Restare indietroIn Europa l’occupazione torna ai livelli del 2019, in Italia non ancora

Le migliori performance le hanno registrate Polonia e Ungheria, ma anche Francia e Paesi Bassi vanno bene. I tedeschi faticano, ma noi il cocktail di Quota 100 e Covid ha rallentato gli impieghi tra 60enni, donne e stranieri

di Jessica Yap, da Unsplash

È, o meglio dovrebbe essere, una notizia degna di nota, anche se l’attenzione tutta incentrata sulla guerra in Ucraina e sulle sue ricadute economiche (e non solo) l’ha comprensibilmente oscurata. Nell’Unione Europea la proporzione di lavoratori sul totale della popolazione a fine 2021 è tornata allo stesso identico livello del 2019.

Il tasso di occupazione è risalito a quota 68,4%. La maggior parte dei Paesi, del resto, 15 su 27, ha superato alla fine dell’anno scorso il Pil di tre anni fa. Non l’Italia, non ancora, come sappiamo. E le differenze emergono anche sul versante del lavoro.

Tra i principali membri dell’Unione ad avere aumentato la quota di occupati tra il periodo pre e post Covid vi è la Francia, in cui è passata dal 65,6% al 67,2%. Non è questo in fondo l’unico elemento che mostra una maggiore dinamicità dei nostri cugini d’Oltralpe, anche nei confronti della Germania, dove invece il tasso d’occupazione era a fine 2021 al di sotto di quello di due anni prima. Parliamo di un pur ottimo 75,8%, ma inferiore al 76,7% precedente.

Benissimo anche i Paesi Bassi in cui di fatto hanno tutti un impiego: la proporzione dei lavoratori sul totale dei 15-64enni è andata dal 78,2% all’80,1%. Oltre alla Germania, rimangono ancora al di sotto dei livelli del 2019 la Spagna, cui manca uno 0,6% per tornarvi, e l’Italia.

Nel nostro Paese siamo arrivati a un tasso di occupazione del 58,2%, non solo tra i più bassi del Continente – e non è una novità – ma anche insufficiente per realizzare un completo recupero dei valori precedenti al virus, quando avevamo toccato il 59%, un record alle nostre latitudini. Così si è assottigliato il gap con i greci, che hanno visto un incremento dello stesso tasso, e che ora con il 57,2% sono dietro di noi solo di un punto.

Dati Eurostat

Allargando lo sguardo risulta chiaro come siano due dei Paesi già più dinamici della Ue, Polonia e Ungheria, quelli che possono vantare i risultati migliori, con l’aumento dell’occupazione più ampio in questo periodo. Mentre al polo opposto vi sono Romania, Lettonia, Bulgaria.

Il dato più interessante però è quello che riguarda il genere. Per una volta è andata meglio alle donne. In media a livello europeo cresce dello 0,4% la quota delle lavoratrici, mentre diminuisce quella dei colleghi uomini.

È un riequilibrio che continua quello già in atto prima del Covid e che si nota quasi ovunque, e in misura minore anche in Italia, dove il tasso di occupazione femminile, del resto già scandalosamente basso, è sceso di un paio di decimali meno di quello maschile

Dati Eurostat, variazione del tasso di occupazione

C’è una fascia di età in cui invece la quota di donne al lavoro è aumentata, e non poco, dell’1,1%, andando dal 49,4% al 50,5% e passando quindi la soglia psicologica del 50%. È quella cruciale e importantissima delle 25-29enni. Questa ottima performance ha fatto in modo che in questo segmento, quello in cui si comincia a formare una carriera, dopo la fine degli studi, l’Italia anzi sia in quella minoranza di Paesi che fa meglio della media Ue e in cui si è visto un miglioramento tra 2019 e 2021.

Dati Eurostat, variazione del tasso di occupazione

Purtroppo però nelle altre fasce giovanili, quella delle 20-24enni e soprattutto delle 30-34enne, in cui si trova gran parte delle donne che hanno una gravidanza, si notano dei cali occupazionali rispetto al periodo pre-pandemico. I dati relativi agli uomini sembrano più stabili, non vi sono grandi cambiamenti in base al segmento di età, almeno finché non si arriva ai 60enni.

Il Covid, unito probabilmente a Quota 100 e alle altre agevolazioni per il pensionamento anticipato, ha portato a un’inversione di quella forte tendenza che da quasi 10 anni vedeva crescere in modo prepotente la percentuale di lavoratori anziani. In questi due anni, invece, è scesa dal 50% al 47,4% nel caso degli uomini, e dal 34% al 32,1% in quello delle donne. Che si tratti di una peculiarità tutta italiana si nota dall’andamento di segno opposto dei numeri relativi alla stessa fascia di età in Europa e in un Paese a noi molto simile, la Spagna. Qui, anzi, si è assistito a un forte incremento, del 3,8%, della quota di 60enni con un impiego.

Dati Eurostat, variazione del tasso di occupazione

A meno di credere alla storiella per cui con più pensionati ci sono più posti di lavoro per i giovani, non è una buona notizia. Abbiamo bisogno che tutta l’occupazione cresca, visto il punto di partenza che ci caratterizza, e vista la crisi demografica che continua ad accrescere il rapporto tra anziani e popolazione attiva.

In quest’ottica dobbiamo considerare anche l’andamento della situazione lavorativa del segmento più giovane della nostra società, quello degli stranieri extracomunitari. Siamo davanti, in questo caso, a una decisa riduzione del loro tasso di occupazione, sceso del 2,3% tra gli uomini e di ben il 4,9% tra le donne.

Sappiamo il perché: le straniere erano occupate in ambiti precari, più duramente colpiti dalla crisi (basti pensare a ristorazione o cura della persona), con maggiore frequenza delle italiane, e hanno pagato la recessione più caro di ogni altro lavoratore.

Fa impressione il -6,8% tra le 30-34enni, ma anche il -8% tra le 40-44enni. Che contrasta, invece, con le ottime performance tra le extracomunitarie che vivono in Francia.

Dati Eurostat, variazione del tasso di occupazione

In sostanza la situazione è questa: come per il Pil anche l’occupazione non è riuscita a tornare ai livelli pre-Covid, soprattutto a causa della riduzione del numero di stranieri e di 60enni italiani con un lavoro.

Unica luce, l’incremento delle donne occupate con più di 25 anni e meno di 30. È ancora poco, però. L’opera di rafforzamento della nostra economia dai rovesci di questa nuova crisi internazionale, così diversa dalla precedente, e tuttavia ugualmente apportatrice di incertezza, dovrà necessariamente essere mirata, e puntare alla salvaguardia dei segmenti più fragili della popolazione.