, in competizione e in conflitto tra loro, allo sviluppo dei diritti e delle opportunità, ma non ha il monopolio della dimensione collettiva. Rifiuta in sostanza la visione piramidale secondo cui alla base c’è la società civile, sopra la società c’è la politica e sopra la politica c’è lo Stato. Questa piramide è l’immagine della società chiusa, compressa, in cui alla fine tutto passa attraverso lo Stato e lo Stato determina la vita delle persone. Per un cattolico c’è il primato della persona umana; per un democratico c’è la libera partecipazione a scegliere da chi e come essere governato; per un liberale c’è l’assunzione della libertà come bene indivisibile.
Sapendo che «non c’è da qualche parte, là fuori, un ordine giusto con il quale salvarci dal male». Perciò la politica è essenziale per lo sviluppo della qualità della vita, ma è un’illusione che possa cancellare la dimensione, sovraordinata rispetto alla politica, del male. Non c’è un mondo ideale che la politica possa avverare, ma un mondo reale che la politica può migliorare.

Per questa ragione Armillei crede che l’asse tradizionale dello scontro destra-sinistra sia in gran parte superato, semmai bisogna contrapporre a quello schema l’opposizione tra società chiusa e società aperta (secondo le migliori tradizionali anglosassoni e in Italia di Sturzo e De Gasperi); tra unionismo e sovranismo, dove il primo termine (e lo spiega in maniera perfetta Sergio Fabbrini, commentando nel medesimo volume i testi di Armillei) significa la costruzione dell’Europa politica (e anche in questo caso si tratta di un Europa che bilanci i poteri nelle sue varie dimensioni territoriali, non di un nuovo statalismo con una superficie più ampia). Il terzo asse dello scontro è tra pluralismo e populismo, dove il primo termine ha un senso molto ampio, come presenza di culture diverse, impostazioni filosofiche molteplici, ruolo pubblico della religione, conflitto aperto per l’egemonia culturale, mentre il populismo indica solo la riduzione di ogni cosa (politica, società, stato) a un solo capo e al “suo” popolo indistinto.

Anche rispetto alla socialdemocrazia Armillei ha una posizione critica (o meglio conviene sulla necessità del suo superamento) perché la sussidiarietà nasce in un orizzonte pluralistico, esprime la precedenza dei diritti della persona rispetto allo Stato, ma poi la socialdemocrazia finisce inesorabilmente con l’affidare allo Stato il soddisfacimento di quei diritti. Secondo Armillei, la dimensione pubblica non coincide con lo Stato: anche attori privati possono (anzi, debbono) svolgere un ruolo pubblico, «né allo Stato è chiesto di ridurre a unità il molteplice». Sembra dire che lo Stato non è sacro, ma è la persona che è sacra. Quale modernità nella semplice affermazione che dove c’è il bene comune, non necessariamente ci dev’essere lo Stato. La sua opzione è a favore della poliarchia, una visione della società nella quale la politica è forte, cioè capace di decidere (su questo non ha dubbi: la democrazia serve per rappresentare ma, soprattutto per decidere, cioè per governare) ma limitata, cioè priva di ogni sovranità sulle altre sfere sociali.

In questa visione aperta Armillei vede lo stesso termine di “bene comune” non abbastanza esplicativo della nuova modernità e perciò meglio dirlo al plurale, beni comuni, da pensare in termini di «differenziazioni incomprimibili piuttosto che in termini di ricapitolazione unitaria». In questa logica, scrive Armillei, anche i soggetti privati, «anche quelli che operano in una logica di mercato, possono svolgere funzioni di rilievo pubblico e curare interessi di carattere generale». Quale modernità, quale ampiezza di pensiero e quale respiro liberale per un autore che, comunque, ha sempre in mente la priorità della dimensione sociale, collettiva delle cose e non quella privatistica.

