L’assalto populistaLa sfida di Mélenchon e della sua coalizione raccogliticcia per conquistare il Parlamento

Dopo aver sfiorato il secondo turno alle presidenziali, il leader de La France Insoumise ha messo insieme tutte le forze di sinistra, che pure hanno posizioni distanti su molte questioni, rischia di superare il partito di Macron ed evoca lo spettro della coabitazione

AP Photo/Michel Spingler, File

Emmanuel Macron rischia di non avere la maggioranza parlamentare per governare dopo le elezioni legislative di giugno. Jean Luc Mélenchon, che non l’ha sfidato al secondo turno solo per poche centinaia di migliaia di voti, infatti, è riuscito nella non facile manovra di formare un cartello elettorale della sua La France Insoumise con tutte le forze di sinistra: i Verdi, il Partito Comunista, il Partito socialista e il Partito anticapitalista. Nell’insieme, al primo turno delle presidenziali queste quattro forze, peraltro tutt’altro che omogenee quanto a programmi, hanno quasi raggiunto il 30%, contro il 27,83% di Macron.

Dunque, per comprendere il complesso quadro, bisogna tener conto che nel sistema elettorale francese partecipano al secondo turno tutti i candidati nei collegi uninominali che hanno ottenuto più del 12,5% dei voti. Viene eletto il candidato che ottiene più voti, anche se abbondantemente sotto il 50%.

Questo significa che nei 577 collegi lo scontro al secondo turno delle legislative, tranne insignificanti eccezioni, sarà a tre: i candidati della République en Marche di Emmanuel Macron, del Rassemblement National della Le Pen e quelli della nuova alleanza guidata da Mélenchon, che si sono spartiti le candidature nei 577 collegi a tavolino con una complessa cabala sui risultati del primo turno delle presidenziali (i socialisti ne hanno ottenuto solo 16 quasi certi).

Il tutto, in un contesto di voto molto polarizzato nelle diverse aree geografiche (la Le Pen è in testa in tutto il Nord Est e nel Sud, Macron nell’Ovest e a Parigi, Mélenchon e la gauche a macchia di leopardo). Esclusi dal secondo turno quindi con certezza sia i neo gollisti che Éric Zemmour, che infatti chiede a gran voce a una Le Pen sempre più spostata al centro, ma sinora invano, un’alleanza elettorale.

Con questo complesso meccanismo elettorale, con un secondo turno in collegi uninominali a tre candidati, tutti sopra il 20%, è quasi impossibile fare previsioni attendibili. È comunque facile pronosticare che è molto, molto difficile che la abborracciata nuova edizione di Fronte popolare di Jean Luc Mélenchon, senza alcuna base programmatica seria comune e motivata solo dalla necessità di fare cartello, lo porti, come lui sogna e assicura, a palazzo Matignon, sede del primo ministro. Ma non è affatto improbabile però che Emmanuel Macron non riesca a raggiungere col suo partito, che non è affatto in buona salute a causa proprio del suo dirigismo, i 289 seggi che gli garantiscono la maggioranza nella Assemblea Nazionale. Sulla base dei risultati del primo turno delle presidenziali, per avere una indicazione di massima, ne avrebbe solo 267.

Naturalmente, è possibile che funzioni un meccanismo di traino – proprio per questo dal 2000 in poi le legislative seguono a ruota le presidenziali – e che la vittoria netta alle presidenziali spinga gli elettori a premiarlo con una maggioranza, sia pure risicata. Ma non è affatto detto. Anzi.

Pur essendo la Francia una repubblica presidenziale, nella quale i poteri del Parlamento sono molto ridotti, grazie alla riforma costituzionale gollista del 1958, il Presidente non è l’unico capo dell’esecutivo, come negli Stati Uniti, ma nomina un primo ministro, col quale divide la funzione di capo dell’esecutivo. Sino ad oggi, una la maggioranza dell’Assemblea nazionale diversa da quella che ha eletto il Presidente si è verificata per tre volte (due con Mitterrand e una con Chirac) e ha prodotto una complessa “coabitazione” tra un presidente e un primo ministro espresso dalla sua opposizione. Ma questa coabitazione era possibile tra socialisti e neo gollisti, forze alternative ma del tutto affini. Oggi sarebbe politicamente impraticabile sia tra Macron e Mélenchon che tra Macron e Le Pen.

Va detto che per la Costituzione francese Macron, eletto direttamente dal voto popolare, ha anche il potere di nominare un primo ministro privo di maggioranza parlamentare, ma questo darebbe il via a un periodo turbolento di bocciature dei provvedimenti legislativi presidenziali (in primis la riforma delle pensioni, fortemente voluta da Macron), quindi di scioglimento dell’Assemblea e di nuove elezioni legislative.

Va peraltro detto che anche se il sistema elettorale francese fosse proporzionale, il quadro di instabilità non cambierebbe. La totale scomparsa dalla scena politico elettorale francese (ad opera essenzialmente dello stesso Macron, ma anche di Mélenchon, a sinistra) sia dei neo gollisti che dei socialisti, che pure un tempo monopolizzavano insieme il 60-70% dei voti, impedirebbe al centrista Macron di trovare alleanze, data per scontata l’impossibilità politica di allearsi vuoi con la Le Pen che con Mélenchon. È questa la maledizione di un risultato elettorale a tre partiti inconciliabili tra di loro e tutti e tre tra il 20 e il 30%.

Si vedrà dunque se i due populismi, di destra e di sinistra, riusciranno ora nell’impresa di destabilizzare la Francia, e quindi l’Europa.