#SonciniTooLouis CK a Milano e la sindrome dello spettatore che non ammetterà mai d’aver buttato i soldi

Lo spettacolo del comico americano agli Arcimboldi, dopo Chris Rock a Parigi e Ricky Gervais su Netflix, e la struggente assenza di un momento “My Way”

AP/LaPresse

Dice Louis CK che ovunque sia lui va a vedere i crocifissi a grandezza naturale, ne ha visti di coreani e di evidente discendenza svedese, ma mai uno grasso, «un Gesù che per farlo stare attaccato alla croce ci vogliano dieci chiodi per mano».

Non esistono spettatori che siano stati a un brutto concerto, mi spiegò una volta una popstar. Hai trovato la babysitter, speso duecento euro di biglietti tra te e tua moglie e i diritti di prevendita e i cazzi e i mazzi, cercato parcheggio, investito una serata della tua complicata vita: non ammetterai mai d’aver sbagliato investimento.

Dice Louis CK che un suo amico è finito nei casini per una battuta su Auschwitz, e a difendere con un tweet il suo diritto di farla è stato proprio Auschwitz: «Un campo di concentramento twitta? Non dovrebbero limitarsi ad ammazzare ebrei?».

La domanda «Sono forse io vittima della sindrome “spettatore che mai ammetterà d’aver buttato i soldi”?» è quella che mi sono più fatta nelle ultime due settimane, cominciate andando a vedere Chris Rock a Parigi (un investimento che non facevo da quand’ero una trentenne smaniosa che andava a vedere Madonna a Londra), proseguite con l’uscita su Netflix del nuovo monologo di Ricky Gervais, e concluse ieri sera all’Arcimboldi al primo spettacolo italiano di Louis CK, che solo tre anni fa era l’unico esiliato qui nel terzo mondo e adesso invece ci vengono a fare palestra tutti.

Gervais su Netflix mi era sembrato debole e noioso e incapace di costruire un monologo solo perché lo stavo guardando a scrocco d’un abbonato, e non ci avevo speso alberghi e treni e biglietti? O la vittima della sindrome è il mio amico che andò a vedere lo stesso spettacolo quand’era in tour in Europa, e me lo descrisse come sommo capolavoro? Avrei dovuto capire che il mio amico non era attendibile, con quel che gli era costato l’aereo per la Svezia?

La prima volta che ho visto un monologo di CK a teatro, avevo compiuto quarant’anni da cinque giorni. Non sapevo chi fosse, ma Chris Rock in un’intervista aveva detto che era il migliore, e io avevo pensato: saprà quel che dice. Lo preciso innanzitutto per dire che io lo andavo a vedere dieci anni fa, mica come voi parvenu che avete aspettato lo esiliassero nei teatri del terzo mondo.

Ma lo preciso anche perché quel monologo – il primo monologo comico che io abbia visto dal vivo, in assoluto – era il monologo che finiva con «Of course… But maybe…», che è un po’ come dire che il tuo primo concerto da spettatrice era il primo concerto in cui Sinatra cantava “My Way”.

C’era un «Of course… But maybe», ieri sera? Certo che no: pure Sinatra di “My Way” ne aveva una, non è che di sommi capolavori tramite i quali codificare il mondo nelle vite degli artisti ne capitino duecento – alla maggior parte non ne càpita neanche uno.

Però magari c’era una ragazza di Ipanema («Le parolacce sono come il sesso, da bambino puoi farlo solo con altri bambini»), una scossa che non me la dà lo champagne ma me la dai tu («Vuoi ammazzarti? Non farlo, morirai comunque – che è un argomento contro il suicidio ma anche a favore»), una se ce la fai qui puoi farcela ovunque («dio non ti odia perché sei gay: dio ti ha fatto gay perché ti odia»). Insomma, roba che poi rimarrà come solido repertorio di quelli che avercene.

L’esilio è interessante, l’esilio e ciò che ci proiettiamo. CK venne in Italia per la prima volta nel 2019, erano due anni da quando il MeToo lo aveva reso un paria. In caso usaste la memoria per trattenere informazioni più rilevanti: nell’autunno 2017, un quarto d’ora prima che uscisse il suo primo film da regista, cinque donne dissero al New York Times che quel maniaco sessuale s’era fatto una sega davanti a loro; certo, dopo aver chiesto permesso, ma era una domanda vessatoria giacché lui era potente e loro no (il MeToo aveva letture nebulose di molte cose ma soprattutto del concetto di «potere»).

Il film non uscì mai, i contratti di CK con le tv furono stracciati per turpitudine morale o qualche clausola del genere, e pure i teatri gli erano preclusi: ricorderete che il MeToo rese chiaro come quelli nel settore dello spettacolo non fossero considerati lavori ma privilegi, nessuno chiede che il fornaio che tocca il culo alla cassiera non possa mai più impastare il pane ma guai se Kevin Spacey compare in un film.

Persino quando compariva in qualche club di quelli in cui i comici americani si allenano, provano non retribuiti le loro battute di fronte a un pubblico che va lì senza sapere chi si esibirà, persino allora c’era sempre qualche invasata coi cartelli di protesta e qualche giornale pronto a riferirne come fosse rappresentativa di qualcosa.

Credevo fosse per questo che s’era ridotto a venire in Italia e altri terzi mondi: se ti chiudono la palestra sotto casa, devi accontentarti d’una più scomoda. Altrimenti il monologo che poi puoi venderti sul tuo sito, come ha fatto CK in questi anni, dove lo provi?

Poi si dev’essere sparsa la voce, e adesso in Europa vengono tutti. Ho visto Chris Rock a Parigi assieme a una parigina che negli ultimi mesi ha visto due volte Dave Chappelle: né lui né Rock sono esiliati (non gli piacerà farsi seghe davanti a tizie a caso, si renderanno ridicoli in altri modi). L’incasso del teatro parigino, calcolato a spanne, è di ventimila euro: Rock non ci paga neanche la benzina dell’aereo privato con cui arriva dall’America. Ma è allenamento, tanto poi Netflix gli dà decine di milioni di dollari.

Però ieri sera continuavo a pensare: CK era un sex symbol, ora è un vecchio, ha la montatura degli occhiali di mio padre, non si riprende più. Chissà se proiettavo. Di Gervais mica direi che fa monologhi su Vongola75 che lo insulta su Twitter perché è amareggiato, no? So che li fa solo perché non ha voglia di lavorare e scrivere un testo decente, tanto Netflix lo copre di dobloni lo stesso.

Poi ha detto che la sua posizione sull’aborto è che bisogna abortire moltissimo: «Infermieri, medici, anestesisti: abortire crea posti di lavoro», e allora mi sono ricordata perché avevo speso meno che per Rock ma più che per Gervais.

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