E la politica? Anche qui la sua modernità è clamorosa. Come si può concepire la politica che, dopo essersi data i limiti prima indicati, agisca davvero per lo sviluppo della democrazia? Avevamo i partiti, scrive Armillei, che in una società ignorante servivano per socializzare, per costruire la dimensione politica dello stare assieme. (Ricordiamo che per alcuni anni in Italia il numero degli iscritti ai partiti superava i cinque milioni, cioè circa il 10% della popolazione “faceva politica”).

Ma oggi, in una società strapiena di informazione, dove i canali di partecipazione al dibattito pubblico sono infiniti, e le organizzazioni politiche sono ridotte all’osso, e spesso senza nessun dibattito interno, e alcune governate autocraticamente, a cosa servono i partiti? Armillei risponde: servono a fare i governi, cioè a creare un sistema di selezione della classe dirigente; però «per riformare i partiti occorre intervenire sulla forma di governo». Su questo la sua convinzione è che c’è una “pulizia” del sistema che bisogna avverare, e lo si fa ancorando ogni tipo di elezione al principio del “Majority assuring”, cioè che ogni livello di governo deve essere conquistato attraverso il voto della maggioranza della popolazione, come avviene per l’elezione dei sindaci. Da qui la sua propensione verso un sistema semipresidenziale. È la moralità del meccanismo elettorale che determina (o induce, o influenza) la moralità del sistema. Quando chiunque sia candidato a una carica deve conquistare la maggioranza degli elettori, è indotto a sfuggire dagli estremismi, da concezioni minoritarie identitarie e dalla semplice somma di specifici interessi. Non è detto che sia tutte le volte così, nessuno può assicurare che sia certamente così, ma l’obbligo della maggioranza inclina, aumenta le probabilità che sia così.

Volete ancora una prova della lungimiranza di Giorgio Armillei? Nel volume c’è un suo articolo dell’aprile del 2014 a commento dell’annessione di Putin della Crimea. Scriveva che «c’è bisogno di reclamare una posizione energica sulla crisi ucraina» e aggiungeva: «cedere sperando di portare a casa buoni risultati su altri tavoli negoziali (la Siria, nda), immaginando un più ampio gioco nel quale tutti guadagnano qualcosa, non sembra realistico».

Lo stiamo vedendo oggi quanto non fosse realistico, perché la mancata risposta a quell’annessione ci ha portato all’invasione del 24 febbraio scorso. In quello stesso articolo criticava Blair, di cui pure aveva apprezzato il lavoro di trasformazione del Labour Party, perché Blair era disposto a riconoscere il ruolo della Russia nel Medio Oriente, perché così, scrive Armillei, «si sottovalutano pesantemente i rischi del nazionalismo russo sullo scacchiere dell’Est europea». Nazionalismo russo! Non c’è che da rimanere ammirati per tanta lucidità.

E già vedeva il “rischio neutralista” nelle posizioni di Federica Mogherini, al tempo ministro degli Esteri, «che sarebbe difficile non catalogare come andreottiana, secondo la quale non ci sarebbero buoni e cattivi, ma solo situazioni complesse nelle quali cercare l’interesse comune, cioè la possibilità di mettere in piedi giochi win-win». Scriveva Armillei, che «dal neutralismo pacifista si può guarire, basta coglierne tempestivamente i sintomi e scegliere la terapia giusta». Evidentemente né i primi, né la seconda sono stati perseguiti, e ci ritroviamo otto anni dopo (quasi) con la stessa storia.

Non si delinea da queste idee, rigorose, ma di buon senso; coerenti, ma aperte; intransigenti ma inclusive, un partito che raccolga la simpatia della metà della popolazione italiana? Forse sì, forse no. Certo si può dire per Giorgio quello che Walt Whitman diceva di sé (Song of myself) e della democrazia americana: «Mi contraddico? Benissimo, mi contraddico; sono grande, contengo moltitudini». Se abbiamo gli occhi fissi alle posizioni politiche paralizzate e pigre, vediamo tutte le contraddizioni o le impossibili addizioni, ma se seguiamo il suo spirito e il suo pensiero, vediamo solo moltitudini che si uniscono senza perdere, nessuno, la propria ragione di stare al mondo.