Il momento di dirloIl coming out di Jake Daniels è quello che serve al calcio per uscire dalle caverne

In uno degli ambienti più maschilisti, il gesto del giocatore inglese è la piccola rivoluzione che serviva. E rompe il muro di ipocrisia da don’t ask don’t tell che vige nei campionati italiani

Hal Gatewood, da Unsplash

The long and winding road è arrivata a Blackpool, città inglese con squadra omonima che ora gioca in Championship, la serie B britannica. È stata davvero una strada impervia, sfinente, pericolosa ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Jake Daniels, giovanissimo e promettente attaccante di soli 17 anni, vero talento, non ne poteva più. Di raccontare fandonie a tutti, di inventarsi una fidanzata e semplicemente di aver paura di esprimere se stesso. E in un’intervista a Sky Sport Uk, all’interno dello spogliatoio simbolicamente vuoto ma con le maglie arancioni del Blackpool appese, ha detto al giornalista che aveva di fronte, che sì, era gay ed era venuto il momento di dirlo.

Una bomba nel calcio mondiale, quello che vede i giocatori in campo con centinaia di migliaia di spettatori che seguono la partita e che sono pronti a mangiarti vivo se sbagli un gol, figurarsi fare un coming out.

Prima di Jake Daniels – nome più normale e comune non ci poteva essere – i precedenti si contavano con quattro dita. Letteralmente. Thomas Hitzlsperger e Thomas Beattie hanno rivelato recentemente la loro omosessualità dopo aver finito le loro carriere, prima il silenzio assoluto. Poi è arrivato il calciatore australiano Josh Cavallo, 22 anni, primo calciatore in attività a dichiarare di essere gay. Nella lontana Adelaide. Bisogna fare una parentesi per il quarto, ma anticipatore e più coraggioso di tutti, l’attaccante di colore Justin Fashanu.

Fashanu era un bravo giocatore, aveva un bella fama. Anche l’Inter si era interessata a Justin, Erano gli anni novanta e nonostante fossero stati fatti passi in avanti nella società civile, il calcio era rimasto alle caverne. Fashanu aveva già subito dileggi e insulti pesantissimi da compagni e allenatore che lo consideravano un reietto. Tra accuse e pettegolezzi, dopo un infortunio il ragazzo cambiò squadra e a un certo punto, Paese. Andò in America forse sperando di vivere più serenamente. Fu invece accusato di stupro da un partner occasionale che si rivelò poi in realtà consenziente. Fu la fine per Fashanu. Non venne messo in carcere perché collaborò sinceramente ma quando gli agenti andarono a prelevare il suo dna, lo trovarono impiccato. Si uccise non per colpa reale ma per l’impossibilità di sostenere oltre un accanimento personale. Che lo disintegrò per il suo essere gay.

Sono trascorsi trent’anni, in altri sport i coming out sono diventati sempre più frequenti, ricordiamoci di Greg Louganis, il più grande tuffatore di tutti i tempi che fu tra i primi a dichiarare la sua omosessualità. Ma il calcio no, non lo prevede anzi non lo vuole proprio. Esemplificative le parole di Antonio Cassano quando gli chiesero se nella nazionale Italiani ci fossero gay: «Froci? Spero proprio di no». Ne nacque una bufera, la stessa che colpì la simpaticissima considerazione del Presidente della Lega nazionale dilettanti, consigliere federale e riferimento del calcio femminile in Italia, Belloli: «E basta dare soldi a queste quattro lesbiche…». Un amore di uomo, rispettoso, serio, eticamente ineccepibile. Questo è l’ambiente, dai dirigenti allo spogliatoio.

Eppure Cassano Antonio fa finta di non sapere, ma in Nazionale e ovviamente anche nei club, ce ne sono stati e continuano a esserci giocatori omosessuali. Si sa ma non si dice, si vocifera ma non si indaga in quel don’t ask, don’t tell di clintoniana memoria applicato all’esercito Usa. Siamo ancora al livello che il maschio ha da puzzà, che giocare a pallone è roba forte e virile, che bisogna avere la fidanzata procace con i labbroni che si fa fotografare in bikini a favore di testate giornalistiche di qualsiasi livello che abbina il tifoso e le foto da calendario appeso in garage. Il giocatore di pallone le donne le sfoggia. Come fa chi non ce le ha?

Eppure se prendiamo qualche esempio, Bolle su tutti, ci sono gay che hanno fisici strapotenti, che i calciatori se li sognano. Abbiamo avuto, e si sa dalla notte dei tempi, uno dei migliori difensori al mondo e uno dei più esplosivi centrocampisti che hanno giocato per anni nel silenzio più assordante. Gli spogliatoi, eh, gli spogliatoi sono un bel problema, quando tutti sudati si infilano nelle docce, cascasse mai un’occhiata di troppo.

Insomma il calcio sta cercando di sdoganare, nonostante gli imbecilli di turno, la pelle nera. Di solito appartenente alla crème de la crème dei migliori, perché diciamocelo, hanno fisici insuperabili, altro che schiappette. Sono decenni di battaglie che stanno dando frutti, il povero Aaron Winter si ricorderà ancora della rivolta dei supporter laziali quando arrivò a vestire la maglia biancoceleste. Ebreo e nero, il peggio per menti suprematiste di una ristrettezza che mette paura. Ora le cose vanno meglio, anche se qualche banana vola ancora dagli spalti in campo.

Resta il tabù dell’omosessualità, il tabù dell’ipocrisia che si basa sul non detto nella migliore delle ipotesi, sulle bugie obbligate per essere accettati e che fanno più male di qualsiasi altra cosa. È l’impossibilità di essere se stessi, quello che si è. E allora al diciassettenne Jake Daniels, bisogna fare un monumento: con tutto il coraggio della gioventù rivela la cosa più semplice del mondo – sarebbe la più semplice se gli altri non pestassero i loro piedi razzisti. Lo fa senza urlare ma fermamente convinto di avere uguali diritti di espressione.

Ci ha pensato parecchio, ha provato a uniformarsi al palcoscenico, recitare la parte che gli si chiedeva. E poi, sentendo di tradire se stesso, non ce l’ha fatta più. Se lo sport che adori e in cui vivi sperando di diventare qualcuno, come tutti i ragazzi che giocano a calcio, ti costringe a una parodia per colpa esclusivamente sua, vediamo di cambiarlo. C’è sempre stato bisogno di qualcuno che forzasse il discrimine ingiusto, che si prendesse la responsabilità. Adesso è venuto il momento di una generazione nuova che dice basta. Jake ha rischiato e per fortuna ha avuto il supporto di grandi nomi inglesi, Rio Ferdinand, Gary Neville e l’approvazione e la stima della Federazione Inglese «Jake è un’ispirazione per tutti noi». Bravo Jake, bravissimo e grazie anche da quelle quattro lesbiche che finalmente hanno ottenuto il professionismo all’alba del 2022.